Ex in the city – Cronaca acida da una Milano bevuta

Mi perdo a Milano, c’è niente da fare, che vuoi che ti dica.

Sono trenta volte che vengo e ancora e mi perdo, sono madonnine private che vengono giù agli angoli delle vie del centro, mentre nei bar già i primi bocconi e morsi della sera cominciano a spadroneggiare tra i rumori di cassa e le tastate e le pose nervose in seconda fila su quei pavimenti appiccicosi di cose versate.

Alla fine, teletrasportato da qualche destino di custodia minore, dopo un lungo giro a vuoto, ci troviamo.

Precipito mani e braccia e schiocchi di guancia e valigette d’acciaio nei fianchi tra la folla che sgomita come un paralitico a Lourdes, sul bancone del Magenta.

Noi foruncoli giallini sulla brutta faccia di Milano:

Aperitivi. Stuzzichini. Amorini, Battutine, Segatine. Dichiaro ufficialmente che sono in trasferta a Milano per salvarmi l’anima calpestata. Pronti.

Andiamo.

La città sgargiante coatta arrivataci addosso in All Inclusive senza sapere un cazzo di niente, solo muovere il culo e divertirsi.

Siamo solo il Cartoon show del viaggio di due anni fa: Alex, Anna e Pimmy e Baba a Linz, presente col solo corpo astrale che intanto imburra la segale e sgronda Gin come un Padrepio avant-poppista.

Ma invece eccoci invadere la strada come una Prinz verde, Milano che cazzo, giriamo a vuoto su perpendicolari di rotaie, prendiamo e lasciamo circonvallazioni senza staccare un attimo la spina.

Fermi come bocce meditabonde, infine, a casa della Pimmy.

Vado a cercare il pallino che mi manca, mi sporgo dalla finestra e vedo pedoni truccati da Mel Gibson e Tina Turner che camminano sguardo rizzo al centro della strada, mentre macchine montate le une sulle altre sui marciapiedi copulano in un largo inquietante silenzio di lamiera.

Guardo in alto e becco invece uno schiaffone di grigio, una specie di opaco monoscopio che ti si trasmette all’anima, sale e pepe e fine delle trasmissioni.

Trasmissioni? Dici che? Nel senso di come sto messo con…? Ah ecco, eh!

E chi lo sa, ma ci penso stanotte, prometto, dopo Carosello.

Ho deciso che forse le mando una mail, che è meno impegnativo. Che non so nemmeno se la devo pregare o mandare al diavolo, l’ultima moneta che ho lanciato è rotolata in un tombino con un rumore di cazzo.

E la Pimmy che insiste. Insiste la Pimmy. Decide lei la scena, allora.

Mette tutti a sedere e fa: ma prendi me, allora! Tre anni da single che lo vedevo solo a mezzanotte, luminoso come Boris Karlof, tre volte a settimana, come un seminario di strozzini alla Bocconi.

Lui un maestro Zen, figurati, scopa bene e non soffre tanto, ha una moglie che ogni tanto lo bastona forte sulla piazzetta dei capelli, lui appare tranquillo e pacioso come un cummenda jap sovrappeso al club delle minorenni con giganteschi occhioni.

Mi tromba come se fossi un Manga.

Ma ora noi, tuttinsieme, e altri ancora aggiunti nel percorso.

Metti una sera recuperata sui Navigli, ti scazzi e t’allontani un attimo per raccoglierti. C’è locali che sbraitano gente, c’è gente alcolica da una parte che schiamazza appoggiata alle ringhiere e guarda il fango nel canale, che l’acqua è un concetto dispendioso, di luglio.

Intanto scialacquare la notte a iosa, ci scassiamo di risa e brutte sigarette austriache e anticipi di enfisema. Tiriamo fuori la tosse vera, facciamo dentro fuori da chilometri di locali, visitiamo sguardi e scollature e toilettes, stringiamo amicizie con tavolini e vini e cassiere sboccate, facciamo cose come ragionamenti decisivi e pose e gesti e tutto appare perfettamente fuori di noi, in esclusivo, delicato rallentì.

Facciamo solo finta di fingere sul serio, non scherziamo.

Mi guarda la Pimmy, fa fatica a vedermi ma in qualche nostra unica maniera mi comprende. E dà un sorso all’acqua minerale, un altro all’Averna, un terzo a pensieri che di labbra non usciranno mai.

Mi domando se è solo la densità alcolica della serata o siamo sempre e soltanto fasci di messaggi senz’ordine. Se ci ricomponiamo per miracolo o per volontà o per Gesù e spinelli. Se è davvero così scontato alzarsi ora sorridendo a molteplici sensi, ultima sigaretta austriaca addosso alle macchine in divieto di sosta.

Torniamo a casa slittando su rotaie umide. Navighiamo a impulso sotto Porta Venezia e Porta Romana, ma porta anche tua sorella, se vuoi.

Poi Anna che pattina sul lucido del loft, illustra i pieni e i vuoti e quella nostra arietta di samsara impudente, tutta la salvezza immateriale che ci sta intorno e la nostra faccia di tolla da circo occidentale indifferente.

Facciamo tutti un giro di telecamera digitale, ci ridiamo addosso nel quadratino stretto del visore e poi a mezzanotte la Sacher, la Sacher, mi raccomando, cerchiamo di non scavarcela vicendevolmente.

D’improvviso cadiamo giù senza la sveglia.

Presto un’altra alba e raschi di voce. Tosse e Sacher sopravvissuta a gite solitarie sonnambule molto dopo Carosello. La sensazione fastidiosa di essere in ritardo su tutto.

Arrivederci e altre trasmissioni, punto linea zero uno.

Vado via testa bassa, benchè baciata da amori di amicizie. Salto fischiettando sul Taksì e mordo una specie di amarezza tignosa, dura a morire. Ma ci spruzzo sopra il meglio della felicità spaginata che riesco a radunare.

E non mi ridarò il trucco per salire sull’MD80-Super dove i manichini delle hostess illustrano come salvarsi quando tutto è perduto.

Ma noi speriamo che il volo vi sia piaciuto comunque, che vorrete volare ancora con la trasecolata compagnia.

Perché siamo tutti in fila e in piedi nel corridoio pressato, pronti a vomitarci fuori nel Finger di Leonardo da Vinci. E giacchè ci muoviamo tutti, managers e firme e calze a rete e compiuters e telefonini e Io, scazzati e sonnolenti, quasi quasi la mollo…ops…ma si la mollo, vai!

Tanto messi così è praticamente impossibile rintracciare l’epicentro.

Ecco adesso sono quasi felice, credetemi. Non conosco altre versioni ufficiali, se qualcuno non è d’accordo si rivolga pure all’ufficio legale che tutela gli interessi della mia immagine, porca di una vacca.

Sono felice e leggero.

Altrimenti dovreste spiegarmi com’è che mi fermo sulla moquette degli Arrivi a cogliere tutta l’incombenza di quella bisteccona franata della Ferilli truccata da troia, incastrata tra due finestroni giganti su cui batte dura la pioggia.

Coi denti serrati, che non rilascio dichiarazioni, non ho dormito affatto e ho la gola presidiata da una brutta bronchite austriaca, in silenzio, ma più o meno farebbe: Scusa cara, ma non era che la donna mediterranea fosse un incrocio tra una santa e una puttana?

E chioserebbe: Perchè. Perché oggi, solo puttana…??

7 risposte a “Ex in the city – Cronaca acida da una Milano bevuta

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