Downshifting Chronicles (I) – Abitare e spostarsi

Da che ho coscienza, il vento del downshifting ha soffiato sulle mie prospettive. Era il 1968 quando i miei fecero la bella pensata di trasferirsi nel nuovo quartiere residenziale. Mio padre accese un ardito mutuo trentennale che fu come dare fuoco alle stive, un gesto che consegnò il nostro ruolo sociale a un’ambigua collocazione nella fascia sociale di quelli che hanno la villetta con giardino ma cominciano a sospirare già verso il diciannove del mese.

Ci mancherebbe, sono stato più fortunato di tanti altri, però a casa nostra i conti non tornavano mai, tutti intorno a noi scivolavano sulle creste spumeggianti del miracolo italiano, compravano macchine e scooter e cappotti firmati e biglietti aerei per invitare a settembre gli amici a casa alle serate di interminabili racconti e filmini e diapositive.

Noi si andava in vacanza due rigorose settimane ad Alba Adriatica, hotel Boston, si girava con quella mezza manica di macchina impiegatizia che era la 128, si comprava i vestiti una volta l’anno per tutti, in un’unica folle mezza giornata passata a sospirare davanti alle vetrine ricche di viale Europa all’Eur. Faceva tutto mia madre, calcolava e sottraeva e cambiava fronte del viale per avere maggiori parametri da incrociare.

Credo eseguisse grandi sforzi di immaginazione sull’effetto che avrebbero potuto fare a scuola i nostri pantaloni di Bises piuttosto che della Standa, o il fatto che l’acquisto di capi costosi avrebbe ridotto all’osso il numero di cambi possibili, come ci avrebbe costretto ad andare in giro con le stesse cose addosso per diversi giorni.

Avevo pochi anni, io, e altrettanto scarse domande da fare. Però il tenore d’ansia finanziaria mi contagiò da subito, in un certo senso. Le mie scarse paghette finivano in un cassetto che ritenevo sicurissimo, una specie di doppiofondo in un mobile bar di legno lucido come quelli trovi oggi invenduti nei mercatini di rigatteria. Amaro Sarti e Punt-e-Mes mi sembravano guardiani più che sufficienti, essendo destinati allo spolvero solo per far brillare le eventuali riunioni con i parenti.

Ma noi i parenti non li frequentavamo. Tra gli specchi lucidi dl mobiletto finiva solo la polvere, ma anche quel fattore fastidioso che non avevo immaginato, la lunga mano di mio fratello maggiore che aveva cominciato a farsi.

Cominciai a giocare a biglie con gli amici della piazzetta. Non so come ma conosco forse il perchè, nel giro di poche settimane divenni il rais del vicolo.

Giocavamo ovunque, le specialità di gara si moltiplicavano come le perdite dei derivati, giocavamo a: tombino, colpo secco, buchetta, muro, pista, rimbalzo, piazza libera, persino a pari o dispari ce le giocavamo, quando la febbre ci saliva veramente in volto.

Arrivai a stipare nei barattoli di caffè fino a settecento tra biglie italiane, americane, biglini e biglioni. E quel che è peggio fu che cominciai a prestarle a strozzo.

I tassi li decidevo io, e alla fine vantavo crediti quasi da tutti.

Bene, se ne può scherzare oggi, un mutuo trentennale acceso nel 68, con tutta l’ansia che ci mise, concorse a provocare la sua quota di nevrosi nei meandri ancora oggi inconoscibili della mia famiglia. Eppure, forse, quel gesto aveva ancora un senso nella società che eravamo in quell’epoca.

La schiavitù cui ci si consegnava col sistema del mutuo poteva in qualche anno essere compensata dall’avvio rapido al lavoro dei figli che crescevano.

Nel 1985, appena potei, mi separai dagli ambienti foschi della mia famiglia trovando un buon lavoro subito dopo gli studi. Nel frattempo, mio fratello aveva smesso da parecchio di taglieggiarmi il gruzzolo che tenevo sotto il Punt-e-Mes, e pure lui, malgrado la sua scarsa voglia, era stato fagocitato dal meraviglioso mondo del lavoro che avanzava. Crescevamo tutti, in maniera ancora sfacciata e priva di coscienza.

Alle nostre spalle in quegli anni, sulle sponde opposte dell’oceano, le Reaganomics gettavano le fondamenta del cambio di passo globale. Tutto ciò che di strategico finanziario poteva essere sregolato lo fu, in linea di massima si tornò a permettere ciò che l’esperienza della Depressione del lontano 29 aveva consigliato di regolamentare. Grandi concentrazioni di capitali cominciarono a fondersi, a ridursi in ceppi, in squadre, in comitati di accumulo e gestione dell’infinito panorama del capitale virtuale possibile che cominciava a prospettarsi.

