Psycho 3000 (I) – Se incontri Freud per la strada, uccidilo

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Esistono miliardi di rappresentazioni del mondo, una per ognuno degli esseri umani che calcano il suolo terrestre, a non voler pensare ciò che la realtà proietta nelle menti degli altri animali o ancora, tra le bradipe coscienze dei vegetali.

E’ difficile credere all’oggettività esterna dei fatti, c’è sempre un’emozione-percezione personale che deforma la sostanza.

Bisogna pensare l’universo intero come campo di applicazione dell’immaginazione. Dal punto di vista del soggetto, il mondo si ricostruisce infinite volte tra tutte le notti che andiamo a dormire e le innumerevoli mattine che ci risollevano alla luce.

Gli sciamani dell’America centrale, da tradizione, continuano ad attendere il sorgere del sole dagli speroni di roccia sulle montagne, convinti che solo la loro presenza assidua e carica di devozione permetta alla stella della vita di issarsi fino alla sommità celeste.

Fa anche sorridere, come la storia umana sia un ciclico ripetersi di acquisizioni e perdite di consapevolezze, di infinite riscoperte di luoghi, di conclusioni che giungono allo stesso punto dopo viaggi diametralmente opposti.

Questo reportage inizia fisicamente dal vagone di un treno in corsa nella lunga galleria dell’immaginazione.

C’è una voce profonda alle mie spalle.

Io mi trovo sospeso ai limiti della galassia, sono puro pensiero che esegue, senza un filo d’emozione accanto.

Muovendo di taglio un’enorme fascio di luce che ho nelle mani disintegro un intero sistema di pianeti scuri, governati da un gigantesco sole d’ombra.

La voce riconnette ciò che sto facendo a un filo di significato che non seguo, parla col mio inconscio, esegue operazioni metaforiche mentre io sono totalmente altrove, intanto continua a fornirmi indicazioni.

Mi viene detto di andare a cercare me stesso in un’altra esistenza, in una vita precedente, probabilmente.

Passa un istante e il mondo si ricompone.

Da uno sperone di roccia in alto guardo una larga vallata incassata tra le montagne.

Vedo le lunghe colonne di fumo che salgono dai villaggi e il fuoco che li arde come fossero cerini.

La fitta di dolore che provo mi stordisce, il giudizio critico l’ho sospeso un quarto d’ora fa.

Ciò che so ora di me stesso è solo l’infinito rimpianto che mi coglie a pensare che la vita dello spirito mi ha portato a isolarmi quassù.

La mia famiglia viene trucidata a valle, brutalmente, da una guerra arcaica di bande che spostano il confine sul territorio.

Quel treno di immaginazione guidata correva dieci anni fa.

Non so quante volte ho ripensato lucidamente a tutto questo, nel tempo che è trascorso. Non so nulla di pianeti né di vite precedenti, non m’interessa nemmeno saperne di più.

So per certo, invece, che il preoccupante sintomo che avevo sviluppato si ridusse ed eclissò in poco tempo grazie anche e soprattutto al viaggio in cui quella voce esperta mi seppe guidare, all’esperienza sensibile che feci, che ancora oggi sento parte reale della mia vita come uno qualsiasi degli altri passaggi decisivi della mia esistenza che si sono svolti nel piano della realtà.

Fu Sigmud Freud stesso a scoprire, o meglio a riscoprire, che investigando l’inconscio delle persone si attualizzavano memorie di episodi mai avvenuti realmente.

Complessi, sporcizie, allucinazioni, il vecchio professore narciso e cocainomane gli dava sotto a categorizzazioni negative e pruriginose, si sa. Così non capì una beneamata di quel po’ di velo di sostanza umana che aveva sollevato.

La faccenda incredibilmente interessante è che la mente umana è in grado di generare realtà mentali parallele in cui i fenomeni accadono realmente.

E può usare queste realtà auto-virtuali per riscrivere il proprio passato, orientare il futuro, provocare attivamente il proprio benessere.

E’ esattamente questo il riflesso divino che dorme dell’uomo.

Così come, nel rovescio dello specchio concettuale, l’universo è uno sconfinato esercizio di immaginazione pura.

In oriente è risaputo da millenni.

Ora, se c’è un problema a mettere in moto questa enorme potenzialità, è solo quanto stupidamente, nelle culture occidentali, la mente rappresenta di solito se stessa.

