Sex kills, Peluzzi sulla giacca (Landscape four)

Sono le rughe invisibili, quelle che adesso non vorresti, ma immagini aprirsi come la coda di un pavone attardato, alla fine del sorriso che stai per farle fare.


Ancora un po’ e vedrai.


Vedi i solchi che crepano il fondotinta sugli angoli delle labbra. Piccole invisibili scaglie di stucco precipitano in terra, si sommano alle briciole dei cornetti, alla terra sotto le scarpe, agli scontrini appallottolati, e tutto viene lavato via dal gesto meccanico del ragazzo che vi passa lo straccio in mezzo ai piedi, scusandosi.

Un torrentello d’acqua e varichina prosegue fino al marciapiede perdendosi nel fiume di pioggia che precipita improvvisa dalle grondaie.

La brutta bestia dell’autunno che v’alita contro.


Ancora un po’ e saprai.


Durante il tragitto lei avrà freddo, occorre dirselo, per via delle maledette mezze stagioni, una cosa tra umido e vento che s’infila sotto le camicie e fin dentro le schiene rabbrividite.

Dovrai quindi massaggiarle schiena e fianchi con un grande abbraccio tardivo che ha una grammatura incongrua, dopotutto, sul pianerottolo dove lei armeggia di chiavi nel fondo della borsa, tra la fretta di chiudersi e il timore delle occhiate dagli spioncini.

Avete qualcosa da nascondere che non sapete, la stessa incertezza che vi fa muovere con l’ambiguità dei cavalli degli scacchi sul parquet lamentoso, benché il portone sia ormai ben serrato alle spalle.


Ancora un po’ e vorrai.


Due altri noi ci guardano, in effetti, le mosse stupide che facciamo, l’opportunità di godere o di soffrire senza che un capello vada fuori posto. Perché questo ci aspetteremmo noi, di qua dall’oblò, ed è proprio questo pensiero che ci mette le occhiate alle spalle.

Lei getta dove capita ogni cosa che tiene in mano, avanza spedita di tre passi, poi ci ripensa e ne allunga due di lato, verso di te o verso la cucina, adesso non si può dire.

Esiti tu, fai per raggiungerla poi noti la sua curva ambigua sulla destra, segui la strana danza con due passi in parallelo, sai che sta a te prendere l’iniziativa.

Lei invece ti cade in mano alla mossa successiva senza che te l’aspetti.

Avevi preparato parole, mucchietti di parole come fagioli sulla tombola di carne, e intorno strategie come dilazioni di serate, dignitose retromarce omeopatiche.

Adesso invece ti sorprendi a tenere tra le braccia una donna col fondotinta storto, un odore forte come quello di un muschio decomposto, un desiderio che ti si offre come un trapezista sganciato, se non l’afferri al volo di destrezza potreste crollare a terra mano nella mano con il cuore che vi sbeffeggia.


Ancora un po’ e giocherai.


Tutto t’aspetti, ora, che lei si spogli con la furia delle onde addosso agli scogli, che ti si incolli contro dandoti un seno pesante dal grande capezzolo viola sulla giacca verde, che strusci le piccole pieghe dei fianchi consumati sulla tua cinta, che abbia una fretta da ultimi giorni, quasi una rabbia a riprendersi cose della vita pesanti che ti sono di molto oscure.

Non è il tuo conto, e tu che osservi da lontano mentre fai, le mani che stringono la carne spostandone i confini, il bacio oscuro che è solo un passaggio nel movimento che fa lei a girarsi lontano dal dominio dei tuoi occhi.

Di questa donna conosci appena il nome, ora anche l’arrotondarsi un po’ approssimativo delle natiche, e l’aridità un po’ prevedibile della strada che inizi a percorrere, col ritmo lento che sai la porterà in un luogo estraneo a te, estraneo a lei, senza nessun segnale per ritrovare la strada.

E’ per questo che siete qui, dopotutto.


Ancora un po’ e l’avrai.


Lei adesso, mentre il ritmo imposto vi scavalca rubandovi le ragioni, somiglia a una bambola di cera, puoi plasmarla con le mani sulla schiena, sui fianchi e contro i seni, puoi imprimerti ben dentro, a futura memoria, tutto il fremere e il chiasso mormorato tra i denti, prima, a piene labbra poi, a furor di gola, infine, col timbro che stordisce.

In tutto questo scuotere tu non ci sei, di questo già sapevi, ti domandi invece dove sia finita lei, a quale ormeggio scuro rinasca diversa a se stessa, che di lontano vi guardate ancora senza riconoscervi se non nel troppo tardi, nel male apparecchiato, nel tempo che v’ha resi statue dai gesti incoordinabili, per tutto il tempo che siete stati lontani dal giusto amore.


Ancora un po’ e sparirai.


C’è una certa poesia solo nel gesto di rivestirvi in rapide strettoie di lampo sul bilico di una sola gamba.

Tu non hai granchè da ricomporre, lei si prende tutto il tempo che occorre e molto di più, adesso ti guarda con le rughe tutte esposte, persino sfacciate, come se altro ancora vi dovesse capitare di conoscenza e balle varie.

Adesso state meglio, decisamente, le parole tornano a confortarvi le labbra, il mondo vi riprende nell’omologo indifferenziato, corpi come tanti, siete ancora due eventualità dotate di senso compiuto, di tristezze retrocesse, di dolori trasformati, perciò il tempo vi scade addosso, checchè ne abbiate voglia di dire o fare, adesso.


Ancora un po’ e tramonterete.


Il peluzzo scacciato dalle giacche, lo squillino per tenere il numero in memoria, l’aria navigata con cui salutate la fiera.

A nessuno, in effetti, interessa una storia invisibile, il fatto che tu abbia strisciato una macchina senza nemmeno fermarti uscendo dallo stretto parcheggio, che lei abbia bisogno di piccoli annegamenti sporadici per proseguire dritta e dignitosa, e fermarsi più in là, alla bottega dell’erboristeria, sparandosi il credito in creme e tisane.

Quaggiù, che è tutto un tormentoso traffico di mostrarsi ed evadere al mondo, nel giro inesigibile delle ore di pranzo che cospirano alle spalle degli impiegati terrestri.  

24 risposte a “Sex kills, Peluzzi sulla giacca (Landscape four)

  1. se ci fosse stato un po’ d’amore ogni ruga sarebbe sembrata un inno alla vita… una vita che è fatta anche di momenti così ruvidi da meritare di farne poesia…
    baci

  2. bel racconto a volo d’uccello sul malessere approssimativo quando s’approssima e su quel quasi beffardo “adesso state meglio, decisamente”.
    “le parole tornano a confortarvi le labbra”. ecco. intendo, il fondotinta grigio-cenere-ritornerai che cola, macchia e *viene* via (c’è un ammiccamento sotteso tra sesso e piccola morte) dovrebbe forse lasciare spazio a qualche dialogo, almeno nel finale, due tre battute non di più. sentire l’alito/le voci del *voi*/*tu*/*lei* dopo avrebbe forse giovato all’atmosfera tormentosa-straniante.

    • salute Doc, lo so, mi commenti spesso che mancano i dialoghi, una “dotta” Editoressa una volta mi disse che non mi viene spontaneo perchè io ho una scrittura “di testa”. Cioè, parto de capoccia..boh 🙂

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