Dr. Feelgood (tutte le morti in una notte di giugno) – I di II

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Si capisce che c’è un Castigo già da come metto in fila i piedi, una specie di passo d’oca in equilibrio incerto sulla riga gialla della corsia d’emergenza. Cammino sulla via Cristoforo Colombo verso il mare, di notte, con le macchine che sfrecciano risucchiando l’aria a pochi centimetri dalle mia faccia infiammata.

Il Delitto poi, tenendo questa andatura di passi veloci, è questione solo di pochi minuti, quello che ci vuole per arrivare all’imbocco della pineta oltre cui andare a cercare una radura di cespugli sull’alto di qualche duna di sabbia da cui si possa sentire distintamente il rumore del mare.

Come potete sapere voi tutta la tenerezza delle dune che franano sotto i passi, la dolcezza inesatta di quest’aria di giugno, com’è forte il profumo della resina che respiro, nè quanto intensamente io possa sentirmi risolto in questa magia nera che anticipa un’estate che non vedrò.

Che volete che vi dica, sto andando ad ammazzarmi al mare, avrò pure diritto a qualche ultima frase da cartolina, vivaddio. E vorrei pure adesso dirne due a quello che scrisse:”dio è morto”, a me sembra piuttosto di non vedere altro che cose in una luce sacrale intorno a me, adesso. Mi sento fastidiosamente spiato da tutto questo ben di dio, e forse un po’ di paranoia si può pure concedere in un momento come questo.

*

Io, pare incredibile, Delitto e Castigo l’ho letto quando ne avevo sedici, alla fine degli anni settanta. Ci avevo dato dentro di brutto con la solitudine e con i libri quell’estate, come un prete che si agita di noia tra le bestemmie di un villaggio Valtur.

Può darsi che non m’abbia fatto bene chiudermi in casa ed essere stufo di sgranocchiare fumetti e fantascienza. E passare di colpo, senza preparazione, a decodificare i flipper allegorici di Herman Hesse, i sermoni intossicati della Beat Generation, tutto Bukowski nudo-e-crudo e infine, scalando come un automa l’ordine preciso degli scaffali della libreria di mio fratello, i Russi, i monumentali Russi, tormentati peggio di un fachiro sciatalgico.

Mica si può restare così senza battere ciglio.

Perchè intuivo misteri fitti fuori di me, misteri che venivano e andavano come le nuvole. Pensieri così, che chissà da dove arrivano, che la vita può finire, che è facile, che puoi essere tu stesso con un mezzo giro di manopola a spegnerla.

E c’è sempre comunque una colpa che ti piove addosso, tutto il tempo.

I libri, almeno, sono oggetti esatti. Dr. Feelgood lo sa, lui saprebbe cosa fare in casi come questo.

Quel gran genio del mio amico sa che la morte è un fatto come un altro, come un bacio sbilanciato su un autobus che frena, come la DC che non si sa mai chi cavolo la vota ma Lei c’è, in sella al governo delle cose, e può capitare che ti entri dentro senza far rumore. E prima o poi ti chiede se gli puoi fare un certo favore, e non te lo chiede direttamente, te lo manda a dire, piuttosto, da qualcuno che non riesce a nascondere quel brutto accento calabrese.

In ogni caso non dev’essere una cosa seria.

O almeno è opinabile il concetto, se è vero com’è vero che Kleist e la sua donna e Jim Morrison hanno goduto intensamente buttandosi nei rispettivi strapiombi.

E c’è pure un racconto di Bukowski in cui un tale che lavorava in obitorio si fa un problematico festino privato con uno dei cadaveri congelati che dormono nelle cassettiere.

Ho riso tanto e un po’ mi sono ingrifato, mica sono di marmo io.

*

Dottor Feelgood poi, per così poco non si sarebbe agitato tanto.

Sono cose che succedono, in genere, cose che la prima volta annichiliscono.

Metti tutta la sfacciata grinta di quella specie di ragazzina smarrita dai liquidi occhi azzurri, piccole bollicine di saliva le scoppiavano all’angolo delle labbra mentre ti tendeva una casuale imboscata nel corridoio del secondo piano all’università.

Dr. Feelgood avrebbe preso quella piega tipica di sorriso giusto, tutto pieno di porosità possibili, come uno che la vita l’ha girata e sa bene cosa vuol dire precisamente: liquidi occhi azzurri di ragazzina smarrita.

Tu sorridesti in maniera stramba, come fossi appostato a un oblò col pigiama d’ordinanza dell’astronave Enterprise in uno dei suoi viaggi quinquennali alla ricerca di nuovi mondi, fino ad arrivare laggiù dove nessuna civiltà aveva mai avuto il coraggio di spingersi.

Per forza, davanti alla porta del primo esame il vortice di emozioni precipitate che si crea attrae gli infiniti gorghi del destino, li concentra e sovrappone, fa accadere circostanze decisive per l’evoluzione dell’uomo, non c’è un cazzo da fare.

