Tra i bassi della Guinea portoghese (II)

Un camion ansimante spunta fuori alle quattro e mezza sulla piazza rassegnata. Penso che poteva capitare di peggio, un qualche pulmino da venti posti con gli ammortizzatori sfondati che avrebbe scatenato una guerra senza quartiere tra gli sfibrati pretendenti al passaggio. Mentre finisco il pensiero, ognuno sta già correndo come può incontro al mezzo.
Non c’è da star allegri, prima di tutti vengono issati nel cassone i sacchi, le scatole, i fagotti, le valigie, le gabbie delle capre e grandi matasse di fune di ferro. Poi è la volta delle donne, grandi deretani sollevati, spinti, infilati sulle panche di legno che si contendono lo spazio residuo del cassone, parecchie di loro armate di pargoli silenziosi e rassegnati, fasciati nei giri di cotone sulla schiena che vengono rigovernati e stretti in mezzo al resto del caos umano che s’arrampica distribuendosi fin dove alla ragione parrebbe impossibile.
In qualche modo diabolico vengo collocato anch’io, posseggo i miei venti centimetri quadrati di spazio dove poggiare una natica e persino la fessura tra due schiene che mi dà la luce di un fuggevole sguardo esterno verso la strada, ho lottato strenuamente per guadagnarlo, ne avrò bisogno per resistere.

Nulla m’ha avvertito che questo fosse un giorno di festività nazionale, occorrenza che riduce a zero il transito dei già pochi taxi collettivi facenti servizio nell’entroterra della regione. Sono arrivato fino a Makuti grazie al colpo di fortuna di un passaggio da un raro fuoristrada dotato di condizionatore e frigobar, dopo aver atteso più di due ore sotto il sole feroce davanti alla pousada dello sgradevole bracconiere portoghese.
Lui m’aveva guardato quel paio di volte con l’aria ironica del bottegaio maligno mentre trafficava sotto il portico, al di là della strada, ma non m’aveva detto nulla. Io gli ho fatto un mezzo gestaccio, mentre la fresca portiera del gippone si apriva e un ciarliero ingegnere italiano mi accoglieva raccontandomi il mezzo guaio in cui m’ero cacciato, in uno scarno giorno di festa, in quel provvisorio buco di mondo.
Tornava da un sopralluogo tecnico in un sito minerario, alloggiava poco fuori Bissau ma doveva fermarsi altrove per lavoro, non poteva portarmi fino in città. Su come si vivesse in Guinea, sul carattere dei locali, sul significato complessivo della presenza occidentale in Africa non aveva un’opinione precisa, solo un tono di leggero fastidio condiscendente, faceva avanti indietro con l’Italia ormai da un paio d’anni.
Avevamo chiacchierato un po’ con simpatica superficialità, poi in me era sceso un silenzio, come una specie di imbarazzo. Pensavo a quanto poco ci scalfisce il mondo che ci attraversa, alla sua banalità e alla mia, figlie di attenzioni e disposizioni differenti verso le cose ma ognuna carica della sua quota di giudizio a fraintendere.
Scrivo sul mio taccuino considerando quale sia l’utilità che possa dare significato al gesto, se basti la meraviglia che provavo da bambino nel consultare la geografia dei luoghi sui mappamondi e tra le pagine di stampa profumata dei Conoscere, le nazioni ridotte alla plasticità concepibile di numeri e figure, i disegni svettanti dei gorilla e delle cascate, dei pozzi di petrolio e delle capanne.

