Kenitaly – Nel paradiso di incomunicabilità tra mondi

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Eccolo qui che con un paio di rimbalzi di carrello atterra sotto di te il Kenia facile degli Alberto Sordi spiaggiati, la colonia putativa dei socialisti anni 80, con tanto di battaglioni turistici italioti schierati alla come viene, in una confusione dialettale ostentata a voce alta, in mezzo al casino derelitto del salone arrivi dell’aeroporto di Mombasa.

Ci vuole un’oretta abbondante di pullman lungo la costa per raggiungere Watamu, se passando da Malindi o meno non me lo ricordo mica, ma non fa alcuna differenza, il Kenia inventato dalle oscure pecunie nazionali è tutto qui e tutto uguale.

Sono decine di chilometri di statale polverosa e abbastanza stracciona, qualche slargo e incroci che alternano piccoli insediamenti locali e cancellate all’inizio di viali alberati che conducono ai condomini delle ville patrizie.

Pensi alla faccia mezzo contrariata del tipo di Asti che in aereo t’ha messo al corrente dei fattarelli locali. Dice lui che le ville costerebbero pure poco, in effetti, solo che poi devi convivere con guardiani, giardinieri, faccendieri vari, ognuno con lauta famiglia a carico, che s’insediano nelle proprietà quando non ci sei e consumano, fanno danni, chiedono contributi, una fiumana di soldi extra budget che se ne va senza tregua e senza un minimo della mia umana partecipazione, dopotutto, che non sia per le ciarlanti famiglie estese di queste fortunate manovalanze locali.

Ho i miei problemi cui dedicare attenzione, e un filo di tregenda pure. Un’amica Tour-operator m’ha fatto un’offerta che non si poteva rifiutare: una settimana di oceano indiano scontata del 75%, facendomi passare per agente di viaggio. Ovvio che mi toccherà sovrintendere, di contrappasso, a tutta la quadriglia incaciarata di un villaggio turistico a quattro stelle, l’Aquarius Watamu, quello che s’avvicina sfolgorante oltre il parabrezza del pullman che frena, grandi sospiri di ganasce e puzza di freni bruciati.

Capolinea e coltello tra i denti.

Sono circa le dieci di mattina, scendiamo noi dodici agenti di viaggio più un falso, il resto del villaggio deve essere già in spiaggia a quest’ora, grazie a dio. Così l’overture con scappellamenti ufficiali a destra e manca ha quasi un taglio intimo, che dura fin quando non m’affaccio dal balcone della mia stanza mascherata da Tucul sulla piscina e parte la prima cazzo di canzoncina collettiva a volume stellare per dichiarare aperto il gioco dell’aperitivo.

Il gioco dell’aperitivo, si.

Esco furibondo e m’involo subito alla Reception cercando di inventarmi un modo civile e sorridente di presentare la mia dannata esigenza-cliente: che mi si trovi immediatamente un’altra sistemazione, sono uno scrittore e sono terribilmente indietro col lavoro, ho bisogno di silenzio assoluto intorno.

Viene chiamato il director italiano della fiera, una specie di Casaleggio sorridente e distante che dispone per trasferirmi in un bungalow superior defilato, vicino all’ingresso del villaggio.

Adesso non mi rimane che studiare vari camminamenti alternativi per andare direttamente in spiaggia, senza passare dalle forche caudine dell’Animazione che è sguinzagliata ovunque, per guadagnare alla causa della demenza collettiva anche il più depresso degli iniziati ai misteri dell’Aquarius Village.

I giorni successivi, senza pena e senza sconto, l’Aquarius e io cominciamo a fronteggiarci a brutto muso.

Ho scoperto che posso fuggire comunque nel mio piccolo sogno tropicale, che la spiaggia s’allunga bianca, meravigliosa, in solitudine, per chilometri. Perlustro ogni acro di territorio circostante cercando di capire dove arriva l’onda limacciosa dell’italianitudine. Tracciare una mappa spaghetti-safe, ecco il senso della prima lunga passeggiata.