Senza dilungarsi, ciò che interessa oggi è come tutto sia cambiato. Il lavoro sta sparendo, questo paese non ha una classe dirigente degna delle parole: progetto, pensiero, interesse comune. Sono curatori fallimentari, del nostro fallimento privato, per la precisione.

L’interesse comune oggi ricomincia dalle nostre mani, dai nostri pensieri, dall’impegno che ognuno dovrebbe assumersi innanzitutto per uscire dall’ipnosi collettiva che ci divide in cellule sparse, alla mercè del primo potere forte che si sveglia nei nostri pressi.

Cominciamo a ripensare l’Abitare, intanto, quella che è la dimensione fondante del nostro essere economico e vitale.

Ha ancora senso oggi, ci si chiede, condizionare pesantemente la nostra vita e quella dei nostri figli con una tassa esistenziale quale è quella di un mutuo? E per abitare in una periferia urbana, poi, soprattutto?

Sarebbe interessante girare la domanda a chi negli Stati Uniti, pur avendocela fatta a continuare i pagamenti, si è visto scoppiare in faccia il controvalore reale del proprio bene insieme a tutta la bolla finanziariamente artefatta.

Prima di rispondere, però, dovremmo andare tutti a fare un giro in tangenziale in una realtà metropolitana importante e significativa come quella di Roma, all’altezza dello svincolo dove si genera la A24, un qualsiasi pomeriggio che non sia venerdì.

Perchè di fine settimana non ci arrivereste nemmeno al tale svincolo, sareste bloccati a mezz’aria un chilometro prima, tra i palazzoni canaglia del Prenestino, dove su un paio di balconi sventolano gli emblemi della neo-pirateria antagonista, e la rinnovata Pantanella, dove affacciano i finestroni degli open space dei nuovi benestanti.

A est, Roma è cresciuta come un cancro. Da trent’anni lo SDO figura nelle carte di sviluppo urbanistico municipale. Una balla illuminista che nessuno racconta nemmeno più per la vergogna che fa.

Redistribuire le attività, eliminare i cento colli di bottiglia che una vecchia carampana come Roma impone giornalmente al traffico affannato della gente. Portare fuori i centri nevralgici, Ministeri, grandi uffici, viabilità, servizi, riempire il naturale spazio d’espansione che a oriente carezza la città quasi fino in centro.

Di questa grande pensata europea sono rimaste solo le case e i centri commerciali. Come polli di batteria i romani sono stati indotti a popolare una vasta zona ex-rurale che comincia qualche chilometro fuori dal GRA, stiamo parlando di venticinque chilometri di distanza dal centro nevralgico cittadino, più alcuni quartieri che sono sorti all’interno lungo la direttrice A24, dove le case costano già un 50% in più in misura dello sconto di passione pendolare che ti si fa.

A Tor Tre Teste, Tor Sapienza, La Rustica, Ponte di Nona, Castelverde, Lunghezza, Lunghezzina, procedendo in uscita, tra quando sei in fila col coltello tra i denti allo svincolo della tangenziale e casa tua, ci vuole tra l’ora e l’ora e mezza di gassoso transito allucinato, se non ci sono lavori o incidenti di mezzo.

Tutto questo è disumano. Ed è ancora peggio ciò che di umano sostiene questa ipnosi collettiva, le seduzioni con cui il mercato vince nei cuori della gente, tanto da trasferirla dove non capisce nemmeno a cosa va realmente incontro.

Parliamo di tassi d’interesse scontati (bruscolini), promesse di aria, di verde, di strade e servizi che saranno come fate morgane vestite da Sora Lella. Parliamo di Centri commerciali giganteschi, a Roma, pochi lo sanno, Bufalotta e Lunghezza sono al vertice in Europa.

Parliamo di Jacuzzi nel bagno, di videocitofoni, parquet, minchiate di domotica, antenne centralizzate in erezione perenne, quindici metri quadri di balcone perimetrale in faccia al vostro dirimpettaio, posto macchina e moto e qui sto.

Ancora ho presente lo spavento di una domenica pomeriggio di qualche mese fa. Ero alla Bufalotta, i parcheggi erano talmente vasti e livellati che avevo perso la macchina. Poi, uscendo, le frecce spalmate ovunque m’avevano intruppato in una colonna stanca di vetture che risalivano rampe, frenavano, ripartivano, in un lungo giro a spirale verso la luce che aveva qualcosa di demoniaco.

