Ultimo fuoco a Genova – La destrezza necessaria

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Ogni volta che scendo dal treno faccio questo gioco.

Apro il portello pochi secondi prima che la vettura si arresti completamente, azzardo un passo sui gradini di ferro e salto, godo dalla discrepanza dinamica tra me fermo e la terra che mi viene sotto.

Tra me che sbuco da una vita laterale e tu che mi aspetti in qualche città che sta quieta, fuori dalle rotte. La nostra città priva di luogo che si sposta su e giù per l’Italia, secondo le convenienze dei miei incarichi di lavoro.

Tutti i nostri anni chiusi in un piccolo cumulo sporadico di sabati e domeniche e lunedì, ci pensi? Se qualche volta di notte giro gli occhi e guardo dietro e sento dentro, trovo i nostri passi che ci inseguono in miracoloso bilico fra due vite che scorrono larghe e indipendenti da noi, che poco ne vogliamo sapere.

Eccoci, dunque, mentre sbuchiamo di corsa da un nulla e ci cadiamo incontro come necessità improrogabili, in testa a un binario, un assalto di valige ci colpisce duro ai fianchi.

Abbiamo labbra esperte su cui muore ogni circostanza che non viene da questo preciso istante, muore ancor prima di essere concepita per lasciare spazio ai baci, ai rumori di stazione in mezzo a una folla ottusa a Genova, a Messina, a Brindisi.

C'era quasi sempre un mare dietro le nostre quinte, a mantenere un'ombra vigile sull'orlo degli amplessi.

I primi anni provavi a chiedermi, cose normali come quando, dove, come.

I primi anni ti sollevava la certezza che le circostanze fossero semplici, che presto mi avresti perso, forse.

Era tanto tempo fa, tempo che ha impresso una curva semplice ai nostri movimenti, la fatica minima delle cose che tacciono, che si destinano.

I primi anni erano slanci fuori da ogni consuetudine stabilita, la ricerca di un nodo di parole cui ancorarsi, inventavamo storie per impedirci di morire. Come quando per farmi una sorpresa venisti a cercare le origini nella mia terra a sud.

Fu mia madre a raccogliere quel tuo gesto a modo suo estremo, di coraggio che intende sparpagliare la sorte.

Mia madre certamente ti sorrise e ti riempì d’attenzioni.

Disse che non c’ero, che non venivo quasi più, che non sostavo mai troppo a lungo.

E non la smise per un pezzo di ciarlare della mia professione, dei camici bianchi e dei convegni, delle fondazioni e dei viaggi e perfino del governo della nazione, di quanto mi costava il tutto. Questo scommetterei.

Poi, mentre già un’ombra doveva cominciare a raggrinzirti la fronte, passò ad elencare le mogli e i figli, ne fece un numero spropositato come un tumore, un numero triste, ingigantito dalla follia, che ti ricacciò ogni domanda in gola.

E’ stato quando ti ho vista piangere in silenzio, poco fa, la fronte appoggiata allo specchio del bagno, l’ennesima stanza da abbandonare alle spalle, è stato in quel momento che ho deciso, mentre ordinavo le valige, è stato per consunzione.

Sono andato alla finestra e ho valutato la distanza del fronte nuvoloso che caracollava dal mare.

A cosa servono gli amanti, sbocciati come fiori intoccabili al di là del tempo, questo mi è sembrato d’improvviso evidente.

Genova è una città difficile, direbbero le pause tra le parole nelle nostre piccole voci di notte, ad ascoltarle bene. A guardarla da mezza collina attraverso i fronti di umido fin dentro i vicoli e verso il mare somiglia a un fradicio rimessaggio di vite, a un teatro per processioni di esistenze che avanzano mezzo trattenute e mezzo di corsa, il più delle volte rasente i muri.

Genova è una città dove è difficile guardarsi nel fondo buio delle vetrine, dove se insisti a strizzare gli occhi, alla fine, riesci sempre a trovare qualcosa di marcio che ti fa rabbrividire, o esistere se vuoi, se non credi che passi una sostanziale differenza tra le due cose.

Stavo per dirtelo con le parole, pochi attimi fa.

Ho mosso le labbra, ho visto un diverso me staccarsi per un attimo dalla mia carne e raggiungerti a passo di corsa in fondo al vicolo che scende verso la stazione. Sembravamo felici. Io stringevo la pistola come una tua piccola mano calda, con il pugno affondato nella tasca.

