Un Reportage da Ginostra, la faccia scura dello Stromboli.

stroL’ultima nave ha appena comunicato il suo netto rifiuto di attraccare spernacchiando a lungo la sirena. Nei giorni di scirocco basta un mare forza due per lasciarti a piedi, tu e l’asino che lecca il sale dell’ultima mareggiata dal pontile di cemento, in attesa vana tu di andare, lui di un carico di pani e companatici e plichi postali da far salire a bastonate fino in piazzetta.

Siamo a Ginostra di Stromboli, tra i più improbabili ed esotici luoghi di villeggiatura dello stivaletto italico, davanti a te una signora-bambina con cui organizzate due chiacchiere d’inglese da Backpackers. Ha una pelle di farina bianchissima, lei, puntata da uno spruzzo di efelidi, trecce bionde da Calzelunghe, rugosetta, stagionata, accento di spigolo germanico che pialla gli accenti. Non puoi fare a meno di incontrarla ogni giorno che ha preso il sole e la pioggia e ogni genere di disservizio isolano o fenomeno primitivo, andando e venendo tra il centinaio di metri d’altezza della principale balconata di roccia, il minuscolo molo ai piedi del costone e il resto delle isole Eolie che puntellano la magia del panorama a sud.

Lei che è sola e un po’ fuori posto sorride in ogni caso, in rappresentanza di quello sguardo vago d’Alternativo gaudente di chi viene da fuori, gente che gli basta una settimana per non andarsene più da questo sperone di roccia vulcanica se non con il corpo fisico. Razza meticcia e poco chiara d’architetti milanesi, impiegati pentiti, ex-bombaroli e spiaggiati di ogni risma, una sorta di sfaccendato popolo trasversale senzamacchina che si raduna in piazzetta alle cinque di pomeriggio con la sporta sottobraccio per chiacchierare del mare e del tempo e di ogni forse d’esistenza che pende, vista di qua su.

Qualcuno ogni tanto va a picchiare, senza crederci troppo, alla porta dell’unico alimentare del villaggio dove troneggiano, tra gli altri, due messaggi dalla stonatura inquietante: “Chiuso per riposo settimanale” (son tre giorni che è così); “Non gettare spazzatura…il secchio serve a far bere l’asino!”.
Su questi trenta metri quadri di corso centrale si radunano al pomeriggio quel centinaio scarso di non-ginostriani che alloggiano a settembre: avanzano coppie semplici in fuga fine-settimanale passando a fianco dell’intellettuale gay circondato dalle amiche che gli pendono dalle labbra; avanzano tedeschi di passaggio, secchi come cucunci sotto sale, tutti vanno verso il muretto panoramico dove stanno appoggiati vecchi bohemienne spiaggiati negli anni 70, alcuni scalzi. Si notano maschere di Bakunin, di Janis Joplin, persino un nipote di Lenin bruciato dal sole che favella in eoliano stretto. Avanzano infine con passo diverso e una faccia più complicata i foresti veri che qui lavorano: Sofia, una polacca silenziosa, occhi bassi, che sembra scappata da un romanzo della Kristof; Laura, l’argentina che se ne vuole andare al più presto; un tizio rumeno cui regalo cinque preziose Lucky Strike non senza che mi s’inginocchi quasi ai piedi, battendosi sul cuore in segno d’amicizia zingara o chissà cos’altro; un singalese nerissimo sorridente che porta via l’immondizia, poi, che pare la testa più tranquilla e ambientata di tutto il mazzo umano.

