Come nascono e rinascono i bambini

Eravamo io e la Clo, sdraiati sul lettone dei Razzi, i suoi vicini di casa che erano in vacanza fuori città.
Io e la Clo, oltre a spruzzare qualche filo d’acqua sui fiori tre volte a settimana, avevamo frugato negli armadi fino a scovare un paccone di riviste porno alto quanto un comodino.
Così, invece di corrercene fuori sulle biciclette o sui pattini o a farci consumare dalla fornace di luglio, passavamo la giornata più o meno strisciando ed esclamando e ridacchiando su quel letto, gli occhi sfavillanti tra le pagine delle due ultime annualità di Le Ore.
C’erano incredibili storie su quella rivista, come quella che era tra le nostre preferite in cui un frate cercava di intrufolarsi nelle grazie posteriori di una monaca di clausura, passando per una grossa serratura che chiudeva un portone pesantissimo.
Noooooooooo, faceva la Clo, sbattendo per la centesima volta la rivista sul copriletto tutto stropicciato.
Io guardavo l’affare gigantesco del monaco, aveva una grossa vena in rilievo ed era violaceo come una prugna, vagamente minaccioso.
Poi guardavo la bocca spalancata della Clo e mi prendeva un tremito. Mica riuscivo ad avere quella sua ineffabile confidenza, mi sentivo nuovo del mestiere, io.

Era una strana estate quella, sembrava che le cicale avessero tutte un megafono e io mi sentivo sopra le righe, m’era venuto un tic per cui, che io volessi o non volessi, mi si schiariva la gola ogni tot di tempo.
Avevamo da poco superato gli esami delle elementari e ci domandavamo come sarebbero state le nuove classi senza grembiule, con i professori diversi per ogni materia e nuovi compagni da farsi amici.
E poi c’era Clo che forse si sarebbe trasferita altrove e forse no.
Dipendeva da certe cose di lavoro di suo padre. Se fossero andate bene, tutta la famiglia Biancheri avrebbe cambiato quartiere e la Clo chissà mai quando e come l’avrei rivista.
C’eravamo conosciuti due anni prima sulla piazzetta dietro casa mia. I miei avevano appena comprato questa villetta nel nuovo quartiere residenziale.
Io avevo perso tutti i vecchi amici e mugugnavo in silenzio, passavo la giornata arrampicato sul salice del giardino a leggere fumetti e a grattarmi via le formiche di dosso, di uscire non se ne parlava proprio.
Un giorno mia madre, preoccupata che io potessi trasformarmi in una specie di triste orso solitario, mi urlò di scendere. Urlava, e il senso era che non ne poteva più di vedermi vegetare lassù. C’era una bella bambina, una vera delizia di bella bambina che giocava da sola in piazzetta, e che diavolo stavo mai aspettando, io?
Proprio così disse, Che Diavolo, e io scesi di corsa grattugiandomi un ginocchio e facendo le orecchie ai miei giornaletti. Scesi per far smettere di gridare mia madre, mica per altro.
Attraversai circospetto il cancello sul retro e ci ritrovammo soli nel parcheggio dove non volava una mosca, io muto come un pesce sotto sale e la delizia di bambina.
Una volta tanto aveva ragione mia madre, ma mi sarei fatto tagliare un piede pur di non dargli ragione.
Lei aveva un cerchietto a fiori che le teneva indietro i capelli lunghi, io stavo zitto e buono, sulla difensiva. Aveva molti sorrisi per me e modi sciolti, tanto sciolti che non so come, non so perché, nel giro di pochi minuti la finimmo di giocare a campana e ci infilammo nel pertugio tra una roulotte parcheggiata e il muro di cinta di una villetta.
C’erano un sacco di lucertole che correvano nell’ombra della parete di tufo. Ne acchiappai una così, per distrarmi un attimo.
Avevo tutto in gola: fiato, polmoni, cuore, stomaco, pensieri. La lucertola mi morse un dito e scappò, lasciando una coda rugosa a dibattersi nervosamente tra le mie mani.
Ehi guarda! Guarda che roba! Dissi.
Ne presi un’altra e la sezionai nel medesimo modo. Mi sentivo svuotato come una vecchia zampogna, una che non sa se desiderare che venga o che passi il Natale, velocemente, in ogni caso.
Insomma la stupefacente verità era altrove, proprio lì, a due palmi dal mio naso. La Clo s’era tirata giù pantaloni e mutande e, chinandosi leggermente in avanti, mi stava mostrando il suo bianco di dietro tra cui occhieggiava in basso una piccola fessura scura e misteriosa.
Non so se fu quello o altro che non ricordo, ma da allora fummo inseparabili, io e la Clo, praticamente fidanzati, senza mai aver avuto bisogno di dircelo né di confermarcelo.

