Il vestito giallo di Maria (Landscape five)

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Sono quasi tre quarti d’ora che se ne sta in finestra, con i gomiti poggiati sulla guaina salvacalore mezzo divelta. E’ da qui che arrivano quei tremendi spifferi che gli scompigliano i capelli mentre dorme. Dovrà pure farsi venire la voglia di sostituirla, prima o poi.

Ha già fumato tre sigarette fino al filtro e sta pensando di accendersene una quarta, il limite oltre il quale la sua gola rischia di produrre uno sfiato secco di tosse, sarebbe un guaio.

Non vuole svegliare nessuno, nessuno al mondo, lui. Il mondo così plastico come si muove se storci il collo a ovest, vedi la linea scura della circonvallazione sorretta dai lampioni al magnesio, le macchine che passano come indesiderati globuli di luce.

Del resto, cos’altro pensi quando il sonno ti prende a calci e ti sbatte fuori dal letto, ascolti l’enfisema notturno di una brutta città che dorme spacciandosi per angelo.

Lui non sa se gli angeli esistano, ma certe volte gli viene il sospetto, come quando fa l’amore con lei e il suo corpo si accende come una consistenza di nuvole gonfie che vibrano, come fossero percorse da lievi scariche elettriche.

E anche allontanarsi dal suo sguardo che riempie fino a scoppiare, e trovarsi improvvisamente a contare un nulla senza che questo possa turbarla o intenerirla.

Lui fuma e fa ciò che può per rimanere integro, chi lo sa.

Il cielo è un angelo increscioso, appeso per i piedi.

Questo pensa, mentre con una gamba si diverte a tormentare una specie di ritmo ottuso, a imprimerlo nell’insensibile pavimento.

Si sa che ogni cosa può essere disposta e disponibile, in una notte come questa.

Si muove dalla finestra, fa due passi lievi nella stanza.

Con questa luce debole che non è luna ma viene dal cielo gonfio, un cielo basso di nuvola che riflette il magnesio acido dei lampioni, così, lui pensa, non ci sarebbe nemmeno bisogno di ridare il colore per nascondere l’umido che passeggia da mesi sugli intonaci malfermi.

Lei non ha mosso un millimetro di quella strana marionetta in calore che sembra, arresa su un fianco, gambe divaricate, culo sollevato sopra un groppo di lenzuola e coperte.

L’ombra della tapparella la taglia a pezzi seguendo un preciso ordito diagonale.

Lui la guarda per tutto il tempo di una quarta sigaretta, sgrullando la cenere a terra. Poi gira intorno al letto, si accuccia sulle gambe per guardarla dal basso, si alza sulla punta dei piedi per allargare la prospettiva dall’alto. E allunga una mano a sfiorarla, l’allunga e la ritrae più volte, sta quasi per svegliarla.

Dovrebbe trovare il coraggio di tornarsene a dormire, piuttosto.

Se continua così domani farà la figura dello straccio infilato a forza in un paio di jeans.

Eppure se è sveglio un motivo ci deve essere. Forse il bambino ha bisogno di bere, forse s’è svegliato perché ha svuotato la vescica o una coperta gli è scivolata di dosso.

Succede sempre, di notte.

Lui attraversa il corridoio nell’oscurità più assoluta, scivola come un soffio nella stanzetta in fondo alla casa, si avvicina alla ringhiera di legno del lettino.

Il bambino dorme tranquillo con la bocca aperta sotto la costellazione fosforescente incollata al soffitto. Lui si siede a terra incrociando le gambe, vicino al baule da cui spunta un’ala d’aeroplano e un collo di giraffa.

L’odore della stanza è forte, di quegli odori che sono come paste, latte acido e panni umidi e una vena d’ammoniaca che si coglie di sfuggita.

Le stelle in alto cominciano a pulsare in un ritmo di dormiveglia.

Tiene l’aeroplano alto con un braccio sopra il lettino, lo fa andare su e giù sparando piccoli grumi di fuoco che esplodono in aria.

Ci sono tanti piccoli angeli che volano in formazione intorno al corpo addormentato del bambino, angeli che picchiano e virano e si riparano dal fuoco come mosche ubriache d’insetticida.

Il bambino si alza a sedere di scatto, fa un sibilo acuto tra le labbra, poi una specie di botto smorzato che sembra avvenuto altrove.

Lui riapre gli occhi e sente l’ultimo spasmo delle lamiere accartocciate. Un’ultima immagine lo insegue dal sogno, l’angelo appeso che fa colare il sangue denso in terra, perchè si applichi alle cose una specie di flat protettivo che le conservi in eterno.

Si alza in piedi ed esce dalla stanza del bambino.

Si infila i jeans e un maglione di lana grossa, slargato, che ha il potere intenso del profumo di lei, poi esce di fretta da casa, scende le scale saltando i gradini tre a tre, esce accostando il portone senza sbattere.

La strada è bagnata e piena di pozzanghere, le scarpe scivolano all’indietro ma lui ha un buon controllo dell’assetto di corsa, allunga e accorcia i passi, salta di lato per infilarsi tra l’acqua sporca e le macchine parcheggiate.