Cresciamo nel mito scientifico delle vaste potenzialità cerebrali che non usiamo, ma nessuno ci insegna mai come coltivarle e svilupparle.

Da che si emette vagito al mondo, c’è sempre qualcuno più adulto di noi che ci prende da una parte, metaforica o meno, e ci spiega e ci rispiega la banalità dell’uomo, la ristrettezza del suo pensiero, quei pochi schemi necessari al galateo dell’esistere.

Le persone pensano e costruiscono una realtà limitata, definita dalle nevrosi culturali ed educative del proprio tempo. Le vite di tutti sbagliano al mondo secondo pochi schemi precisi. Le donne continuano a incontrare l’ombra del principe per tutta la vita, gli uomini a incaponirsi coi puntelli di genere, con le partite e le donne oggetto.

C’è chi per anni attraversa le stanze dell’analisi senza spostare di un metro il centro dinamico della propria esistenza, sa tutto sul vissuto emozionale indotto dalle figure genitoriali nel proprio passato ma ha perso di vista se stesso, i propri bisogni prossimi, il futuro cui aprono i desideri, se solo ti degnassi di ascoltarli.

Si diventa facilmente topi da biblioteca dei contenuti, si passa la vita a categorizzare il bene e il male di se stessi senza capire che il dolore, il disagio e il benessere, il cambiamento sono sostanze dinamiche, prodotti di una mente nell’istante presente, e dal presente possono essere manovrati, ad avere in pugno un corretto libretto di istruzioni per far funzionare “la macchina” cerebrale.

Non c’è alcun contenuto passato da “riparare”, non esiste alcuna ricetta esistenziale che prescriva necessariamente la medicina di tuo padre e tua madre per anni dal meccanico dell’anima.

La nuova medicina dell’anima è un radicale mutamento di paradigma: si deve abbattere la distanza siderale che intercorre tra terapista e paziente, tra conoscenza esperta, da una parte, e sofferenza dall’altra. La mente dispone di strumenti e strategie per provocare una depressione così come per risolvere dinamicamente qualsiasi difficoltà, questo è il nudo dato scientifico.

Il simile cura il simile, la mente può curare se stessa, è nelle condizioni ideali per farlo, anzi, perchè le sue parti sane e malate condividono strumenti e linguaggi operativi, certamente più che un medico laureato e un paziente addolorato di fronte.

Si fa meditazione per imparare a osservare quale mare in tempesta possa essere il flusso del contenuto dei propri pensieri, per apprendere a separarlo dall’intima coscienza di sé.

L’esperienza del vuoto, della disidentificazione dal proprio dialogo interno, è già di per sé terapeutica, è la cura basilare che la mente riserva alla mente.

Con un passetto indietro, torniamo ora alla fine degli anni sessanta.

Mettiamoci in California, per esempio, facciamoci passare tra i capelli le ultime correnti di pensiero creativo che hanno agitato il mondo occidentale.

La cura dell’anima nei ricchi paesi dove tramonta il sole appare un percorso lungo e incerto, dai costi altissimi, un veicolo che può essere appannaggio unico delle classi sociali superiori. Il processo analitico e tutta la conoscenza dell’uomo da cui deriva è racchiuso nelle mani di pochi professionisti esperti, i quali appoggiano il senso del loro operare su teorie concepite da menti di altre epoche.

E tutto questo dorme negli alti scaffali delle diverse scuole di specializzazione, si fanno ancora vasti convegni e guerre di posizione concettuale tra famiglie del territorio paradigmatico.

Mentre l’uomo sociale medio continua a essere travolto esponenzialmente dai malesseri della modernità.

Ecco, in quegli anni, su quelle spiagge, c’è qualcuno illuminato dal genio della semplicità, della nuda pratica, che pensa a tutto questo.

E decide di cominciare a sperimentare come funziona l’anima gettandosi dall’altra parte dello specchio analitico, beffandosi di ogni teoria.

Il piano sperimentale della ricerca che Richard Bandler e soci mettono su è di un’ambizione prodigiosa. Intendono tradurre le prassi terapeutiche di Milton Erickson in “regole” di come funziona nell’uomo il processo del cambiamento, della guarigione terapeutica.

Centinaia di ore di psicoterapia individuale vengono filmate, categorizzate, analizzate in ogni dettaglio linguistico, para-verbale e non-verbale del campo esperienziale condiviso da terapeuta e paziente.