Ho la fica inanellata…mamma mia, guarda questa, Sandrino!
Dice la Clo, buttando in aria il cerchietto a fiori.
Io guardo e vedo questa tizia con le gambe divaricate che sorride e tira due catenelle che le spalancano il buco.
Accidenti quant’è grande, almeno come cinque della Clo!
Penso tutto invasato, mentre la gola mi si schiarisce due o tre volte di seguito.
E’ pomeriggio, all’ora che ti riviene la voglia di mettere il naso fuori di casa.
Sentiamo il campanaccio della bici di Pigi che passa sotto la finestra e il rumore della sgommata che la ferma.
Ci alziamo tutti e due e usciamo nel sole pesante di luglio.
Pigi è arrivato così incasinato come sta sempre, i capelli sconvolti, le ginocchia piene di croste. Pigi ha un’abilità incredibile nel cacciarsi nei guai, tiene quel coraggio che a noi manca ed è per questo che gli riconosciamo il ruolo naturale di capo. Pigi risolve sempre le nostre giornate.
Una volta stavamo tutti tirando i sassi dall’altra parte della strada, facevamo a chi arrivava più lontano, quando lui si gira e punta una macchina che ci era appena sfrecciata davanti.
Stok! Aveva fatto la carrozzeria bucata, me lo ricordo benissimo il rumore e anche che dieci secondi dopo correvamo tutti e siamo finiti faccia a terra sotto certi cespugli fitti e spinosi dove nessuno poteva più vederci.
Il bello di quella storia fu che riuscimmo a sfuggire all’ira del guidatore che ci aveva rincorso. E le botte le prendemmo tranquillamente a casa, davanti alla televisione accesa, perché avevamo i vestiti tutti sporchi e strappati.
Per la verità io nemmeno l’onore delle botte avevo avuto.
Mia madre mi aveva urlato un po’ e poi s’era rivolta direttamente al Signore. Mio padre nemmeno s’era voltato, aveva dato un paio di scosse al giornale in cui stava sprofondato e basta.
C’era un tanfo di zampirone tale nell’aria che da brava zanzara previdente ero corso subito via.