Nel tardo pomeriggio fai un po’ di sano turismo, scendere o salire quaggiù, è presto fatto. Giù al mare vai tutti i giorni, finisce così che t’arrampichi tra i boschetti di fichi d’india, verso le ultime case bianche di tutta la cinquantina che abita lo scoglio, quelle che godono il massimo del panorama e della solitudine anti-tecnologica. Alle spalle un sole che frigge l’orizzonte sul tardi del giorno, sganciato come una bomba arancione dalle fortezze di nuvole che aprono e chiudono le quinte di burrasca tra Filicudi, Salina e Panarea. A Ginostra, incredibile a dirsi, non piove, puoi così goderti lo spettacolo e sentirti davvero un po’ isolano, per come impari a indovinare i venti e come evolvono le nuvole o dove vanno a morire i fronti di pioggia che ti sfiorano mentre arrivi al termine del sentiero a Punta Corvo, dove per la verità un po’ devi reggerti sulle gambe dalla sorpresa di ciò che appare. Il fianco del cono vulcanico dove scivolano le eruzioni a mare, nero vetroso vertiginoso a due passi da te, pare perfettamente piallato, più opera di demonio che d’uomo certamente, mentre le bocche sbavano una pasta arancione a intervalli regolari di quindici minuti. Il ragionier Stromboli cinquecento o seicento metri più in su del tuo collo dolorante opera i suoi calcoli viscerali, tutto proteso nell’attesa della prossima puntuale prestidigitazione geologica.

Un bue ti mangeresti, questo pensi tornando dalla scarpinata, al bue virtuale che t’aspetterebbe ben apparecchiato in terrazza eoliana tra una mezz’oretta. Se non fosse che il droghiere nemmeno oggi s’è mosso da Lipari per venire ad aprir bottega quaggiù: un cristo di mare, la moglie da soddisfare, vallo a sapere poi. Saluta tutti, lui, e tiene chiuso anche oggi. Parecchie cene alternative avranno i soliti fagioli in scatola, stasera. A meno di non godere dell’agio di essere invitato a cena da uno dei cinquanta residenti permanenti con la dispensa stipata di beni.

Pensi a costoro, allora, alla fortuna che hanno, a come in esame superficiale apparirebbero tranquilli e defilati, veri bravi isolani da cartolina. Si chiamano Merlino, quasi tutti, alcuni imparentati altri no, c’è qualche Petrusa e Lo Schiavo, seminati qua e là. E il racconto degli isolani nell’isola procede per deviazioni progressive verso quello che definiresti lo scoperchiarsi dei sepolcri indigeni, oppure l’ombra sociale dello Stromboli, mettila un po’ come ti pare.

La verità che dorme dietro le quinte ci viene rivelata un pomeriggio in cui riusciamo a fare la spesa finalmente e alleluja, sia morte al borlotto in scatola e al suo tonno coordinato del cenozoico. Così ci rimbalziamo da una mano all’altra i pomodori e le melanzane e il pecorino e i biscotti come fossero creazioni artistiche, mentre il droghiere che dirige le operazioni dietro il banco smoccola tutta una nervatura sul tema: Se becco quello che m’ha lasciato il biglietto sotto la serranda con scritto: “Quando apre? Così però non si fa..” lo sistemo io…mica è un servizio pubblico, questo, bravi i turisti, capaci solo a domandare l’ovvio, vengono agognando lo scoglio primitivo dove si sentono Jonathan e Robinson, poi impavidiscono perchè gli manca il superfluo da mangiare e da bere, e gli manca di poter ripartire quando vorrebbero. Già, perchè ci sta pure che i comandanti dei traghetti sono in realtà ragazzetti di pelo corto e umido, non tengono le palle per ormeggiarsi quaggiù, nel porticciolo bonsai più piccolo d’Europa. Gli basta uno scirocchetto forza 2 per girare il deretano a Ginostra, saltare la fermata e proseguire tranquilli verso il comodo approdo di Stromboli paese. E i residenti? Bella razza pure quelli, ci sono le fazioni e gli sgambetti e i binocoli segreti da terrazza a terrazza come in Parlamento quaggiù, ci sono faide filosofiche che durano dai tempi del cucco e non accennano a placarsi. Ecco la verità liquida.