Incontro gli stessi beach-boys che ancheggiano coatti, voci alte ed esagitazioni varie sulla spiaggia di fronte l’Aquarius. Sotto le palme del proprio villaggio sembrano altri, ragazzoni affabili dal sorriso spontaneo, per nulla arroganti.

(E’ chiarissimo il tipo di virus di cui siamo portatori. Girate l’angolo del mondo e vedrete, facilmente.)

Vengo poi adescato da una certa Angelica, massaggiatrice improvvisata, due baie più in là. Mi chiede gentilmente se mi dà fastidio che si metta a prendere il sole con me, per chiacchierare un po’. Se non mi va di farmi massaggiare forse posso aiutarla ad esercitare un po’ l’inglese. Senza che io spenda più di due parole per volta, mi sorride largo infine, si toglie maglietta e pantaloni e rimane così, semisdraiata con i gomiti a squadra, in mutandine e canotta tipo upim, tristemente consumate.

Ecco un’altra situazione in cui non ho alcuna voglia di farmi coinvolgere. Passano cinque minuti di dialogo stentato, poi una molla mi tira su, le dico che mi aspettano, devo tornare al villaggio, tanto, come dice questa ragazza nera dagli occhi un po’ malinconici, né bella né brutta, lei abita lontano, nelle savane centrali, passa tutta la stagione qui a cercare lavoro, ci si rivede sicuro un altro giorno.

La spiaggia bianca solitaria, il colore turchese dell’oceano indiano. Dovrò fare sforzi notevoli ad excludendum per mantenere salda la natura estatica della mia esperienza. E il massimo dell’impegno andrà destinato per fronteggiare l’unico vero momento indecoroso della giornata: la maledetta cena.

E’ possibile confondersi nel presto della colazione, nascondersi nel salto totale dell’abboffata-pranzo. Nel canyon della cena, che si serve seduti, bisogna scendere per forza, invece, e ci sono il capo e la capa dell’Animazione Aquarius appostati nei crepacci tra l’antipasto e il primo, e ci sono ancora centinaia di occhiate roteanti made-in-italy nascoste tra gli anfratti dell’etere visivo del grande salone mangereccio attrezzato in orrido kitch.

Che tu ti presenti da solo, ovvio, un problema della madonna.

Tanto che la prima sera lo staff cerca di accoppiarti al tavolo con un’altra babbiona solitaria, dritta, stopposa, fintobionda, austera come un mocio asburgico.

Per la grazia degli spiriti della savana, dopo cinque minuti e un totale di quattro o cinque parole scambiate, compresi i due buonasera d’educazione minima, un trafelato attendente ci era piombato addosso scomponendoci di nuovo, giacchè finalmente giunto pareva chissacchì da chissacazzodove, per cenare con la scopa viennese. Chapeau.

Risultato: solo, al tavolo nell’angolino, consegnato a una nudità sociale visibile a chilometri di distanza, figuriamoci a Radio Serva Village o ai due campioni dell’Animazione.

Lui, sguardo fighetto da cazzaro controllato, bandanona sgargiante in fronte, mi saluta con un inchino, sbattendo leggermente i tacchi.

Buonasera Professore! Mi fa, alludendo al libro che leggiucchio tra un granchio e un gamberetto. Scatto in piedi anch’io.

Ciao Sandokàn, bello de casa! Ribatto io fintentusiasta.

(Tutte le sere la stessa storia, per tutta la settimana.)

Poi s’avvicina la tizia, altro giro.

Che bello, un libro! Cosa stai leggendo di così interessante? Dice lei con uno spertico d’ironia.

E’ una storia che fa riflettere, faccio io.

Certo, col lavoro che fai tu non ne leggi molti di libri, eh? Sempre impegnata, mattina e sera. Che peccato.

Tranquillo. Senza spertico. E si va avanti.

In tutto questo bailamme minore, il mio dannato racconto non procede affatto. Passo le serate a martoriare i tasti del mio portatile pensando che sono in ritardo e devo consegnarlo tra pochi giorni.