Pigi vuole che andiamo di corsa alla vaccheria sul canale, dove è appena arrivato un toro gigantesco, con due palle enormi e rosse come il fuoco. Dice tutto questo ansimando, in chiaro debito d’ossigeno.
Chiaro che si va, c’è nulla da discutere. La fica può aspettare, e poi sempre di uccelli si tratta, in definitiva, ciò che sappiamo di come nascono i bambini è ancora sfumato in un alone di leggenda.
Io e Clo stiamo sempre a discutere su questo fatto, ma la verità ci sfugge sempre di un niente.
Abbiamo lasciato le biciclette a casa del Ragno e proseguito a piedi lungo il pratone di sterpaglie che costeggia il canale, diretti verso il ponte che introduce al vasto spiazzo della vaccheria.
Il Ragno lo chiamiamo così per quella sua strana camminata a compasso. Quando corre è come se avesse un rallentatore inserito, le gambe saltano, ma lui va lentissimo lo stesso. Però sputa un sacco, ha questa schifosa capacità. Una volta ci siamo accapigliati e io lo tenevo giù con le ginocchia sulle sue spalle e lui m’ha scatarrato in faccia!
Uno schifo, peggio che se m’avesse dato un pugno. Perciò gli porto rispetto. E poi sua madre è gentile e ci regala sempre i cioccolatini.
Portatelo con voi, dai ragazzi! Ci dice sempre. E lui tranquillo, a zampettarci dietro di qualche metro.
Pigi va avanti piegandosi sotto i rami bassi degli eucalipti.
Shhhhhh!!! Ci strilla piano. Non fate casino che altrimenti la biscia s’incazza e vi morde il culo.
L’avevamo tirata fuori dalla melma del canale qualche giorno prima.
Lui la teneva per la testa e io per la coda, era scura e viscida e lunghissima. Un maschio, aveva sentenziato Pigi che aveva il padre veterinario.
Insomma, la tenevamo in una bacinella di plastica dentro un fosso e gli portavamo gli avanzi della cena da mangiare. Clo voleva che ne acchiappassimo un’altra, femmina, così finalmente avremmo studiato bene come si fanno i figli, almeno quelli delle bisce.
Ma questa volta c’era qualcosa che non andava. La rete di ferro che copriva la bacinella era scostata e Pigi aveva cacciato un urlo e s’era messo le mani nei capelli. Adesso stava lì con la bocca spalancata e piagnucolava: nonononono…la rana nooooooo!
Il Ragno ha cacciato la testa sotto i cespugli che chiudevano la buca e ha detto: cribbio c’è una rana là dentro, una rana che salta qua e là, tutta spellata, la biscia se la sta mangiando viva!
Poi c’è stato un movimento di frasche, come se un’animale nascosto si fosse spaventato, e abbiamo visto i gemelli Freddi, vestiti uguali come quasi sempre, schizzare fuori e darsela a gambe levate in mezzo alle spighe selvatiche bruciate dal sole.
Pigi non ci ha pensato su un momento e gli è corso dietro come una saetta. Pigi ha un’adorazione vera per le rane, dice che un grosso rospo lo viene a trovare tutte le notti, che viene da un altro pianeta e che anche noi, tutti, veniamo da lì che non si sa dove ma è come se fossimo fratelli. Perciò abbiamo il divieto di torcere anche un solo pelo alle rane del canale e quei bastardi dei gemelli Freddi lo sanno, eccome se lo sanno. Sono stronzi loro e odiano tutti, soprattutto Pigi che è l’unico capace di tenergli testa, anche da solo se ci si mette.
Anche il Ragno era partito con la sua corsa al rallenti sulla scia dei Freddi. Sarebbe arrivato certamente tardi sul luogo della zuffa, ma poteva sempre colpirli col suo tremendo sputo vendicatore mentre Pigi li prendeva a mazzate. Comunque Pigi sarebbe bastato e anche avanzato.

Io sono rimasto fermo sul posto a guardare la rana spellata che saltava tutta storta da una parte. Era diventata come trasparente e si vedevano le vene e il cuore piccolissimi che pulsavano debolmente. Aveva uno sbrego nel fianco e una poltiglia gialliccia che ne colava fuori. La biscia era tutta arrotolata da una parte e pareva dormire.
Clo mi ha guardato, eravamo accucciati tristi intorno alla bacinella. Poi m’ha messo un braccio intorno alle spalle e seria seria m’ha detto: Sandrino…se Pigi li prende succede un macello.
Io mi sono dondolato un po’, avanti e indietro sui calcagni. Mi dispiaceva che non mi fosse venuto l’impulso di mettermi a rincorrere i gemelli Freddi.
Una volta, su un prato dietro la scuola, m’avevano beccato da solo che tornavo a casa e m’avevano fatto fare una roba che chiamavamo il Sacrificio d’Allah. Ero stato sollevato di peso e messo in alto, abbracciato gambe e braccia al tronco di un grosso pino.
Poi m’avevano mollato e io ero finito di schianto sopra la terra dura.
M’aveva fatto male il culo per una settimana e anche un punto dentro di me che non riuscivo a capire. Una cosa la sapevo però. Non valeva.
Il sacrificio si faceva solo nell’intervallo della ricreazione quando ci dividevamo in squadre e il malcapitato di turno veniva aiutato a scendere dai suoi compagni.

