Profumo di donna

0hotel-piazza-navona1

Hai una passione per i teatrini di ombre, per i leggeri odori di marcio che svaporano dalle cantine, come certi vicoli stretti della Roma antica che sopravvivono in una luce fioca, oltre le stagioni, a cavallo del tempo che conserva l’immagine deformata di ogni cosa trascorsa.

Trent’anni fa in una notte di cui non andare troppo orgogliosi, su un paio di queste panchine di memoria tra vicolo de’ Soldati e piazza Navona, siedono ancora vagamente accorati i golem di me e Angela, la mia amica detta: il mostro del Portuense.

So che sono lì, raramente allungo ancora le mie camminate in centro, sarà qualche anno che non vado più, ma sono sicuro che resistiamo ancora intatti in quel luogo di memoria elettiva, buttati entrambe, rovinosamente, giù per la nuda terra.

Angela era quel genere di donna di cui avresti detto: interessante, un tipo. Magra, capelli lunghi ricci, agile e nervosa, più che un sesso semplice, sudato al limite, induceva a desiderare una danza di seduzione perenne, giocata in punta di fioretto mentale, in bilico tra ciò che di fatto accadeva e il resto delle proprie umane possibilità che si aprivano a raggiera, tra le storie degli altri incontri in cui era impegnata e che non tralasciava mai di relazionarti, fin nel minimo particolare.

Al locale che frequentavamo, il Vicolo 49, si suonava dal vivo quello che il buon cuore di chi sapeva lasciava al pianoforte stretto in un angolo della sala che a malapena faceva trenta metri quadri.

Quella sera aveva pestato i tasti lungamente Tony Esposito, l’entusiasmo e la grandinata di bonghi che picchiava i presenti avevano permesso all’alcol di distribuirsi in giro senza false ipocrisie, all’irripetibile modalità che contribuiva a rendere speciale e ambito quel bugigattolo di sudori e afrori che diventava il piccolo locale nei pressi della mezzanotte.

Con i due gestori ci s’intendeva a gesti e sorrisi, nel niente confuso che ci urlavamo volavano gli ordini di gin tonic e caipirinhe e Alexander, di Cuba Libre e grappe scure da ultimo sorso, il tutto eseguito col supporto di fantomatiche registrazioni di cassa mentale che alla verifica distratta dell’orario di chiusura scemavano regolarmente di numero e quantità.

La gestione del dovuto, per un bel periodo, si svolse nella necessaria fallacia collettiva che stringeva comunque entusiasti legami di fratellanza incrociata tra tutti, almeno finchè il locale non fallì una prima volta, nel 1983.

In una notte del 1982 io e Angela usciamo prima del tempo dal bollore collettivo che Esposito ha scatenato al Vicolo 49.

Ci sono i manifesti della Democrazia Cristiana a muro che ci allungano addosso gli occhi di vecchie cariatidi parlamentari, siamo un paio di svolte prima di piazza Montecitorio. Siamo lei e me seduti provvisori per terra, poco oltre l’entrata del Vicolo 49, che tentiamo di scambiarci un bacio dai contorni incerti, rubato all’ebbrezza alcolica che ci spalma nell’intorno fisico, nella notte crescente, nei piccoli mostri accovacciati che tratteniamo malamente al guinzaglio, nella mia inesperienza che tuttavia non ha mai smesso di suggerirmi ogni momento di fare come se Angela non ci fosse. Per mantenersi calmi.

E in quel niente che calcolo sia, riusciamo a farlo durare tanto quel bacio, quell’avventarsi di labbra e lingua, quel frugarci addosso fino a rabbrividire, e voltarsi ogni tanto ognuno dal suo lato libero di sampietrini, ad attendere quei mezzi conati che ci agitano, mentre Tony Esposito continua a martellarci la cervicale con le sue sambe di pura gioia distante.

Ricordo ancora oggi, distintamente, l’effetto tattile di seta che s’ingarbuglia che fa la mia mano a scorrere nello stretto da contorsionista, quando vince la ostica dinamica e s’infila sotto l’elastico degli slip finchè non trova l’umido di Angela che sussulta.

E ricordo che cinque minuti dopo, liberi dal peso dell’alcol nello stomaco, stiamo ridendo come jene toccate, fino a farci evaporare ciò che rimane della testa.

(Le risate che ci ospitavano sono il luogo più bello di noi che ricordo, là dove i nostri golem, certamente, ancora si tengono per mano.)

Angela m’ha appena raccontato come ha abbattuto l’Ego del dongiovanni alternativo che faceva grano nei suoi campi di quartiere.

Dopo una lunga serie di buche reciproche con cui lo judo della seduzione li aveva alternativamente sbatacchiati al tappeto, Angela, detta il mostro del Portuense per via del cervello da Valmont che ostenta, s’era dichiarata con il corazòn in mano. L’aveva ufficialmente invitato a cena a proprie spese alla Grande Muraglia a Trastevere, al tempo uno dei due unici ristoranti cinesi di Roma.