Adesso si sente sveglio e forte e vivo, essenziale, come l’aria fredda che lo prende a schiaffi.

Mentre gira l’angolo del viale col passo rallentato dalla fatica e il vapore che gli fa due ali a lato della bocca, si aspetta di vedere la macchina divelta, sconquassata contro un palo della luce storto. Magari con i fari ancora accesi e il motore ancora in moto e un filo di benzina che cola da sotto l’avantreno e un braccio che pende inerte fuori dal finestrino, un lamento lieve che viene da dentro.

Di quel lamento lui si prenderebbe cura, a quel lamento confesserebbe quest’ultima verità immediata di sé che sa di acido lattico e adrenalina bruciata, un chilometro di corsa insensata nel dolore mascherato dell’insonnia. Lui tirerebbe fuori quel corpo sporcandosi del sangue. A quel corpo offeso donerebbe tutto il fremito che lo scuote negli anni.

La prima cosa che vede sono i semafori che lampeggiano il giallo qualche decina di metri più giù, in mezzo a un banco di nebbia sfilacciata. Dalla parte opposta la strada sparisce nella notte. Si rende conto ora che non ha con sè nemmeno il telefono portatile, nemmeno una sigaretta.

Comincia a camminare lentamente verso i semafori, macchine non ne passano, c’è l’umidità che gli buca i vestiti e gli si arrampica sulla pelle fino a farlo tremare. Cammina e cammina e in fondo a tutto scopre di non avere altri pensieri, altre dinamiche, altro percorso che lei.

E lei nel frattempo si sarà svegliata. Succede spesso prima dell’alba, lei si alza con gli occhi semichiusi e l’andatura sbilenca e va a cercarlo in ogni angolo della casa.

Lui sta in finestra o in cucina o seduto per terra in corridoio con la luce spenta, a fumare. In un sibilo stretto lei gli dice: torna con me, dai, torna da me, mio piccolo bastardo, mio sfinito cuore ribelle.

Lui ha un brivido, il sussurro gli pare venire da un altro mondo.

Adesso non sarebbe contenta di non trovarlo in casa. Lui non è sicuro dell’effetto che le farebbe, vederlo qui seduto sul bordo del marciapiede sotto il riflesso dei lampeggianti gialli che va e che viene, mentre guarda fisso in mezzo alla strada i catarifrangenti rotti seminati sull’asfalto.

Lui guarda ciecamente davanti a sé. Vede un disegno laggiù, adesso lo scorge, finalmente.

E’ cosa come un arrendersi. E’ il sacrificio che l’attende, un domani, molti lamenti e molti corpi offesi di cui prendersi cura. E’ svolgere tutto alla cupa luce del sole, con l’esempio indiscutibile di sé.

Lui si prende la testa tra le mani, appoggia il mento tra le ginocchia che non reggono, si sbilancia, finisce quasi appallottolato su se stesso, poi si tira su, si rimette in piedi e pensa.

Tra poche ore dovrebbe essere a scuola, se gli capitasse di addormentarsi ancora nel mezzo della mattina sa che gli toccherebbe la porta dello psicologo, una serie di silenzi che lo mangerebbero vivo..

Ma lei. Lei dopotutto, metterà meno d’un minuto a tranquillizzarsi.

Sarà comprensiva e dolce come quella madonna che ad altri sembra, da brava madre lo lascerà riposare e l’accompagnerà il giorno dopo, per giustificarlo con i professori.

E come ogni volta metterà quel vestito giallo che le dipinge i fianchi, che la rende generosa più di quello che appare dal vivo, quando di notte nel letto emerge piano dall’ombra.

Quando ti chiede a voce bassa di stringerle i seni, così, ancora un po’, fino a farle un certo male.

18 risposte a “Il vestito giallo di Maria (Landscape five)

    • è proprio il caso di dirlo.
      magari è un po’ forte per la domenica mattina, ma basta prenderlo in superficie. e poi la madre mediterranea, qualche piccola colpa di crescere sti maschietti edipici su cui è facile sparare ce l’avrà pure, no? 🙂

      • come come come :-(???
        forse una volta. adesso non più. penso…. ma… mi sa che tu ne sai di sicuro più di me.

    • no dai, mi fai sentire il mago otelma..
      ne so quanto te e trovo anzi una linea di peggioramento, si va via di casa sempre più tardi. C’è la crisi? si, c’è grossa crisi, come diceva il guz.

      • le incertezze generano paura. mio figlio per esempio: l’ho messo fuori a 18 anni, ma è tornato dopo un anno…

  1. Bello. Ciò che mi colpisce di questo scritto è quella sorta di caos fertile che mescola protagonista e ambiente. Come se ogni parte,in fondo, risuonasse dentro di noi senza passare dalla porta principale.

  2. Anche a me finita la lettura mi è venuto da dire oh mamma mia…
    È stata una lettura molto coinvolgente di quelle che ti fanno commentare a voce alta perché sei così preso che non ti accorgi di chi ti sta intorno!

  3. E ora che faccio me ne vado a dormire con questo lieve pugno sullo stomaco? e nooo. Dovevi avvisarmi prima. Magari mi sveglio stanotte e ripenso a ‘sta storia…e i figli e la lontananza… 😦

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