Pigi è tornato poco dopo, camminava tutto rigido in mezzo alle sterpaglie e tirava sassi ai corvi che scendevano in picchiata sul campo. Ragno trotterellava qualche metro dietro. Pigi ha finito la rana e tutti insieme l’abbiamo seppellita.
Avevano le biciclette nascoste quegli stronzi, ha detto Pigi.
Poi per un po’ ce ne siamo stati zitti, camminavamo in fila indiana fischiettando motivi inventati. Il sole si stava arrossando verso l’orizzonte, la vaccheria oltre il ponte del canale l’avrebbe ingoiato a breve.
Clo m’ha preso la mano e l’ha lasciata subito.
La sua scottava, o era fredda, non so, comunque era strana. Qualcosa stava succedendo, speravamo in qualcosa di bello, ma mica ne ero tanto sicuro.
Ehi guardate lì in mezzo alla corrente, che roba è secondo voi quella specie d’affare impigliato che scodinzola?
Fa la Clo aggrappandosi al corrimano arrugginito del ponte.
Ma come cos’è…è il copricazzo del maestro Tacchi!
Dice Pigi con un sorriso marpione sulle labbra.
Il copricheeee? Fa il Ragno.
Cioè Pigi, come sarebbe che il pisello si copre…e perché scusa? Nelle riviste mi pare che sono tutti scoperti i piselli, vero Clo?
Dico io abbassando lo sguardo.
Si, si, tutti scoperti. Insomma, il Coso nella Cosa e va bene, ormai abbiamo capito. Ma allora ogni volta che fanno una rivista nascono un sacco di bambini. Rilancia Clo grattandosi perplessa i capelli.
Ma dai che dici? Il copricazzo serve proprio a non far venire i bambini! E poi c’è un certo periodo in cui si possono fare, è lì che serve il copricazzo di plastica, mica tutti i giorni. Argomenta Pigi. E continua:
Forza ragazzi, dai. Andiamo a vedere le palle del toro che tra un po’ escono quelli della fattoria e se ci vedono s’arrabbiano.
Un copricazzo…adesso dove lo trovo un copricazzo……mi ripeto io mentalmente mentre faccio andare avanti gli altri e mi ritrovo ultimo del gruppo, più dietro ancora del Ragno. Mi fa male sotto il piede e improvvisamente mi sembra di essere stanco, molto stanco.
Perché mio padre non m’ha mai parlato di una roba del genere? Mia madre no, non lo farebbe mai. E io che fino a un paio di mesi fa pensavo che per fare un bambino bastasse andare a letto e spegnere la luce.
Così avevamo fatto una volta con Clo, c’eravamo sdraiati uno accanto all’altra sul lettone dei suoi e avevamo atteso immobili che succedesse qualcosa. Eravamo emozionati e ci veniva da ridere, ma non era accaduto nulla.
Clo aveva detto che ci volevano almeno nove mesi e io non sapevo se crederle o meno. Però m’ero preoccupato. Poi dopo un po’ m’era passato di mente.