Durante tutta la successione delle portate gli aveva pure fatto gli occhi dolci, quelle belle evoluzioni di coda da gatta morta che prospettano l’amore appena varcata la soglia di casa.

Una roba che di parecchi maschi originali spesso denota la comunanza dozzinale dei dotti fantastici, che si esprime più o meno così: giù il sotto dei vestiti e more ferarum in piedi, col minimo di petting plausibile, facendo tremare ogni soprammobile dei tavolini dell’ingresso.

Alla Grande Muraglia, Angela si gustava tutta l’espressione da bimbo natalizio che aveva facilmente messo su lui.

Poi, mentre attendevano la grappa di rose finale, lei s’era alzata per andare in bagno e non era più tornata, mai più.

Ricordo ciò che pensai della boccolosa Angela negli anni che seguirono e che ci fecero perdere di vista, pensai che fosse l’unica meta-seduttrice onesta, proto-terapeutica, che io ricordassi d’aver mai incontrato. Ancora lo penso, in effetti, sono devoto al mondo femminile, ma senza ipocriti sconti.

Avevamo lo sfacciato volto dei vent’anni che ci regalava le vite dei gatti, d’accordo. Ma l’impegno che metteva lei nello smascherare riti e miti della seduzione mentre ne godeva quel poco di concreto che i narcisismi necessari della gioventù ci lasciavano svolazzare tra le mani, ne ha fatto per la mia memoria esistenziale qualcosa di prezioso.

Il mondo che ci passava intorno godeva ancora di quel po’ di luce rossa, crepuscolare, di una purezza che il leviatano televisivo stava già cominciato a smacchiare via.

E mancavano quasi vent’anni, ancora, all’irrompere della piatta sessualità post-atomica dei Sex and the City.

Le donne che oggi scimmiottano i circoli autistici delle Sara Jessica Parker, quelle che a mezz’età riprendono a fingere una liberazione dagli schemi erotico-seduttivi cui possono credere solo col supporto della fiction narrativa, o agli aperitivi con le amiche mentre tutte guardano uomini inaffidabili confondersi nell’indifferenziato passeggio che anima le stantie luci della sera, al di là di una vetrata fumè, mi sono sempre parse tristi surrogati di una donna nuova che non è mai nata.

Così chiaro e limpido era il messaggio di Angela del Portuense. Non c’era virgola di sé che la ragazza sapesse tacere, non una delle mille sintassi proprie che tenesse a freno.

Fu precisamente questo esporsi in un”interezza iperrealista, esagerata se vogliamo, della propria grandezza o bassezza, indifferentemente, questo raccontare sincero di ombra e luce che si sovrappongono, lo splendore di Angela. 

Uomo e donna, siamo sulla stessa ridicola barca fallace, basta farsi guerra, evitiamo almeno di contenderci le risorse e le responsabilità residue di specie.

La vita è un lungo gioco di smascheramento. La sincerità che siamo disposti a spendere, con noi stessi e con gli altri, indifferentemente, è l’unica risorsa sensata che abbiamo per affrontare il terzo millennio interiore.

 

21 risposte a “Profumo di donna

  1. ed è tanto meglio ciò che ci siamo costruiti da soli come figura di riferimento, quella da cui poi partono i paragoni (brutto da dirsi paragoni ma sfido chiunque a dirmi che non li fa). Ogni incontro avuto, almeno a quell’età, resta unico e di riferimento, non c’è personaggio costruito che tenga.

    • Amo questo passaggio della Yourcenar, coglie brillantemente una verità di quelle che non ci raccontiamo mai.
      Si può essere veri all’inizio e dopo la metà dell’esistenza, nel mezzo il teatro che il mondo ci impone.
      Buona giornata, sorella

      «Più invecchio, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima o dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita. […] Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato oppure ne è già uscito. E tutto l’intervallo sembra un vano tumulto, un’agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perché si è dovuto passare».
      “Archivi del Nord”

    • Grazie a te che persegui la “giusta causa”. Spesso, si capisce pienamente il valore della sincerità dopo i quarant’anni, quando provi a scavare il nudo di ciò che senti e lo proponi agli altri…..basta un attimo e ti ritrovi con gli interlocutori che se la son data a gambe 😀

  2. ecco io credo che l’amore degli uomini è più potente di quello delle donne
    credo che l’attitudine femminile per l’amore, quello sdilinquirsi, quella facilità a dirlo, ne indebolisca il senso e la violenza
    gli uomini raccontano l’amore con più forza e con più profondità, per la loro maggiore autonomia da esso, per l’abitudine all’assenza. maybe

  3. Come sempre un’analisi lucida, fin troppo vera che non ammette sconti. Siamo quel che siamo, imperfetti e con grandi lacune che tentiamo di colmare. Quando si è giovani, l’idealismo e l’inesperienza ci rendono piu’ amabili, ma quando l’età avanza, le stesse cose hanno un che di grottesco….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...