Su tutto, lo sbracciare assertivo degli steward (!) che ancorava la trance agli improbabili colori fluorescenti dei giubbotti di servizio, con tanto di numero di serie stampato in evidenza.

E’ chiaro che siamo vittime, e siamo anche e soprattutto colpevoli di autocarneficina, nelle scelte che ci facciamo imporre, nei modelli onirici in cui scivoliamo. E ciò che ci governa, mentre noi sonnecchiamo i giocattolini luccicanti e i modi d’essere che ci prospettano, lavora ogni minuto contro la nostra umanità, rendendoci la vita costosa e difficile.

Ma quanto costa realmente una maledetta Jacuzzi a Lunghezzina, un attrezzo che sei poi costretto a passarci le serate dentro, al telefono con gli amici, magnificandone le doti? E in quante di quelle conversazioni ossessive di status sei costretto a ricordare ogni volta tutto il rosario del posto moto, dell’antenna satellitare, del videocitofono per gli slavi eventuali che avessero voglia di girare per prati di sterpi la sera, persino di quelle tre ore che passi avanti e indietro in una Smart asfittica, perchè sei sicuro che tutte quelle notizie che t’imbottiscono dalla radio e ti tengono al passo l’avresti altrimenti perdute per sempre.

Dice bene Franco Arminio sul suo blog di Paesologia: l’Italia è una nazione di paesi, di piccole realtà. Se c’è un’anima che sopravvive, in questo decadente fustigato paese, è nei piccoli centri, nei borghi, nelle campagne, nelle realtà che la grande divoratrice globale sta sempre più velocemente marginalizzando, dove l’unicità delle architetture naturali e del paesaggio, spesso fino a ridosso delle città, hanno ancora qualcosa di buono e di saggio da indicarci.

Alcune realtà ci sono così prossime che qualcosa di sorprendente in noi ci impedisce di coglierle. Sulla direttrice nord di questa città, in Tuscia, ma ancora meglio in Sabina, un rudere di pietra con vasto terreno annesso costa quanto un’automobile di classe media, nemmeno troppo accessoriata. Rigenerarlo fino a renderlo grazioso e abitabile costa appena poco di più.

Alcuni comuni del Lazio, sull’onda dell’intelligenza urbanistica o solo delle necessità della crisi, stanno rendendo semplici e poco onerose le procedure amministrative che rilasciano l’abitabilità per il restauro di alcune di queste belle strutture di pietra abbandonate, già parte del paesaggio, che altrimenti finirebbero sgretolate dall’incuria e dal tempo.

Stiamo parlando del fatto che, a un terzo del costo di quel maledetto appartamento a Ponte di Nona che l’inavvicinabile borsino immobiliare romano vi costringe ad acquistare, comprate gli stessi identici tempi di percorrenza auto e treno che ci vogliono per rimanere aggrappati all’estrema periferia metropolitana comunicando con il centro.

Ma anche se vi costasse qualche piccolo disagio di mobilità in più, riabitare la campagna e i paesi dell’hinterland vi rende ricchi di una serie di risorse, innanzitutto finanziarie. Intanto vincete qualcosa come tra i cento e centocinquantamila euro per i successivi vent’anni di mutuo risparmiato. Potete talmente imbottirvi di investimenti in voi stessi e nell’istruzione e benessere presente e futuro dei vostri figli da poter cambiare vita tutte le volte che vorrete, se siete intelligenti e se vi interessa.

Per non parlare di come la natura e gli animali, la bellezza naturale dei paesaggi e i lavori dell’orto agiranno positivamente sulle vostre prospettive. E’ l’orto dei sogni che va riscoperto, quella parte d’umano che interroga l’intimo di se stesso piuttosto che i talk-show o le telefonate di raffronto con l’esperienza stressante, raramente socialmente appetibile, dei vostri simili, di sera.

Nessun piano regolatore vi dirà queste cose, nessun ragionamento collettivo verrà mai a spiegarvi che le città sono strangolate e si vendicano con le statistiche, uccidendo le persone con lo stress e l’impoverimento, la rabbia e la solitudine.

Dobbiamo rimetterci al comando individuale dello stare al mondo. Demandare ancora bisogni e aspettative e progetti alla solita guida collettiva è un atto di ostentata follia.

L’invisibile mondo dei paesi, delle piccole comunità italiane sta intanto vivendo la sua parallela, silenziosa veglia funebre. Chi scampa al fuoco delle fughe verso la città rimane col triste inabitato dei luoghi, delle colline che franano, degli edifici che si sgretolano, delle economie che appassiscono, delle umanità che per differenti versi, spesso alcolici, si spengono.