Per raggiungere i recinti delle stalle che erano sul retro dell’edificio principale bisognava prima scavalcare un alto cancello di ferro. Poi c’era da attraversare ancora il canale che faceva una curva, e l’unico modo possibile era quello di percorrere un grosso tubo sospeso, di cemento, che univa le due sponde.
C’eravamo già stati una volta laggiù, io, Pigi e il Ragno.
Ragno s’era rifiutato di passare e Pigi m’aveva guardato strano perché anch’io volevo attraversare il tubo, ma solo a cavalcioni. Alla fine Pigi era andato. In piedi e di corsa aveva attraversato il tubo su e giù da una sponda all’altra più volte, e a un certo punto s’era fermato anche su un piede solo, urlando e agitando le braccia e chiamandoci cagoni.
Questa volta ci mettiamo d’accordo. Prima di scavalcare il cancello Pigi assegna le parti. Dice che lui andrà in avanscoperta per richiamare l’attenzione del toro e farlo avvicinare dalla nostra parte.
Io, Clo e Ragno, nell’ordine preciso, verremo dietro a cavalcioni del tubo, in modo che se c’è da scappare i più lenti partono per primi.
Sul cancello facciamo un po’ di smorfie di fatica ma passiamo tutti tranquillamente, anche il Ragno che come al solito sembra un po’ impedito ma se la cava lo stesso da solo.
Dai ragazzi svelti che il sole sta calando, non abbiamo molto tempo. Eccolo laggiù il toro! Guardate, guardate che corna! Ci esorta Pigi prima di mettersi a correre come un matto verso il tubo.
C’è un buon odore di fieno e i muggiti delle vacche tutto intorno a noi. Mi giro per dirlo a Clo e vedo che ha il naso per aria e sta guardando un punto imprecisato del cielo sopra la mia testa.
Che bello Sandrino… il colore dei campi e il sole rosso e il profumo…che bello che è tutto…
Dice con gli occhi semichiusi, in un paio di sospiri, la Clo.
Poi sento un gran botto, uno strano botto che fa FLOC! come se fosse attutito da qualcosa. Mi giro verso il canale e vedo lontano le grandi corna del toro che trotterellano verso il limite del recinto, di là del tubo.
Pigi non si vede più. Pigi è sparito. Si dev’essere nascosto da qualche parte per farci uno scherzo.
Pigi che sagoma.

Clo stava seduta per terra a gambe incrociate con i capelli che le piovevano sulla faccia. Piangeva e piangeva e piangeva, non si riusciva a farla smettere.
Il Ragno sollevava le gambe di qua e di là, aveva la faccia tutta rossa e gli occhi a capocchia di spillo, sembrava volesse correre su e giù, sembrava volesse fare chissachè ma restava sempre più o meno nello stesso metro quadro di prato.
Io m’ero spinto cavalcioni lungo il tubo sospeso e avevo le gambe che tremavano come ali di cavalletta, il naso che gocciava, le scarpe quasi nuove grattugiate dal cemento. Pensavo a che razza di urla avrebbe prodotto mia madre al riguardo, pensavo di questa roba assurda mentre calavo un lungo bastone verso il greto melmoso del canale.
Pigi non scherzava affatto. Stava giù e non si muoveva né diceva niente. Era coricato su un fianco e aveva un filo di sangue che gli usciva dall’orecchio.
Poi ho visto questo rospo gigantesco che gli sgusciava fuori da sotto la testa e ho pensato: Cacchio! Gli si è messo sotto come un cuscino per smorzare la caduta. Fantastico! Adesso Pigi si alza, afferra il bastone e io lo tiro su, così riusciamo pure a vedere le palle del toro prima che faccia troppo tardi. Però mamma mia quant’era grosso quel rospo, l’ho visto, giuro che l’ho visto!
Era così enorme e bello che pareva quasi finto.
Mentre mi venivano in mente queste cose c’è stato un gran casino di persone che arrivavano da tutte le parti, gridando come ossessi. Pigi non si muoveva ancora.
Forza Pigi svegliati. Dai, andiamo.
Ti prego. Pigi.
Ti prego.
Andiamo.

