A volte ritornano – La torbida vicenda di un cornetto indemoniato

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Fa bella figura di sé, il Bar-Tabacchi incriminato.

Siamo in provincia, dove il vintage sgomita fianco a fianco con l’allucinazione moderna, sicchè devi aspettarti di entrare nel locale passando sotto un’insegna a Led stroboscopici posta accanto a una vecchia pezza pubblicitaria semi-pericolante del Punt-e-Mes.

Questo Bar, in genere, occupa un non-luogo all’entrata o all’uscita di un paesucolo qualunque, tipo quell’assassinio urbanistico che è Monterotondo Scalo, una brutta gettata di palazzi fra tre semafori, lungo la SS4, roba concepita per rompere il cazzo ai pendolari che fanno su e giù tra città e provincia, ma anche per rovinare l’esistenza agli indigeni, costretti ad affacciarsi con prole speranzosa sul traffico gassoso da un balcone tristissimo al secondo piano da cui è scappato anche il rosmarino, evaso in piccoli baccelli verso i campi sulle ali sapienti degli zanzaroni che planano dal Tevere.

Tu hai finito le sigarette, o devi fare colazione, metti la freccia e accosti e sei contento. Le disarmonie ti attraggono, gli ossimori ti sollevano.

Saluti festosamente la giustapposizione antropo-delirante di una banchista dell’est secca come un pomodoro calabrese, sorriso sbieco da accoltellatrice di vicolo, e di una cassiera locale vasta e fintaccogliente, una che se facesse la dieta del digiuno avrebbe una quinta di reggiseno, figurati ora.

Una che mentre ti chiede cosa prendi sta già spettegolando altrove sicchè tu ripeti: un caffè e un cornetto, sei o sette volte. Ma va bene così.

Sai che il rischio è altrove, precisamente dietro la vasta vetrata delle paste. I lieviti fanno sempre la figura lucida delle mezze entreneuse, belle son belle, ma ci sono spesso grossi dubbi sulla moralità profonda della pasta interiore.

Provi a scegliere il minore dei mali: un cornetto semplice, o tuttalpiù un fagottino alla mela, che tanto sai che il caffè è già perduto, così concepito com’è con i fondi dei fondi bruciati della settimana prima.

Sei disposto a pagare e sei contento pure di questa colazione bruciabudella da camionista che ti dà agio di entrare in un mondo laterale di accenti e luci fesse, di varichine appena passate, di grattaevinci fortunati appesi intorno alla macchina del caffè che sbuffa di bruciacchiato e le prime pagine storiche del Corriere dello sport ostentate come titoli di laurea.

Mangi e bevi fotografando quello che di pittoresco ti spetta in cambio.

Al momento dei saluti urli un graziarrivederci dei tuoi per verificare come ogni volta che sei fuori lunghezza d’onda il bar ti restituisca in cambio solo il silenzio dell’indifferenza, a rimarcare la tua presenza indebita. Sono le volte che alla cassa ti guardano con sospetto, ti mettono lo scontrino fiscale fin sotto il naso con gesto ostentato.

Bene, la vera storia comincia qualche centinaio di metri oltre, precisamente dove la SS4 abbandona i lamenti post-urbani dello Scalo per inoltrarsi in una serie di rotonde stradali da alcolista all’ultimo stadio. Il giorno che non passa nessuno e riesci a prenderle tutte e tre di filato, avanti e indietro tra destre e sinistre, la bocca dello stomaco non ve le manda certo a dire.

All’uscita di questo shaker cinetico senti che qualcuno ti sta chiamando dall’intimo di te stesso, qualcuno che hai già capito chi è e non avresti voglia di star punto a sentire.

E’ il cornetto che citofona. Si. Quell’ardito mucchietto di farine e lardi spennellati, quel soufflè di fetidi aromi naturali che comincia a ricordarti della propria esistenza facendoti il solletico all’esofago.

Dunque, il destino esistenziale di un cornetto dovrebbe essere la trasformazione di un’energia, la fornitura di un quanto vitale, un’equazione della relatività gastrica che non lascia segno, solo dinamiche future, solo spleen di alacre pasticcere.

E invece no.