O una roba del genere letta su quell’interessante mattone della Sincronicità di Jung, o sull’altro di un certo Capra, Il Tao della Fisica, una storia di particelle subatomiche che hanno strane volontà, come facessero un po’ l’occhiolino, fuori da ogni grazia di dio visibile.

Comunque era stato evidente da subito che non ve la sareste cavata con un: Allora ciao, eh? In bocca al lupo e crepi il lupo e pure in culo alla balena che è meno sfruttato quindi deve funzionare di certo meglio.

Comunque ci vediamo.

Ci vediamo, ci vediamo, con la morte che già dal primo minuto ti bussava nervosetta sulla spalla, perché sarebbe stato già tardi e tutto finito, tutto, e tu annientato, kaputt, se fosse capitatato di non rivedervi più.

Lei era diversa da ogni cosa di carne conosciuta, tossicamente eccentrica, bella sbroccata come andava abbastanza di moda per tutti a diciotto anni, ma non per te.

Lei con quei pattini su cui volava agli appuntamenti di sera nella piazze deserte e ti girava intorno i primi cinque minuti come il vagoncino ilare di una giostra primaverile.

E a te sembrava persino troppo.

Lei aveva la consistenza di un mattino prima che accada ogni cosa bella.

Lei che finito il giro sulle rotelle ti si buttava addosso e sapeva di buono, Patchouli vero, comprato in Egitto.

Poi si sedeva sulle tue gambe e ti baciava e contemporaneamente parlava di ogni genere di cosa, di suo padre eminentissimo strizzacervelli Junghiano, degli amici incredibili che aveva, del suo viaggio da sola negli Stati Uniti quando per la prima volta aveva fatto l’amore con un mimo di strada, un ragazzo belga molto sensibile con cui aveva vissuto due mesi, due lunghi mesi che era come se mi precipitassero addosso giorno per giorno, in una maratona di fitte che mi lasciavano esausto.

Eppure non era bello e struggente come farlo con te, amore.

E dove t’eri cacciato accidenti fino a oggi.

Indulgevamo nell’intollerabile zuccherino fino a provare una rara forma di dolce disgusto di noi. E’ difficile da spiegare.

Amore dove.

Io non ne so niente, io so solo che al belga gli metterei una mano in faccia, solo questo. Persino Baudelaire sosteneva che i dannati belgi fossero da considerare le scimmie d’Europa.

Io non c’ero fino a oggi.

Io ho ritagliato appena qualche profilo di Feelgood dalle canzoni dei Jefferson Airplane, dalle poesie di Ginsberg e Corso, dalla teoria delle evoluzioni di strada di Kerouac e Cassady.

Io sono solo postulati privi di espressioni, sono in maledetto, tremendo ritardo, non ho parentesi e non capisco le frazioni.

Soprattutto, non ho mai fatto l’amore prima.

Capisci.

*

Feelgood si che se la sarebbe goduta, con Isa.

Lui e la sua banda scalmanata, era qualche estate che piantavano un tendone collettivo in pineta. Facevano come le comuni tipo gli Allman Brothers Band, con le chitarre e i concerti di blues e le poesie per strada e i viaggi lisergici e gli amori che sbagliavano regolarmente branda ogni due o tre notti.

Tutti sbagliavano ed erano felici e ogni tanto ballavano nudi fuori dalla tenda bagnandosi nei rituali della luna.

Erano gli anni incantati del festival internazionale dei poeti Beat che si montava a pochi chilometri da lì, tra le dune di sabbia di Castel Porziano dove inizia questa storia. Mio fratello maggiore militava nella colonna artistica dei tendaioli beat, girava spostando paccottiglie di ciclostili di versi auto-prodotti e mucchi di musicassette blues fruscianti registrate dal vivo in lunghe session notturne che scimmiottavano la periferia di un Woodstock.

E veniva fuori con i racconti delle tresche, delle avventure e dei viaggi, di Andrea che era partito per l’India col treno, da stazione Termini, e non aveva più mandato notizie, nemmeno alla famiglia, da oltre un anno.

Veniva fuori con Marco e Filippo, il primo andatosene con un’overdose, il secondo scioltosi lentamente nel bicchiere della cirrosi.

La morte, ancora la morte, in quegli anni sembrava venire giù naturale come un acquazzone in mezzo alla musica e agli schiamazzi, al vino, alla poesia e agli acidi.

Eppure era gioia quella che spacciavano al supermarket degli anni Settanta.

Veniva giù come il sole della California e non faceva rumore, piombava nascosta dentro profumate ceste di fiori e balzava fuori all’improvviso, con quel tipico sorriso impunito di destino già compiuto.

Per me era ancora come ascoltare un racconto antico della nonna di una vita che non vivevo.

Si evitava di parlare troppo in quelle circostanze, io e mio fratello. E forse ognuno metteva quella morte reale a brillare nel proprio cielo privato, accanto alle anime immortali di Jimi Hendrix e Janis Joplin e Toro Seduto e Re Lucertola.

