tra i fantasmi di un amore, Fuori pista a Manhattan

Dici che vuoi la verità, una verità, che la vuoi subito, lo dici con quel dolce modo ambiguo che hai di organizzare la voce, mettendo una pressione musicale al giro delle tue parole.

Io, cerco di controllare l’oscillazione degli anni che son passati.

A quest’ora, in effetti, a giudicare da come ti sento ridere di là sparpagliando le frasi a casaccio, da come reagisco io ammiccando cose che non hanno alcun senso all’ufficio che mi passa intorno, la sensazione è quella di una stonatura nell’orchestra che dirige il gran ballo di questa memoria.

Perché è banale, se ci siamo io e te, se c’è stato un luogo e un giuramento, se tutto questo ha memoria di tornare, torna indietro anche il delitto.

Sei sicura tu che nessuno c’intercetti ora, piuttosto, che l’oceano sotto cui volano le nostre parole, tra le raffiche sgraziate di infiniti altri messaggi, non ci riduca subito a un rumore diffuso di coscienza.

Tutto il tempo che è passato e adesso come niente tu, accucciata in un punto tra spalla e guancia, dici che è normale, che è inutile raccontarsi le storie, che siamo solo migliaia di giorni diversi in fuga disordinata, che è inutile persino tenerne conto.

Io sento la pressione del mare che avanza sul nostro cavo intercontinentale.

Non riesco a tollerare questo grado di finzione. Se c’è un amato, se c’è un tempo in mezzo che credi d’aver trascorso, dovrà pur esserci un conto da salvare.

Allora immagino la vita di un qualche cieco Leviatano, che sguscia da un profondo buio sottomarino e addenta una delle autostrade foniche nel punto preciso in cui passano i nostri cuori, forse, in prossimità delle Azzorre.

In effetti tutto il resto non ha alcuna importanza. Potremmo dirci ogni bene, potremmo misurare il male che capita sempre, ogni volta che ti mischi col destino giurato.

Sai già che verrò leggero alla fonte della prima sofferenza, che in qualche modo aspettavo qui paziente, da sempre, la tua telefonata.

Aspettavo con l’infinita capacità di trascorrere il tempo che hanno i mostri occultati.

A che ci serve, poi, tenere il conto degli anni passati.

Fino a un certo punto è stato piacevole raffigurarsi ogni cosa che sarebbe avvenuta attraverso il sorriso che t’avrebbe sciolto, e le mani che m’avrebbero afferrato, le braccia intorno al collo, le gambe perse nello slancio, facendo perno sui fianchi, per andare a chiudere la stretta di quello che sei, in un intreccio di gambe dietro la schiena.

Pensa ai modi degli innamorati, mi hai sempre detto, pensa a quanta poca fantasia ci mettono, quei gesti che se li vai a contare fanno tutto il destino scarso delle passioni del mondo.

Facevi questo saluto speciale a tuo padre che rientrava a casa, quand’eri bambina. Ed è con quella speciale arrendevolezza, con ciò che riconosco come un peso in più, che mi precipiti addosso subito fuori dal cancello internazionale degli arrivi.

Io barcollo un po’, rido piatto, di sorpresa e di maniera, come in uno scatto usa e getta. Ci guardiamo, ci perdiamo, la pioggia degli annunci di servizio ci distrae.

Dico intanto che avresti dovuto vedere l’aereo, come sbucava dalle nuvole poco fa con una manovra verticale, da assassino, ai limiti della picchiata.

Ho guardato giù dal finestrino e ho visto i passanti come formiche vicinissime che si muovevano sotto le insegne al neon di un viale commerciale. E’ stato questo, precipitare, nella visione di un mondo ridotto a un plastico.

La grassona della fila accanto ha lanciato un grido, il vecchio ispanico con cui combattevo il bracciolo s’è acceso la ventesima sigaretta, lo stomaco m’è salito fino in gola.

In effetti sono muto, non ho altro che sensazioni, sulla punta della lingua.

Comunque ti giro intorno e ti spingo, e tu mi abbracci.

Facciamo le cose per bene, quelle che sono da farsi. Attraversiamo la hall in una bolla di ebbrezza che ci fa sbandare, in mezzo a una folla ordinata che segue binari precisi.

Nel taxi che ci scarrozza frettolosamente verso un albergo dei dintorni non la finiamo di sorridere.

Di guardarci da vicino.

Poi da lontano.

Poi da vicino.

I film americani hanno sempre queste sceneggiature mozzafiato, però il film alla fine, di solito, ti soddisfa solo parzialmente. Bene per come ti tiene bene sul filo, per la bella scelta dei caratteri, non devi contare troppo su quello che d’approssimativo mettono in scena le soluzioni dell’intreccio.

Tutta la fretta che c’è venuta di misurarci.

Jamaica è un sobborgo di New York, niente di bello, non ti credere, l’ho scelto solo perché capita a pochi minuti di strada dall’aeroporto.

L’ho scelto perchè non volevo perdere nemmeno un minuto di questo tempo restituito.

Così dici e il buio si mangia il tuo sorriso, mentre io come un ladro affondo le mani nell’oscurità di nylon che ti fascia le gambe.

Ho la stessa fretta di sempre, vedi, la solita maldestra fretta di incidere un segno.

La tua bocca si apre come una carne urgente, le mie mani trovano il punto che ti fa singhiozzare, che ti riduce a sospiri.

Tutto avviene nella facilità che sembra, senz’altra conseguenza che lo sguardo retroflesso di specchietto di un tassista nero al volante.

