L’ultima luce impassibile

C’è il tuo silenzio all’inizio di questa storia, il tuo silenzio e il mio, pieno di parole strette tra i denti, che non mi lasci dire.

C’è la tua mano che mi preme sulle labbra e l’altra che mi afferra stretta alla vita, mentre i capelli mi si sciolgono e io per un attimo eterno perdo il filo del tempo, e il sole fa uno scatto improvviso verso l’orizzonte, rendendo pericolosamente rosse le pietre di questa città.

Il nostro silenzio adesso, com’è straordinariamente simile a quello magnetico che segue l’esplosione. Non un’assenza d’udito, piuttosto un buco, un gorgo che attira nelle orecchie il rumore teso dei flussi sanguigni impazziti.

Intorno, tutti quelli che si trovano a piedi hanno cominciato a correre, il nostro pomeriggio di fremiti s’è rotto in questo rivolo di gente che risale ansimando la collina. Alcuni spingono fragorosi carrelli da supermarket colmi di medicine e provviste, altri con grandi spinte e con la voce aiutano i claudicanti a venire su in fretta.

I soldati di David che fanno perimetro sullo spiazzo guardano la scena sbadigliando. Mi svolgo in fretta da te, ti spazzolo dal giaccone militare la polvere che i camion stanno alzando sullo sterrato e non c’è più tempo. Il tempo che ci separa e ci limita, ci definisce in maniera sempre più incerta. E questo coprifuoco che morde la fretta di tutti al tramonto, nei brutti giorni che verranno, saremo costretti a considerarlo solo un caro, tedioso amico che veniva a bussare con l’insolenza precisa delle ore alla porta delle nostre braccia.

Ancora, con poche parole seccate di ogni emozione, mi dici che da domani faranno uscire i carri, che le prossime settimane verrete a sparare sui nostri paesi e tu sarai costretto insieme a loro, i riservisti, nelle torrette blindate dei cannoni. Ibrahim mi prende per un braccio, mi tira via con tutta la gentilezza che riesce a trovare. A te sorride con la faccia larga e i denti scoperti, Ibrahim, l’amico di tutti. Avete sempre fatto buoni affari insieme, e tu in risposta riesci a muovere solo il cenno pesante di una mano. Poi scarichi la tensione di questo tempo preciso che ti lascia, sbattendo gli scarponi pesanti nel suolo di polvere.

Io non voglio più pensare che un futuro normale ci appartenga. La verità è che mi sento fredda, distante, una macchina di carne che muove gesti in automatico sul bilico di un vuoto che sale da dentro.

Faremo presto stasera, mi dice con dolcezza posata, sorridendo, Ibrahim. Nello specchietto devo sembrargli nient’altro che una ragazzina come tante di ritorno da una discoteca, una ragazzina indipendente, coraggiosa, che si strucca con minime smorfie da civetta prima di rientrare nel chiuso monastico dei territori. L’esercito sta ridisegnando lo scacchiere e posti di blocco ne incontreremo pochi, aggiunge lui. Io abbandono la testa sul sedile e chiudo gli occhi. Ho quasi vent’anni e sto tornando a casa, una casa che è già stata ricostruita numerose volte, con i materiali di scarto, sempre più miseramente.

Penso al sorriso sempre più raro di mia madre e di mio padre e dei miei fratelli. Penso che gli unici sorrisi vivi cui possiamo ancora aggrapparci sono quelli di chi se n’è andato col fuoco. E poi il tuo, la tua pelle bruna, le grandi mani che contengono. Tu sei la stella del Davide. I tuoi occhi feriscono, ed è per questo che in me sei già eterno.

Noi che siamo giovani, mutevoli e plastici come la terra fertile, noi siamo più esposti di tutti al carico disumano delle contraddizioni che animano questo suolo maledetto dai millenni. Questo diceva il vostro capo spirituale dopo averci benedetti. Voi siete il futuro e l’unica speranza, come l’ultima luce possibile di una porta che sta per chiudersi. E a me non pesava trascorrere giornate intere di sole e polvere per attraversare centocinquanta chilometri, né di aver atteso ore di tedio interminabile prendendomi le mani addosso e gli insulti dei soldati ai posti di blocco. Io e te, amore mio, siamo un miracolo incarnato. Saremmo il futuro, se io non fossi così stanca. Adesso siamo solo il sonno grave che mi prende, il rumore dei freni del pullman e quello indistinto di ciò che verrà.

 

Il vento alza grandi nuvole di polvere di sale sulla valle del Giordano e i contorni delle cose si sfumano in un pallore di luce che allontana le cose vicine, fa sparire dalla vista quelle lontane.