*

Liquidi occhi azzurri, intanto, s’era fatta cambiare fascia di lezione all’università per stare sempre con te, e non c’era più un attimo, notte o giorno, che non passavate insieme, ancorati ognuno all’incosciente banchina di carne dell’altro.

E ogni volta che a passeggio per strada c’era da salutare qualcuno, o da entrare per una porta particolarmente stretta, era tutto un complicato smontarvi le braccia di dosso, rassicurandovi.

Era un sospiro e uno staccarsi e un guardarsi e un riprendersi e uno stringersi di nuovo. I suoi amici pagliacci avevano cominciato a chiamarvi: lo zoccolo duro di Peynet.

Lei che era avanti a te un paio di esami ti passava i suoi libri, rigorosamente annotati e sottolineati a penna, e tu t’incazzavi.

Ma tu pensa: un libro.

Un libro qualsiasi, dico, perché non si può fare distinzioni tra i libri, no non si può fare, no. Non vale nemmeno distinguere tre la Psicopatologia della vita quotidiana e Tex Willer. I libri sono oggetti sacri!

E la matita impermanente che li percorre, la loro giusta liturgia.

Ma io dico: un libro come Morte a Venezia di Thomas Mann, deflorato per sempre da uno stupido scolo d’inchiostro!

Allucinante, io allucino. Persino Feelgood in un caso del genere non ce la farebbe a mantenere il suo equilibrio dinoccolato, l’equidistante percettività di Neil Cassady.

E poi ridere, ridere, ridere.

E di ritorno a casa correre tra i cespugli del prato a fare l’amore urgente senza badare alle stagioni, l’amore fantasioso come un Profumo di Jitterburg.

Noi e io e il niente che sapevo, e quello che spacciavo. Lei mi metteva l’azzurro addosso e io avevo come niente trenta, trentacinque, quarant’anni d’esperienza.

Noi eravamo un po’ come allegri strappi di viscere nella macelleria dell’infanzia.

Poi un giorno, tra le pagine del manuale di Fisiologica I, avevo scoperto uno dei codici del testo segreto di Isa.

Il libro aveva un formato gigante, con grandi tavole lucide che seguivano il percorso delle vie nervose dalla periferia degli organi e della pelle fino al grande capo pensante, la madre di tutte le pippe mentali: il complicatissimo cervello.

Era un tripudio di nomi impossibili da ricordare o da dimenticare: il giro cingolato, il talamo e l’ipotalamo e i corpi mammillari, l’ippocampo, le vie propriocettive, il ponte, il bulbo, il mesencefalo e la sostanza reticolare, la bastarda responsabile del sonno e dei sogni.

E accanto la penna di Isa che incideva lo spessore lucido della pagina. Non le solite annotazioni da ricordare per l’esame prossimo, nemmeno numeri di telefono tracciati di fretta.

C’era declinato tutto l’elenco brutale di ogni singolo invitato a quelli che erano nient’altro che i suoi folleggianti party bulimici.

Tutto, c’era scritto tutto, e io invece di tremare ero totalmente catturato, già sfigurato dal sorriso colpevole di un fiancheggiatore.

C’erano: il numero e la composizione precisa dei tramezzini, la quantità in etti di patatine fritte, i pacchetti di Fonzies al formaggio, le marche della cioccolata con tutti i diversi ripieni, i supplì, gli etti di pizza e i calzoni, se fritti o al forno, i gelati e la coca cola, il boccione da un litro e mezzo con cui mandava giù in pochi minuti il tutto dopo essersi nascosta nel pratone dietro casa dove di solito facevamo l’amore.

La Coca, mi spiegava con la puntigliosità di una che ha studiato di fino, serviva a far venire grandi bolle d’aria nello stomaco che spingevano il pasticcio di tutto vicino alla bocca dell’esofago, dove era più raggiungibile dal conato che le dita ficcate in gola non tardavano a provocare.

-Continua-

23 risposte a “Dr. Feelgood (tutte le morti in una notte di giugno) – I di II

  1. mi sta simpatico il “collega”. e poi c’è buona musica che suona tra le righe. interessante la teoria della raggiungibilità dal conato.
    : )
    mi sa che mi ricordo che finisce. male.
    (non capisco questa mania di spezzare i post… mica solo tu. mah)

  2. “Volevano parlare ma non potevano.Avevano le lacrime agli occhi. Erano tutti e due pallidi e magri; ma in quei volti pallidi e malati splendeva già l’aurora di un’avvenire migliore, di una completa rinascita e di una nuova vita. Li aveva fatti rinascere l’amore e il cuore dell’uno racchiudeva inesauribili sorgenti di vita per il cuore dell’altro…..” 🙂

  3. Le citazioni musicali mi sono molto familiari, come anche le atmosfere che il post evoca. Mi ricorda una Pannonica 15nne che suonava la chitarra e che cantava oscillando nell’imitazione di Janis Joplin e di Joan Baez.. a quando il seguito?

  4. “Noi eravamo un po’ come allegri strappi di viscere nella macelleria dell’infanzia”
    letto tutto d’un fiato!
    ora aspetto…
    gb

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