Lo spezzo, lo edito, lo ricompongo, lo riscrivo da capo tre o quattro volte ma è inutile, come quando continui a voltarti nelle lenzuola sudate mentre osservi dolorosamente il sonno agognato farti le corna col primo che passa nella notte.

Alla fine, esausto, cado in quest’altra malsana abitudine: scivolare di soppiatto nel villaggio di inglesi che staziona un chilometro di buio a valle, verso le undici di sera, per andare a brillarmi di birra ai tavolini in spiaggia.

Gesù keniota, come si sta bene nei modi defilati, nella tranquilla indifferenza oculare degli anglo-sassoni.

Qui ci vuole una svolta esperienziale, mi dico, nella verità dello spirito di una seconda sventola Rossa doppiomalto, altrimenti addio racconto! Così, tantofaccio, tantodico, che il quarto giorno cedo miseramente all’ambigua corte che mi fa in spiaggia la mia amica massaggiatrice della baia Italy-safe, l’Angelica nera.

Salvo pentirmene immediatamente, la penultima sera, quando la vedo avvicinarsi alle sette puntuali della sera alla sbarra d’accesso dell’Aquarius per venire a prendermi all’appuntamento che ci siamo dati.

Guardo com’è vestita e acconciata, la pettinatura che le dev’essere costata un’oretta di lavoro, l’orribile profumo cinese con cui s’è fatta la doccia, e riconosco di essere un pirla, il solito italiano edipico che senza fimmina non sa stare, anche se nella versione intellectual, la più perversa e arzigogolata, se vogliamo.

E dunque. Cattivo viso a cattivo gioco, sa lei dove andremo a cenare.

Fuori dal Villaggio impera un’oscurità fitta, come in tutto il resto dell’Africa vera. Così messo, accanto ai suoi passi spediti, mi pare di procedere con la sicurezza di un cieco zoppicante.

Dopo un tempo che mi pare spropositato giungiamo trafelati davanti a un portone figo illuminato di colori fluorescenti. Il tizio nero in doppiopetto che presidia l’entrata mi allunga drasticamente una giacca di tre misure larga, non capisco.

Poi recupero l’intelligenza. Di buttare un centinaio di dollari per una cena Angelica tirata a lucido e me, in shorts e ciabatte e gessato da Frankenstein, non se ne parla, per quel che mi riguarda.

Prendo Angelica per un braccio e la spingo via biascicando diosacosa.

Finisce che la porto a cenare Fast dagli inglesi della spiaggia, birra e patatine e cheeseburger, come un vero pezzentone italiano.

Lei si che sa fare buon viso a cattivo gioco. E la serata procede cattivissima, in crescendo.

Torniamo e insiste fino a spezzarmi la volontà: devo assolutamente andare a bere il bicchiere della staffa da lei. Così finiamo in una stamberga di stanzetta striminzita col pavimento di terra battuta, le pareti di lamiera, una specie di pagliericcio buttato al suolo da una parte. Su una sedia sgangherata sta tutto il guardaroba della ragazza, due straccetti di vestiti, un asciugamano sporco, due paia di mutande nuove in bella evidenza.

Non mi pare abbia intenzione di buttarmisi addosso, il che rende la faccenda ancora più complicata, se vogliamo.

Angelica s’è messa lì da una parte, con una bottiglia di spirito e due bicchieri sporchi in mano, senza versare, senza far nient’altro che una faccia di tristezza pura, nell’estrema miseria dell’intorno che atterrisce.

Adesso, penso, è ora di fare l’adulto.

Così comincio a dirle la verità corretta con tutta la calma e l’empatia che riesco a radunare, che noi due veniamo da mondi troppo distanti, che lei è una ragazza bellissima che ogni uomo vorrebbe, ma io tengo moglie, in Italia, e persino tre (3) bambini, non posso stare con lei.

E succede l’impensabile.