Ibrahim ha una giacca nuova fiammante. Lui che guida i camion da quarant’anni stamattina gira il volante con la sufficienza di un ragazzo in gita. Canta una canzone popolare su un vecchio fuoco che nessuna cenere soffocherà mai. Lui ha respirato ogni genere di polvere su questa terra, ha visto i confini spostarsi e confondersi e sparire come dure righe di calce disegnate dal vento e dal fuoco. Il vento che oggi solleva le giacche sbottonate dei soldati di David che scherzano al sole sulle torrette dei cannoni.

Il fuoco è cessato amore mio. Tu sei avanzato nelle notti, hai tracciato sguardi di febbre nel solco degli infrarossi. Hai teso imboscate, circondato paesi, schiacciato anonimi bottoni di fuoco. Hai svolto questo compito come una marionetta vergognosa, abbandonata stolidamente al volere dei tuoi padri.

Io ho tradito i miei giorni, ho raccolto acqua e riparato mura e cucinato cibo che non c’era. Ho curato le ferite dei miei fratelli e ho pianto con gli occhi di mio padre che fino all’ultimo battito di cuore si è preoccupato di pulire e ricaricare le armi. E l’ho fatto con la sensazione costante della tua presenza attiva dentro di me.

Adesso un altro fuoco è cessato e io ti sto correndo di nuovo incontro. Guardo i resti dei paesi in cima alle colline macilente. Un resto di un resto di un muro non è nemmeno un pensiero pienamente concepibile e chiudo gli occhi, ricordo. Il tempo matura le anime degli uomini e voi siete ancora giovani. Giovani e intatti e benedetti dal divino, con la forza delle idee, con il coraggio dell’impensabile. Questo, ancora, diceva il tuo misericordioso rabbino.

C’è stato Ibrahim a confortarmi per ogni lunga notte di questa sciagurata teoria di mesi. Lui m’ha insegnato a pregare, lui m’ha regalato questo nuovo giubbotto firmato perché io oggi possa apparire ancora più bella e desiderabile all’appuntamento di mezzogiorno al centro commerciale, nel punto preciso che hai indicato tu.

Lui adesso ti saluta da lontano con un ampio cenno mentre manovra in fretta il camion per allontanarsi dal marciapiede. Qualcuno tra la folla deve essersi accorto del giubbotto gonfio. Oppure di quale strana frequenza di luce rotta si sono scambiano i nostri occhi.

Qualcuno comincia già a correre.

Vedo le bocche spalancate dal terrore ma non sento più alcun suono. Solo le gambe che tremano, il respiro che viene a mancare e sto per abbandonarmi. Con l’ultima forza mi aggrapperò forte alla corda.

Mi aggrapperò a te. Andiamo amore mio. Corri su di me.

Abbracciami.

Luce intollerabile.

Buio.

2 risposte a “L’ultima luce impassibile

  1. Caro Alex
    fare letteratura sulla crisi mediorientale è cosa ardua. Questo racconto è tritolo, la scrittura estesa e profonda come quella quotidiana violenza incide fino all’osso. E ha un taglio originalissimo, con quelle parole del rabbino pronunciate per tutti e quest’idea, così vera, che a generare un/a kamikaze a volte è anche l’assurdo miscuglio di amore e oppressione. Ha il pregio di restituire anche solo l’idea che non si può de-scrivere di palestinesi senza farlo anche degli israeliani e viceversa. Questo racconto dovrebbe scatenare un lungo dibattito d’istinto, nessuno si senta escluso. Perché quella enorme prigione a cielo aperto nella quale sono rinchusi oppressori e oppressi, invasori e invasi, aggressori e vittime, che trasforma ogni esistenza in una estenuante resistenza, non può essere ignorata.
    Chi per una volta, anche una volta sola ha fatto anche solo una fila (uno, due, tre giorni) al check point della striscia in prossimità del bypass per Netzarim sa che questa tua storia sarebbe potuta capitare a chiunque, chiunque di noi, se fosse nato e vissuto in Palestina dopo il 1948. A me certamente, l’ho pensato molte volte durante la mia lunga esperienza lì. Non si tratta solo di abbracciare una ideologia, l’una e l’altra posizione, lasciarsi strumentalizzare dagli uni o dagli altri, ma di condividere un letale sentimento d’impotenza e dell’essere senza speranza.

  2. grazie, in fondo è solo un punto di vista emotivo applicato da una necessaria distanza. un punto di emozione come si vive quando abbiamo il coraggio di accoglierla nuda, senza schermi, così contraddittoria come nasce e si giustifica.
    andai nel 90, una settimana, con le associazioni europee di pace e cooperazione. si fece una catena umana pacificissima intorno alle mura della città vecchia, l’esercito fece fare, poi, solo dopo, mentre tornavamo a piedi in albergo, ci sparò allegramente sopra le teste. ci furono una trentina di feriti. poi, in aeroporto, fummo interrogati e perquisiti fino alla paranoia, almeno un paio d’ore. felici di avervi ospitato, arrivederci a gerusalemme.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...