Tu guidi fiducioso e lui sta lì, si oppone alla transustansiazione del proprio Dharma, insiste nel chiassoso Karma, fa a cazzotti con i principi della Buddità. E comincia a chiamarti per nome, dà fuoco alle pareti gastriche, esplode come un folle talebano, come i cavoli a merenda tra le papille che, ahiloro, sono gustative per definizione.

La giornata corre veloce, la tua attenzione mille volte rapita dagli oggetti umani e non-umani più strambi. C’è la crisi e forse la tua sedia è a rischio, c’è l’allerta neve e l’allerta particolato, i colleghi son scollegati e ni tempi s’allungano ma te, tu, mille volte qualcosa ti riporta a un brutto livello d’animalità incosciente.

Quella vocina che da gastrica minaccia di evolvere in gastrointestinale e che lagna più o meno in tal modo:

Ascolta. Sono il tuo cornetto, che diamine!”

…”

Quello che t’è stato passato dall’accoltellatrice di Monterotondo, dai, quello che hai costretto ad un amplesso viscerale con il caffè bruciato, santiddio!!”

… …”

C’è che allora prendi una coca-cola di garanzia, fai una veloce passeggiata e qualche saltello così, per aiutare le funzionalità parasimpatiche a sciogliere il bolo, e la storia sembra avviata a compimento.

Ti dirigi allora, pieno di rinnovate speranze, a un pranzo leggero, fatto di pesce e verdure e puja fumiganti alla grande ruota della vita che tutto trasforma, al santo patrono dei pasticceri che, più del bosone di Higgs, aiuta il bilancio energetico dell’universo.

Verso le cinque di pomeriggio tuttavia, d’improvviso, dentro un singulto che lasciamo stare, ricompare quella dannata voce:

Bastardo, io non ci volevo nemmeno venire da te…”

E non ammetto giustificazioni sullo zio strutto, sulle farine dalla moralità dubbia, sulla feroce arte della lievitazione chimica.”

Esistono innumerevoli quesiti senza risposta, al mondo.

Certo che se lo lasciassi esprimere compiutamente, lui ti direbbe che a vent’anni digerivi ogni porcheria ti si parasse di fronte. Ma tant’è, hai deciso che vent’anni te li senti ancora tutti, e soprattutto che non si discute una faccenda del genere con un cornetto di un bar laterale e sfigato di Monterotondo scalo.

Ceni a patate e zucchine lesse non tanto per bontà d’animo, ma solo per non dover essere di nuovo messo di fronte a quella cazzo di vocina che ti muove contro le vaste legioni del senso di colpa.

E’ finita, ti dici sottovoce, così te ne vai a dormire e ci metti sopra un Alka-Seltzer di conciliazione Karmica.

Poi la mattina ti svegli, ti stiri, ti sbarbi, fai una colazione leggerissima, canterelli distratto e ti colleghi.

Trovi un poke, tre mi-piace, due commenti e una richiesta d’amicizia.

E’ così che va il mondo.

Il cornetto di Monterotondo vuole stringere amicizia con te.

12 risposte a “A volte ritornano – La torbida vicenda di un cornetto indemoniato

  1. Che vita travagliata per un povero cornetto di provincia, finito nello stomaco di un signore di città. (Prova a metterti nei panni di quel cornetto, che pensava di essere cosa gradita e invece si è sentito rifiutato). Regali sorrisi

    • Jennycat, un non bellissimo film di Castellitto è il commento più bello che ho mai ricevuto in anni di imbratta-html, felice che il cornetto ti abbia parlato, gli dico sempre di uscire e farsi degli amici.. 😀

  2. non so se l’ai ri-scritto,non mi pare. a me la rilettura ha giovato, mi era sembrato insormontabile, adesso mi scorre che è un piacere. ma tu non l’hai riscritto, quindi sono sempre gli occhi di chi legge, a tradire. e poiché il tradimento è svelamento, è (quasi) perfetto.

  3. oh!
    ahahah
    latte di soia e gallette di riso forever…
    però…
    non sapevo del potere allucinogeno del cappuccino con la brioche
    🙂
    e penso ai trafficanti colombiani di croissant…
    baci

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