Mi si butta addosso piangendo come una disperata, e non chiede altro che conforto di braccia, tono di voce, carezze lente perchè il brutto demonio le passi. Ci vuole un po’.

Me ne vado lasciandole cinquanta dollari nelle mani, dopo averla supplicata a lungo perchè li prendesse, perchè nemmeno quelli voleva alla fine.

Mi allontano quasi di corsa lasciandomi alle spalle i suoi singhiozzi in calando che ancora oggi mi stringono il cuore, a ripensarli.

La mattina che sto lasciando l’Aquarius un’ultima scena truculenta cospira per togliermi di dosso quel sorrisetto di sollievo che m’è sorto sotto i baffi al pensiero di essere sulla via del giusto ritorno.

Il simpatico boy delle camere mi incrocia sul vialetto di ghiaia senza muovere un muscolo del viso, con un’espressione strana, fangosa, che lo sospende tutto.

A seguire il mio vicino di bungalow esce rapido al seguito del direttore del Village dicendo che gli dispiace, che forse aveva montato un caso per poco o nulla, che vuoi che siano un centinaio d’Euro, dopotutto, è un peccato per il ragazzo, per il lavoro, soltanto.

E per l’ennesima volta in questa dannata settimana, non mi pare vero. Ogni cosa. Tutto. A istinto, mi pare impossibile che quel boy possa aver fatto una cosa del genere.

Tuttavia non lo so, anche se, in effetti, è davvero così decisivo cosa sia avvenuto realmente?

Gli occhi del ragazzo, incrociandomi, parlavano di mondi incompresi e incomprensibili, di culture che si sfiorano appena scambiandosi il peggio della superficie reciproca.

Gli occhi del boy delle stanze parlavano d’altro.

E anche quelli disperati dell’Angelica nera che ho illuso o che invece, forse, più probabilmente, hanno illuso me.

Game, definitely, over.

13 risposte a “Kenitaly – Nel paradiso di incomunicabilità tra mondi

  1. Passare nelle pagine è sempre un piacere ,un arricchimento. Non sono mai stata in Kenia ( ma nemmeno in un villaggio turistico se per questo) ma in altri mondi dove sono stata ho sentito la stessa inadeguatezza di fronte alla vita della terra che mi ospitava e dei suoi abitanti. Bravo. Una bella penna davvero.

    • Grazie Penny, l’aspetto più preoccupante della fiera, che ho un po’ sorvolato per questioni di tempo, è la naturale arroganza del turista di Villaggio, ben aggrappato alla propria ignoranza del mondo che cade anche un metro al di là della propria finestrella vitale, che sia in Kenia o a casa propria.

  2. In Kenya è l’ultima volta che sono stato in un villaggio turistico. Lì ho deciso che è una cosa da non fare. Il villaggio intendo. Condivido appieno il tuo punto di vista sul turista medio Italiano, molto toccanti le riflessioni sulle distanze (nascoste dal non volerle vedere). E poi, quanto mi piacerebbe avere dei termini entro cui dover presentare un racconto..
    Grazie per le emozioni ed il viaggio.
    Teq

    • grazie a te per il commento partecipato Teq, non è difficile avere quel termine, basta mettersi d’accordo con altri undici dilettanti per scrivere un “romanzo composito a 24 mani”, una roba sperimentale che credo nemmeno noi apostoli abbiamo letto fino in fondo 😀

  3. lapidario e azzeccato l’obiettivo: “per guadagnare alla causa della demenza collettiva anche il più depresso degli iniziati ai misteri dell’Aquarius Village”.
    potente d’umanità disperata angelica: da sola vale la lettura e il viaggio, restituendo l’impensabile al non senso. poi che vuoi, il mio nanoforisma preferito è “l’incomunicabilità muove il mondo”.
    e ciò si può leggere, come sempre, sia in senso negativo (non c’è speranza: tentare di comunicare è fatica sprecata), ma anche in senso positivo (anche quando il messaggio/massaggio non arriva come vorremmo, qualcosa si muove. sempre).
    : ))

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