E tu giri e rigiri lo sguardo sul Pertuso, il porto più piccolo dell’orbe terracqueo, sta pure segnato nel guinness dei primati, dove hai scoperto che i due ormeggiatori due sono in lite pure loro. Te lo racconta il simpatico ragazzo di Salina che la capitaneria ha distaccato sul pontile quaggiù. In un monologo d’attore consumato, l’ultima sera, ti declama in faccia la storia dell’altro ormeggiatore, detto il mullah Omàr, uno che non è nemmeno di qui ma pretende di dettar legge, afferma lui. Pensa che oggi era di riposo ma è sceso comunque a prendere le cime dell’aliscafo, minchia: in tre eravamo, nel porto più piccolo del mondo, a litigarci due cime!

Il mullah poi è pure amico del Talebano e di Al-Zarqawi, medico della guardia medica, e ci sta pure il germanico che guida l’asino e vive qui da vent’anni, un vecchio bombarolo confinato, nientepopodimeno! Costoro, comunisti e verdi e disobbedienti, insieme a qualche altro personaggio residente tipo: la dottoressa Bon-bon e un certo fantomatico “u Trenu”, fondamentalmente, sarebbero la rovina dello scoglio, ecco sistemato tutto. Perchè quaggiù: “se non sei filosofo lo diventi, se non sei poeta cominci a comporre versi, e se sei matto…più matto ancora, invece!” Questo dicono in piazzetta, e questo è l’aforisma elettivo dei residenti di ginostra.

Il giorno che riparti c’è un sole che ti spezza in due e un’aria limpida e profumata che pare la pubblicità del Borotalco. Saluti tutti con larghi scappellamenti, bombaroli e bohemienne e architetti e indigeni, mentre l’aliscafo dà su col gas rimetti insieme tutte le immagini della settimana. Molte storie non sono state nemmeno narrate, come quella che si vocifera tra te e te, insistentemente, che saresti disposto a sequestrare il sindaco di Lipari pur di venire a sposarti qui, un giorno, chissà. Sai già che in ogni caso ripasserai, a fare sera in piazzetta con i bravacci locali, a mischiarti con i comunisti del mullah, a dare del deficiente a ognuno perchè forse è anche pacifico che in mezzo a tanta natura primitiva e isolata, a due passi della civiltà, la storia umana sia più ancora la stessa che ovunque. Addizionata dalle smanie istintive del vulcano.

Se non si può scappare dal mondo infame, allora, meglio venire quaggiù, comunque, dove le voci che girano ci mettono mezza giornata a ritornare su di te, dove una voce infinitamente più grande incendia di rosso il cielo notturno ricordando a tutti di non esagerare con le celie. Proprio questo pare brontolare la bocca dello Stromboli mentre la nave s’allontana sospirando nella notte verso il continente straniero, e altro non c’è davvero.

6 risposte a “Un Reportage da Ginostra, la faccia scura dello Stromboli.

  1. Alle 5 del mattino nel nero cieco di una notte senza luna in mezzo al mare, mi è apparso Iddu, prima come un puntino di luce intermittente e poi pian piano come un fiore rosso che appunto sboccia e s’illumina ogni 15 minuti….
    Difficilmente, anzi forse mai prima e dopo quell’alba, la natura mi ha colpito così violentemente al cuore, per ricordarmi che, a dispetto dei nostri deliri d’onnipotenza, il fuoco nelle viscere della terra brucia da svariate centinaia di milioni di anni e continuerà a farlo anche quando saremo solo antiche molecole nel vento.
    Grazie di cuore, perché tra un sorriso e un groppo in gola, sei riuscito stamattina a riportarmi sull’isola più magica che io abbia mai avuto la fortuna di visitare.

  2. basterebbe pensare che la prima volta che ho appoggiato il piede sui basoli di lava del Pertuso è stato 32 anni fa e rifarlo ogni anno per i 13 anni successivi non basta a non farmi rimpiangere il tempo perduto davvero. Non è stato mai abbastanza.
    Ji-nostra

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