E va bene, allora. Me ne torno via da solo con le scarpe aperte da una parte e la maglietta strappata su un fianco. Me ne ritorno e cambio strada, non voglio rivedere la biscia e la tomba della rana.
Il sole non si vede più, ci sono le voci degli uccelli che suonano piano e una luce morbida, smorzata, che non è ancora sera.
La madre di Clo m’aveva strappato la maglietta. Era arrivata quasi subito, prima ancora della sirena dell’ambulanza, aveva lo sguardo duro e una gran fretta nei movimenti. Si era caricata Clo sotto un braccio e le aveva detto che tanto tra poco sarebbero finite tutte queste stupide, pericolose bambinate. Ancora un mese e tutta la famiglia si sarebbe trasferita altrove, lontano, per seguire il lavoro del padre.
Il padre e la madre del Ragno erano arrivati subito dopo. Urlavano non so che, a tutti in tutte le direzioni. L’unica cosa che sono riuscito a capire è che il Ragno aveva una malattia strana ai muscoli e che sarebbe stato un ragazzo sfortunato, tra un po’ di tempo.
Comunque erano quelli che strillavano più forte, più forte anche del padre di Pigi che nessuno aveva visto arrivare. Per la verità lui non strillava per niente, stava zitto, accucciato sull’erba accanto a Pigi e gli tastava il polso e la zona del cuore, gli carezzava i capelli bagnati.
La madre di Clo m’aveva preso per mano e mi guardava come se fosse tutta colpa mia. Poi m’aveva detto bruscamente che m’avrebbe accompagnato lei a casa, che aveva cercato mia madre ma non l’aveva trovata. Certo che non l’aveva trovata, il pomeriggio tardi della domenica, cascasse il mondo, mia madre lo dedicava al suo Signore.
Io avevo tentato di divincolarmi e lei m’aveva riafferrato. Ma era durato poco, fino al successivo mio strattone che le aveva lasciato in mano un pezzo della maglietta.
Ero schizzato via più veloce della luce.

Ma non ho voglia di tornare a casa, non ho voglia di fare nulla.
Solo camminare perché già lo sto facendo, solo ascoltare questi uccelli tranquilli, che si preparano per andarsene a dormire. Ci sono un sacco di pensieri che mi giocano a pallone nella testa e niente gira come avevamo sognato.
Avrò la Clo per qualche altra settimana poi la perderò, in qualche posto lontano che non potrò mai raggiungere.
E poi il Ragno, adesso capisco perché zampetta così impedito.
Povero Ragno, che cosa si potrà mai fare?
Niente gira come avevamo sognato. Niente.
Salvo che il medico aveva detto che Pigi era proprio un bambino fortunato. Che se la sarebbe cavata con un gesso e pochi giorni, ed era un vero miracolo che qualcosa avesse attutito il colpo alla testa.
Chissà cos’era stato quel qualcosa, continuava a dire a tutti il medico.
Io lo so cos’era.
Io lo so.
Ma non lo dico.

9 risposte a “Come nascono e rinascono i bambini

  1. Mi prende uno struggimento strano mentre vado avanti con la lettura. Questo tuo personale Stand by me è di una tale disarmante sincerità che prende allo stomaco, di prima mattina, allo spuntare di quest’anno nuovo.. Non una parola di troppo, solo la luminosa meraviglia dell’infazia che inevitabilmente perdiamo diventando adulti nostro malgrado. Dio se ci manca ogni tanto quella pienezza di cuore che ci spalancava il cammino…..

    • grazie, lo struggimento è una buona guida. qualcuno quella pienezza ce l’ha ancora, il problema è il mondo degli adulti che la disprezza e la combatte.

  2. ottimo, questo (forse me lo ricordavo, è possibile?). riuscito lo sviluppo della trama, il bestiario infantile e credibile l’io narrante. particolare anche lo scarto tra il piano dei bambini e quello degli adulti, due mondi privi di punti di contatto (m’ha ricordato le inquadrature “dal basso” del primo mitico “gli invasori spaziali” del 1953).
    resto invece un po’ perplesso sullo sviluppo quasi nullo dei dialoghi (il racconto si presterebbe e udire la viva voce dei personaggi arricchisce sempre la narrazione).
    (occhio, refuso: un’animale)

  3. Bello davvero, grazie di avermelo linkato.

    Faccio un giretto sul blog 🙂

    P.s. Io pensavo che fosse sufficiente sposarsi per far nascere i bambini. Ti sposi e in automatico rimani incinta. Così, in automatico, pensavo.
    Poi la mia migliore amica delle elememtari un giorno mi dice che si possono fare figli anche se non ci si sposa. Che glielo ha detto il padre.
    Mica le credo io.
    Così torno a casa e lo chiedo a mia madre e le dico mica è vero…no?
    🙂
    E ho scoperto così come nascono i bambini.

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