Ho messo un silenzio a guardia del cuore. Ho pensato: sono favole di ragazzi. Sono scemenze che fuori dalla vita sei rimasta tu, senza andare.

Che non è passato il tempo, nemmeno un minuto, che io non t’abbia sentita muoverti, smaniare, sbocciare in altre braccia, leggermente, nella superficie delle braccia.

Ma sempre, comunque, a due passi da me.

Siamo in camera, alla fine.

Seduto sul letto a fumare, aspetto che finisci di scrosciarti l’acqua addosso. Avrei amato, invece, che tu ti fossi gettata su di me subito, con tutto il peso dell’odore del tuo corpo emozionato.

Guardo oltre le tende di una camera a tre stelle in calando. Considero gli odori, lo standard che mi ottura il naso, la polvere, l’umidità e il sapone.

Guardo sospettoso tutta l’America dei fanalini rossi appiattita sull’autostrada.

L’umore della tua fica s’impossessa delle mie mani, gli odori sono la traccia profonda di noi, di quello che rimane, delle cose che sono pronte a ritornare, in sovraesposizione ai sensi.

Penso alla luce che ci capiterà, ancora, alla notte che bontà sua vorrà farci a pezzi, alla felicità semplice che deve essermisi staccata di dosso mentre mi sfregavo d’impazienza nelle courtesy room dell’aeroporto di Heathrow.

Son bastate due ore di scalo che ho fatto.

Me ne sono andato per grandi corridoi panoramici, nel suolo falso dei marciapiedi mobili, ho seguito il nervosismo delle gambe, la consistenza immaginaria della tua carne.

Mi sono sentito libero, capace di ogni impresa.

Perfino di voltare le spalle e imboccare il contrario del gate di partenza, con l’idea di riprendere il prossimo volo per casa.

C’era un niente, bastava un automatismo qualsiasi, sporgersi cortesemente a un banco della compagnia, comprare qualcosa da leggere per dominare l’attesa, seguire i dettagli di una chiamata nel grande etere dell’aerostazione.

Penso ancora un po’ a domani, a come saremo capaci di toccarci, se altre maniere o forme impure ci prenderanno l’implicito dei gesti.

Domani, se le mani ci scottassero, se ci venisse da ridere e tu ti allontanassi un istante da me per farti ancora rincorrere nel giro di quei pochi metri quadrati di stanza, a Jamaica.

Sono sicuro che ti correrei dietro fino alla luce della finestra, che rispetterei la distanza di cortesia delle ombre. Non chiederei nulla della tua storia.

Solo guarderei in controluce la geometria dei tuoi seni e il volume delle tue labbra, come schiaccerebbero i piccoli camion distanti che truffano la prospettiva, sul freddo prospettico dell’immagine.

Penserei qualcosa come che, basterebbe un niente alla tua figura, così ridotta di respiro e consistenza, per scivolare sul liscio del vetro e piegarsi ancheggiando mollemente, avanti indietro, avanti indietro, con un po’ di furia nel finale, come un qualsiasi foglio di carta al suolo.

E come ci diremo, ancora, in breve. Cosa sembreremo, in una lettera fuori dal tempo, possibilmente, ritrovata dietro una libreria. Una di quelle piccole vergogne che capitano agli amati come noi.

Che mentre finivi la doccia l’attesa non passava mai. Allora mi sono alzato dal letto, sono sceso nella hall e ho parlato il mio inglese fascinoso col boy della reception.

Gli ho chiesto se per caso servisse una pistola, nel caso uno gli venisse voglia di fare due passi fuori.

Lui ha riso come Jim Carrey, con una bocca spropositata. Non ha capito che non stavo scherzando.

Tu avrai da fare, sono convinto che non scriverai. Non ti basterà il tempo di questo portarmi in giro, col mio sinistro occhio esponenziale che lampeggia, col diaframma tutto chiuso, la luce esposta al minimo.

Tu che vieni dietro di due passi, abbandonata a ciò che non ricordi e me, maniaco delle prospettive, un’aria di Manhattan che pare un funerale collettivo.

Alla memoria del nostro primo amore, a quella di ogni altro giorno.

E’ stato allora che ho chiamato casa.

Ho parlato con Valentina che era tutto un vezzo, la luce dei miei occhi nella notte. Che mi ha chiesto se per caso fosse per la mamma che il lavoro mi avesse mandato così lontano, fino in America.

Io non so bene quel che gli ho risposto.

Mi è venuta una tristezza, ho pensato che ci siamo lasciati con troppa pace addosso, troppa pace.

Dico che, se devo essere sincero, il mondo mi appare adesso come un’invenzione, un gigantesca piazza in cui nulla passa, nulla può essere amato e nulla, davvero, si distrugge.

Mi pare importante che tu lo sappia, in ogni caso, se mai ricorderò di consegnarti la colpa che mi fanno, così messe vicino, tutte insieme, queste poche precise parole.

5 risposte a “tra i fantasmi di un amore, Fuori pista a Manhattan

  1. Ero pronta a camminare tra i grattacieli, alla fine ti sei fermato solo un po’ oltre l’aeroporto. Eppure anche questo è un viaggio, un viaggio più avventuroso degli altri, anzi a ben vedere forse il più complicato…

  2. Un senso spaesato, come, appunto, nei viaggi interiori, si cala tra le righe, penzola tra i dettagli del già noto di un’intimità e scarta via verso i rilievi dell’incomunicabile, in quel prendersi che è solo sfiorarsi, solo catturare tracce vivido-transitorie di una doppia discontinuità, di un percepire che solo a tratti converge, dandoci l’illusione di amare. Bel pezzo.

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