Di qua siamo rimasti fermi sul posto, nella stessa stanza con un taglio di luce obliqua nel pomeriggio inoltrato. Fermi come da dieci anni, miracolosamente salvi.

A Genova dunque, lasciamo la stanza, riprendiamo i documenti, cominciamo a camminare in silenzio tenendoci la mano per brevi tratti, svoltiamo gli angoli in discesa su cui il vento mena i suoi fendenti, ci separiamo a momenti per ripararci un po’ dalla furia dell’aria che sembra volerci strappare i vestiti di dosso.

Se non fosse per il rumore delle raffiche, per il tuo leggero tirar su col naso, un silenzio ostinato che viene dai portoni, che sale dalle cantine ammuffite, ci trapasserebbe da parte a parte.

Le parole che si allontanano fanno si che i miei passi rallentino.

Per stradine laterali la città azzittisce, fa come un cerchio solenne intorno, mentre è il fuoco alla fine che l’avrà vinta su tutto, anche questo mi appare una circostanza stanca.

Come ogni volta da dieci anni a qui.

Avrei dovuto accompagnarti in stazione, avrei dovuto stringerti la vita come una promessa, per levarti il fiato, e andare via subito perchè gli addii mi fiaccano, e cambiare albergo, cenare da solo, dormire una notte in più.

Avrei dovuto muovermi domani, questo è stato il piano di sempre.

Invece siamo qui che camminiamo controvento, poco prima di svoltare in piazza Acquaverde, più o meno all’ora in cui il mio incarico scende in strada tutti i giorni per raggiungere il suo garage.

Andiamo a piedi, ti ho detto uscendo dall’albergo, abbiamo valige leggere come l’anima noi due.

Guardaci ora mentre ci accostiamo come una coppia qualunque, solo un po’ più meditabonda, alle vetrine panoramiche di una sala da the che sembra un’esposizione delle più trite vanità borghesi.

Potremmo mai confonderci noi due nel folto di una vita che esiste solo come replica di un già visto, di un troppo amato?

Sapremmo tacere l’origine, la pena?

Aspettami qui tre minuti, queste precise parole alla fine ti dico, mentre con un movimento sinuoso ti accomodi a un tavolino fronte piazza da cui ti sarà impossibile perdermi di vista.

E io mi allontano con la destrezza necessaria all’assassino che sono, gonfio del peso di cose decise che non ci graveranno più.

11 risposte a “Ultimo fuoco a Genova – La destrezza necessaria

  1. scatole cinesi a Genova! occorrerebbe sciogliere le frasi-nastro a intreccio giallo, aprire le scatole-paragrafi a memoria, scartare le parole polverose trovate dentro l’ultima, per ritrovare forse l’anima tua, timidamente seppellita sotto tanti strati di invenzioni. ma in fondo che m’importa di raggiungere il nocciolo vero, lo struggimento tuo autentico, è confezionato così bene il pacchetto che lo gusto senza chiedermi altro. (e questa Genova è imperdibile) ml

  2. nemmeno io lo capisco e nemmeno il legnani capisco, come fa a trovare sempre il bandolo della matassa. e te, che giochi a un, due, tre, stella! ma a genova sono stata piena di speranza e perfino felice, i soliti attimi. quel marcio che consente di esistere, sì.
    è bello senza riserve, atmosfera che non si può afferrare.

  3. complimenti… per il racconto e le immagini evocate in un genovese che ama la sua città… anche nel marcio che si nasconde e lo vedi solo strizzando gli occhi o annusando l’aria che arriva dal Porto 😉

    emanuele

    • non ci crederai, è un mio cruccio, ma a Genova non son mai stato se non di passaggio in autostrada.
      me la immagino come una delle città più fotogeniche d’italia e sono anni che medito blitz con obiettivo al collo 🙂

      • hai suoi angoli che tolgono il fiato… i vicoli bui con le lame di luce che scendono dall’alto… i monti dietro al mare blu e bianco d’estate… i suoi cieli grigi e poi blu spazzati dal vento forte… ha il suo perchè con le strade in salita e le discese a rotta di collo e la gente, chiusa come i suoi caruggi… ma tutta da scoprire 😀

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