Corpo, parola, emozione, retorica, gesto, vengono ridotti a codici, a ridondanze, a sequenze di processi che generano esiti, piacevoli o spiacevoli, funzionali o meno.

La geniale squadra di Bandler e soci non sta facendo altro che applicare il modello scientifico alla comunicazione umana, con una consapevolezza problematica del campo d’osservazione che non è azzardato accostare a quella dei fisici quantistici.

E’ chiaro che il paradigma d’osservazione che si applica ai fenomeni determina tipo, esito e quantità delle esperienze osservate. Non è una teoria quella che si cerca, piuttosto un modello operativo della mente umana, un sistema certamente complesso ma che possa essere disegnato attraverso snodi semplici da concepire e manovrare.

L’obiettivo è rendere accessibile la leva del cambiamento a chiunque, disegnare processi e strategie della salute mentale fuori dai lunghi e costosi musei dell’anima delle psicoterapie tradizionali.

Ecco allora le chiavi del vostro benessere: il terapeuta del terzo millennio dovrà sapervele insegnare e, soprattutto, consegnare in mano, piuttosto che farvene sentire il costoso tintinnio per lustri, mentre state sdraiati sui lettini del potere terapeutico che dorme alle vostre spalle.

Questa era la sfida e la rivoluzione per cui Bandler si preparava, all’inizio dei luminosi anni Settanta. 

1.Continua

13 risposte a “Psycho 3000 (I) – Se incontri Freud per la strada, uccidilo

  1. Intrigante e affascinante l’argomento, fin qui condivisibili in pieno le tue osservazioni sull’incapacità tutta occidentale di liberarsi del “libretto d’istruzioni”. Aspetto il seguito…. 🙂

  2. nell’ambito della musicoterapia Bandler è conosciuto e apprezzato.
    i dolori dell’anima non sono una malattia da curare. è che noi ospedalizziamo tutto, teniamo “sotto controllo” la vita sistemandola negli scaffali delle categorie e delle spiegazioni razionali.
    La sicurezza a tutti i costi, quella che James Hillman chiama “la cultura dell’airbag”, ci ha allontanato troppo dalla nostra stessa natura, dalle nostre emozioni al punto di non saperci stare più dentro; dalla nostra anima, i cui dolori sono inconsapevolmente autoinferti. Ancora una volta, il problema è prima di tutto “culturale”.
    Attendo il seguito del post, l’argomento è veramente interessante.
    🙂

    • Giusto, i dolori dell’anima non si curano, anzi, come ha ben spiegato quel geniaccio di Hillman appunto, vanno tirati fuori e consegnati all’identità del daimon che ci possiede. Ho usato l’accezione impropriamente.
      Il problema è certamente culturale, e politico, non ci scordiamo. Le scuole di Psicanalisi internazionale, per non parlare di quelle medico-psichiatriche, sono poteri forti che muovono interessi.
      Bandler e la PNL sono già stati massacrati concettualmente e mediaticamente, di lui è stato detto di tutto, che è un pazzo violento etc.
      Il “tecnicismo” riduttivo di cui viene accusata la disciplina è un puro atto di disonestà intellettuale. Nella maniera in cui concepisce la mente, la PNL mostra diversi parallelismi col pensiero Buddista.

    • Oltre la metà abbondanta della propria vita Jung ebbe a dire: “meno male che sono Jung, e non uno Junghiano”.
      Una provocazione, lui finì la vita facendo studi per cui veniva preso in giro dall’entourage medico-psycho dell’epoca, la Sincronicità e i lunghi viaggi che fece a cercare l’Anima della Terra presso sciamani e altre culture primitive.
      La conoscenza non si ferma mai, voleva dire lui, così il suo pensiero integrato nel mainstream analitico ha portato un quanto di verità e saggezza senza cui la psicanalisi si sarebbe estinta presto.
      Ma lui era già oltre, interessato a molto altro.
      E’ stato Jim Hillman l’unico figlio concettuale che ne ha rasentato la statura geniale.
      baci a te

  3. Mentre leggevo, la mia mente pensava a Milton Erickson, come se in qualche modo il mio cervello fosse già arrivato alle righe dove parli di lui e Bandler senza che gli occhi le avessero lette.
    Il misterioso potere dell’inconscio.

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