Bastardo di mezzo luglio

Solo quando la città evapora di luglio, solo allora t’accorgi come ti si affianca e resiste al tuo passo deciso, che tende a cancellare le ombre. Come un cucciolo sperduto, con il muso umido che ti spintona leggermente le gambe, l’occhio avvinto del destino festivo di tutti. Scendi in una strada di luce vicino terra, ti prendi questa pena di guardare il suo piccolo nasoinsù palpitante, simile a un cuoricino di carta lucida che ha smarrito il proprio indirizzo.
Qualcun altro riceverà questi auguri muti, di nessun giorno, dopo aver atteso a una finestra, sospirerà nel sospiro teso dell’estate che matura.
La realtà ce la fa benissimo ad abbandonarti, quando chiedi lei risponde, seziona storie che non avresti immaginato, per farti credere ogni altro bene irraggiungibile.
Soprattutto quando le piazze si svuotano, le macchine fanno covo nei parcheggi pieni di ombre e in giro, ma più che altro fermi negli angoli, uomini di oltre frontiera si danno il cambio dell’elemosina, tra i fagotti e le bottiglie esauste seminate ai piedi.
Sono strani popoli, sgusciati tra le luci fesse dell’assenza. Hanno somiglianze che inquietano, hanno attraversato frontiere come fantasmi e giocano la vita in un pressappoco di dadi consumati. Altro non hanno da migrare che il vuoto dei giorni che li accoglie.
Stanno come padroni di un’attesa incrollabile, nelle strade di cui misurano le pozze d’ombra sui marciapiedi, vicino agli sbuffi del marcio condizionato che le porte automatiche dei discount gli sbattono su una vecchia rasatura.
La città a dire il vero, in queste condizioni di scatola magica dell’assenza, invita a entrare, a uscire, in ogni caso a non fermarsi, mentre te ne vai carico di pacchi, nell’ontologia sartriana delle tre di pomeriggio.
Cammini perfettamente sbilanciato dall’anguria di cui, a dir verità, t’interessa solo l’anima, se sia matura o frolla, se per caso sia annegata in quel terribile bianco insapore di zucca.
Nessuno ti dà il gomito sul giro stretto del marciapiede tra casa tua e il supermercato. Qualcuno attraversa la strada, qualcun altro cammina rapido con il collo proteso di uno struzzo, e tutto avviene in una brumosa distanza laterale.
Lo spazio si allarga tra le figure e c’è da chiedersi, invece, perché in tutto questo vuoto procedano così storte le camminate di tutti.
Vedi un abbaglio, negli occhi della ragazza di nazione incerta accucciata nel fresco paradossale di mezzo metro quadro, sulla serranda del ferramenta vicino a dove hanno già pisciato generazioni intere di cuccioli festanti.
Hai un euro in tasca e tenti d’accompagnarlo con un sorriso, non calcolando che al momento della rivelazione lei, che ha uno sguardo finito, sta mirando lo stendardo e le stelle dell’Europa che l’apostrofano dal cerchio di moneta.
Sorridi a niente. E forse lei ti guarda, andare via di spalle, perché ti riconosce.
Più giù di cento metri, sotto alte torri di palazzi senza vita, una famiglia bianca scurita si dà il cambio di stagione.
Parlano una lingua che è come una slogatura fonetica, evoca le pianure magiare, gli alti Carpazi, qualche valle serba incassata tra ripide montagne, tenuta d’occhio da vecchi fortini diroccati.
Un posto qualsiasi dove il vento trasmette le preghiere asciutte delle donne attraverso il silenzio, donne anziane che sono molto indietro dalle finestre, nelle zone d’ombra più fitta delle case, dove l’austerità delle foto degli avi contende l’anima a quella dei pope spiritati dai poteri magici, degli imam dagli occhi cespugliosi, a quella dei gesù traslucidi che sgrondano dolore
All’inizio della primavera, trovi il ragazzo che saluta e inchina e sembra che sorrida al tuo buon cuore, tendendoti la ciotola fiducioso.
Verso la fine di maggio viene una madre che non sai bene se invece sia sorella o figlia o semplice trovatella, capisci solo che c’è una somiglianza di ceppo somatico. Lei tiene fermo un bambino sporco e vivace, di un paio d’anni, cui insegna già la cantilena giusta per ottenere pena, colpa e denaro, dal traffico distratto dei pedoni.
Ricordi di aver già visto quel bambino fresco di vita che picchiava duro con un bastone un cuccioletto di bastardo uggiolante. Lui, più piccolo del piccolo, se le faceva dare, non sapendo ancora niente di vita, se si potesse scappare o meno, se non venisse poi il caso di finire sempre schiavo di un dominio troppo grande.
A due anni il bambino ripete già lo schema generazionale, l’unico tramandato che sia di una qualche utilità, il modo doppio del bastardo, che umilia il sottoposto, dopo aver preso i calci duri dal padrone.
Di mezzo luglio è il turno del capo branco. Un signore fantasioso che ha addosso la puzza di mille galere, che cerca di mimare un qualche gesto di umile sottomissione che potrebbe far volare gli euro nel cappellino floscio lì per terra.
Mentre gli passi vicino senti tutti i tempi della sua vita rifugiata dormirgli nella voce. Da come biascica negoziando l’orgoglio, leggi che è lui il bastardo principe, quello che fu bastonato per primo nella notte dei tempi, nel solco del diritto dei padri, e quando l’età adulta gli ha regalato la frusta, ha preso la guida del suo carro di anime sfuggite per andare a occupare la vita in ciò che dalle città cade di lato, di sfuggita, di bontà o di fastidio.
Quel cucciolo che t’ha spinto t’accompagna ancora un po’, festando e scodinzolando, fin davanti al portone di casa.
Pensi adesso che l’estate sia la stagione migliore per tutto, anche per scavare nell’anonimato, per dar da mangiare gli avanzi nei piattini di plastica ai gatti sbalorditi.
Ti fai il conto di quanti soldini di rame hai sparsi sui tavolini per casa.
Forse scenderai nel pomeriggio a cercar di cacciare fuori un sorriso dai modi spenti della ragazza.
Intanto sbatti l’anguria per terra, cercando le chiavi di casa.
Senti che forse, dentro, il problema non è il bianco che sa di zucca.
Forse, invece, è proprio il cuore rosso, che un po’ s’è sfracellato.

5 risposte a “Bastardo di mezzo luglio

  1. potevi scrivere racconto più natalizio? di luglio, col rosso dell’anguria. tu, quando guardi, dei buchi così, ci fai. poi, quando scrivi, ci cuci.

  2. in tutto questo vuoto le camminate di tutti procedono storte perché manca un appiglio. straniante spleen biancorosso (forse anche per il clima estivo). l’umanità bastarda (nel senso di figlia adulterina d’una scimmia e d’un dio) appare in tutta la sua nuda alienazione quando si spoglia per il caldo e la routine evapora…

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