Intanto il camion finalmente s’è mosso, cigolando, gli ultimi corpi hanno trovato l’esatto incastro nella stretta complementarietà dei respiri.
Il mio fiato è il tuo fiato, come se contraessi io per far rilasciare te, insieme, schiavi dello spazio che non c’è.
Makuti s’allontana lentamente come la sponda di un miraggio. La prima fermata del camion avviene trecento metri dopo, si issano altri pacchi, si spingono nuove donne.
Durante le sette ore di itinere della giornata che ho già alle spalle ho cercato quella condizione d’essere rarefatto in cui mi pare si appoggi l’anima locale, quello sguardo basso, interiorizzato che riduce gli slanci al minimo, scavando le risorse profonde di una mente letargica che si predispone a un prolungato fastidio, alle scarsità morali di una lunga attesa.
E’ la sbrigativa Africa dell’ego fustigato che ti regala una gratuita lezione.
Il camion sganascia i freni sulle buche più profonde e nelle continue fermate impreviste. Sono passate le cinque di pomeriggio e la luce del sole comincia a maturare nel cielo come un frutto esausto. Tra poco sarà già buio, la sera di un giorno festivo, nessuno viene lasciato a piedi, la strada è punteggiata di capannelli che attendono, si comincia a popolare anche il tetto di lamiera, i chilometri scorrono come vecchie formiche operaie di una regina senza cuore.
Dopo due ore di questa fitta passione il mio intorpidimento si ribella e va a cercarsi lo spazio gestuale necessario a rifiatare accendendosi una sigaretta. Un signore con i capelli grigi due file dietro si inalbera e mi intima di spegnere. Dice che è proibito fumare sul camion e non credo possa essere una preoccupazione sanitaria, forse un fastidio, la goccia che fa traboccare il suo vaso, visto che è già un bel po’ che polvere e fumo di nafta bruciata ci assediano il respiro.
Non mi costa molto spegnerla, fuori il buio è fitto, sporadiche baracchette in strada mandano fiochi segnali di piccoli lumi a petrolio, l’odore pungente si mischia con quello acre del sudore generale, Bissau sembra più volte allontanarsi come una chimera piuttosto che venirci incontro con la consolazione di un fatto reale.

Alla fine, dalla frequenza con cui cominciano a spuntare i posti di blocco dell’esercito, si capisce che non dovrebbe mancare molto. La fortuna che capita è quella di non dover scendere ogni volta. Veniamo comunque fermati, scrutati, blandamente interrogati, il tempo non la smette di molestarci.
Alla prima sbarra ufficiale che ci blocca metà degli esausti viaggiatori scendono recuperando i pacchi, le galline, i figli e scompaiono nella notte buia senza una candela che li guidi, nel mistero di come faranno a non cadere secchi in qualcuno dei fossi di cui questi sentieri laterali di sabbia sono costellati.
L’altra metà deve passare il controllo documenti facendo lunga fila davanti a un casotto provvisorio a fianco della sbarra. Un’unica sibilante lampada da campeggio illumina il volto di un ufficiale olivastro con i baffetti e i modi alteri che mi guarda e mi tratta con la sbrigatività sufficiente che dedica ai locali, finchè non gli si para di fronte il mio passaporto italiano.
Qualche metro avanti, confuso dalla penombra, mi pare di riconoscere il signore brizzolato che s’era urtato per la sigaretta e aveva continuato a guardarmi con buone dosi di malanimo per il resto del tragitto.
Sono talmente stanco e sfibrato che in un attimo un fuoco paranoico mi vince, e io è come se stessi per incappare in uno di quei guai ufficiali da viaggio in zona inaffidabile, uno di quelli paventati nei paesi per cui la Farnesina sconsiglia vivamente la frequentazione turistica.
La Guinea portoghese fa la sua bella presenza in lista.
L’ufficiale s’è fatto serio serio e continua a guardarmi, poi a cercar di interpretare il passaporto, poi di nuovo a fissare con attenzione la mia faccia distrutta, che ha deciso di soprassedere emotivamente a qualsiasi esito possa avere quest’ultima roulette della giornata.
Mi si trovi una branda qualsiasi, tutto il resto può andarsene pure alla malora del giorno successivo. Non ho intenzione alcuna di reagire a nulla, facciano quel che credono.
Sono pochi secondi in cui è già avvenuto molto, al termine di una giornata affannosa come ne ricordo poche. L’ufficialetto è sembrato per un po’ cercare motivo per farmi inciampare sul percorso, adesso ha ceduto, limitandosi a sbattere enfaticamente l’ennesimo timbro sulla pagina già flagellata dai check-point dei giorni precedenti. E forse è meglio che non lo racconti alla serpe di moglie che tiene di sicuro, stasera, come ha rinunciato a una simpatica tangente di chissà quanti dollari occidentali.

La mia giornata è finita quando mancano ancora pochi chilometri di notte per entrare a Bissau. Alle undici di sera, nell’unico fatiscente albergo reperibile del vecchio centro coloniale, mi addormento appena sgusciato in camera, cullato da una discussione interminabile densa di toni aspri che sale dal basso fino al mio letto. La ruvidezza di questa città continua a sorprendermi.
Mi addormento sopra le domande e sopra il viaggio, su tutto il sollievo che provo con quel po’ di residuo orgoglio, per essere riuscito a resistere a una giornata d’Africa senza alienarmi profondamente.
E anche la Farnesina può rilassarsi, dopotutto, al momento.

2.continua

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