Mai come oggi, due parti malate del paese avrebbero il bisogno e l’opportunità di curarsi vicendevolmente.

Ci sarebbe un grande lavoro da fare, in questo senso, a cominciare dal risveglio attivo di ognuno nella voglia di trasformare la realtà quotidiana della scarsità in consapevolezza e azione mirata.

Il blog dei Paesologi è un buon punto di concentrazione dell’interesse, per iniziare.

Sostanzialmente, da quando smisi di grattuggiare la mia gioventù sugli asfalti dove correvano le mie ambite biglie, qualcosa m’ha sempre indotto a risparmiare il superfluo, a consumare le cose fino all’ultimo soffio di vita plausibile, macchine, scarpe, vestiti, elettronica, atteggiamenti, forse, pure.

Così alla fine, ci ho messo un sacco di anni, l’ho comprato quel rudere in campagna e ho scoperto l’acqua calda che mi scorreva a due passi.

La natura è magica, l’agricoltura, al di là del piantare un piccolo orto, un lavoro bellissimo e faticoso che richiede molta organizzazione. I paesani sono chiusi, i modi arcaici e ridondanti, il panorama sociale è quasi impenetrabile, per molti versi. L’esperienza è più complessa di come l’aspettavo e ci stiamo ancora studiando, io e la campagna. Se ne parlerà ancora.

Di una cosa però sono sicuro, lo rifarei, e anche se fossi un padre giovane in cerca di casa, mi impegnerei a convincere la mia famiglia ad abitare e muoversi e pensare la vita in una maniera diversa.

E’ troppo immaginare che un nuovo pensiero sociale collettivo possa scendere dall’alto delle nostre menti regnanti. La nuova utopia pratica da percorrere potrebbe iniziare da un riposizionamento abitativo ed esistenziale, dall’impegno a ripensare strategie di vita che non gravino troppo sulle grandi città, dal risparmio programmato come forma di guadagno che libera altri tempi e risorse.    

9 risposte a “Downshifting Chronicles (I) – Abitare e spostarsi

  1. Roma è un orribile cancro pieno di metastasi, ormai. Del resto, se ne parlò…
    Però. Sotto Amaro Sarti e Punt-e-Mes, davvero? Risento l’odore del legno impregnato di alcol, il mobile-bar a casa dei miei. Ieri ho buttato lì un “Cynar di Calindri” e due perle di ragazze over trenta mi hanno guardato confuse. Ahi ahi.
    Un abbraccio

      • All’epoca… già, “contro il logorio della vita moderna” (venivo lasciata davanti alla televisione accesa molto a lungo, per fortuna erano altri tempi)!

  2. Aggiungerei, per dovere di cronaca, che parte dei metri cubi del progetto originario sullo sviluppo di Ponte di Nona, inizialmente destinati a diventare scuole, ambulatori, posti di polizia ecc., sono stati riconvertiti ad uso abitativo per gentile concessione del Comune di Roma, in cambio di sostanziosi versamenti da parte dei costruttori; versamenti che (diceva il Comune….) sarebbero stati impiegati per ultimare la metro C. Ergo, Ponte di Nona è destinato a rimanere nei secoli solo un alienato dormitorio senza speranza alcuna di diventare un quartiere….. Mi sa che, appena ho un po’ di tempo, scriverò un “di cui” di questo tuo pezzo, dedicato alle viscere del megacentro commerciale…. 🙂

  3. tutta romana e metropolitana
    quest’accidia che nutre relazioni
    che modifica la passione umana
    nelle case nelle amministrazioni

    nell’apparenza di un’azione sana
    c’è una stasi di grandi proporzioni
    che affida al tempo come a una mammana
    lo svolgersi di basiche funzioni

    se per caso si ottiene un risultato
    in ritardo si avrà la sua reazione
    e in questo spazio tempo ormai sfasato

    vive immobile la conservazione
    fandonia del futuro programmato
    decadente e costante involuzione

    • Così. Ripopolare la decadenza, questo stivale ha già dato tanto, direi tutto, nei secoli. Che altro c’è: perdersi consapevolmente, rinascere negli universi paralleli.

  4. il consumismo ha consumato pure la nostra umanità. per fortuna, sta morendo. confido nell’era ancora in embrione, quando (solo per necessità, chiaramente) saremo tutti costretti a cambiare prospettive, valori, priorità. è solo una questione di tempo.

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