Dr. Feelgood – II di II

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https://aereoplanini.wordpress.com/2013/04/01/dr-feelgood-tutte-le-morti-in-una-notte-di-giugno-i-di-ii/

Dr. Feelgood la prese bene, per fortuna.

Ci voleva proprio una strana figura di saggio senza tempo per accompagnare Isa con la cinquecento scappottata e la musica alta a vomitare tra i cespugli e a sbattersi la pelle addosso subito dopo come negri indiavolati, a parlare del futuro e del destino tra dieci anni che ci avrebbe ripreso di sicuro, qualsiasi cosa potesse succedere nel frattempo, perché adesso forse era troppo presto per un matrimonio di sangue del genere.

Io dicevo di si a qualsiasi teoria venisse fuori da quei baccanali sdilinquenti di amore e morte. Si e soltanto si, a qualsiasi ingresso di buio o di luce, alla sensazione che sul libro adesso si potesse scrivere qualsiasi genere di sfregio, e che potesse anche cadere in terra e finire calpestato, e lo scaffale crollargli di schianto dietro, ammucchiando tutti gli scheletri in un unico ossario da bruciare al suono di: Find the Coast of Freedom.

Io non so dire bene l’effetto che mi facevano quei baccanali di poltiglia gastrica in cui Bukowski avrebbe sfavillato, ma pensavo che presto mi sarei convinto che dare l’anima in salsa acida alle undici di mattina bisognava provarlo, specie se Isa ti reggeva la fronte baciandoti dietro il collo, vicino al lobo dell’orecchio.
*
Io ho detto di si, che capivo, certo, quando Isa che masticava l’erba del prato per digerire nella maniera più naturale, come i gatti diceva lei, mi annunciò che voleva partirsene da sola per due settimane, quattordici giorni precisamente, per allontanarsi un po’ dal padre Junghiano che la inseguiva per casa con le tavole piene di macchie di un test proiettivo cui lei non aveva alcuna intenzione di sottoporsi.
Ho comprato nuova musica per il Dr. Feelgood e ho aspettato 336 ore uscendo di casa il minimo indispensabile. Ho cominciato a scrivere poesie e a tempestare mio fratello di domande, a pretendere che mi mettesse al corrente di ogni risvolto di storia della tenda. Bene, pareva che nulla si sarebbe più fatto nell’estate che veniva. O forse qualcosa all’ultimo momento, senza programmi.

Era trascorso un anno di silenzi poi Andrea era tornato salutando tutti così com’era partito, con una telefonata allegra dalla stazione Termini. Solo che aveva perso completamente la brocca e non si sapeva nulla di quello che gli era successo in viaggio.

Adesso lo incontravi in giro per il quartiere soprattutto di notte, arrampicato su qualche muretto di tufo, con una luce incredibile negli occhi, a raccontare che stavano arrivando gli extraterrestri, che Ginsberg era un agente dell’FBI deviato e che bisognava insistere, che la morte tutti i giorni nelle nostre case non era davvero credibile paragonata a un piatto di fettuccine fatte in casa con il ragù e una raffica di parmigiano sparata sopra.

Poi è arrivata una lettera di Isa. E tutto si è rivelato nella sua sciocca prevedibilità d’appendice, con una precisione formale e un dolore di ritorno che non mi ha stupito per niente, a pensarci bene, come se lo stessi attendendo da settimane, da anni, fin dall’inizio di tutto.

<Non posso stare con te, c’è che siamo troppo simili e finiamo per fonderci, per annullarci e bastarci troppo. Io forse ti ho scambiato per mio padre, ecco, ho fatto questo errore. Potrai mai perdonarmi?>


Così è stato che le poesie che ho portato con me stasera non sono le mie. Ho un cartoccio di fotocopie infilato nel petto, quelle che Andrea e mio fratello distribuivano per strada l’estate scorsa.

La foto di me con i capelli lunghi e della ragazzina cerulea, di profilo, che ci guardiamo il fondo degli occhi, l’ho strappata qualche centinaio di metri fa perché ho ritenuto fosse meglio così, questo viaggio è mio e non mi posso permettere di dividerlo con nient’altro.

Isa non l’ho più cercata, ci siamo incrociati una sola volta per caso davanti alla vetrina delle cioccolate al centro commerciale Le Terrazze.

Abbiamo provato a rallentare un attimo il passo venendoci incontro.

Lei aveva un trucco che non le avevo mai visto sugli occhi, pesante, ai limiti della volgarità, il trucco di una che vuole perdersi da sola, da qualche parte, tra le braccia di qualcosa che nemmeno lei sa ben decifrare.

Siamo ripartiti in fretta a camminare e allontanarci tra la folla senza girarci. Lei deve aver visto che ho qualcosa di rotto nello sguardo, una fessura da cui esce una luce nera, ma forse non è una cosa seria, non so se lei lo sappia, è che mi sento un fuoco di paglia di segreti, una cosa stupida più di un criceto, che gira su se stessa e fa solo rumore inutile.

*
Sono un mistero che deambula di notte, con un blues che palleggia nelle orecchie, un mistero che ha ripreso a iniettarsi i libri e ha aspettato di finire di leggere tutto Bukowski prima di mettersi a piedi su questa strada a scorrimento veloce che porta la notte al mare e alla pineta, poco tempo dopo la fine degli anni Settanta.

Dr. Feelgood dev’essere ancora lì bello sveglio da qualche parte, se mi vengono ancora di queste cappelle di pensieri da Ciao 2001, mentre ho già scovato una bella zona di cespugli tra i pini dove arriva leggero il rumore del mare.

Io sono curioso di sapere che succede adesso.

Io mi sa che sto sparecchiando tutto come il Siddharta e l’Holden e il Demian, oppure sto ingiallendo precocemente, alla diciannovesima pagina, come un rompicapo spacca-anima di Simenon.

Fuori c’è un’aria densa che mi scuote le ossa e ho tutti i sensi scoperti.

Posso sentire ogni ago di pino che mi entra nel sedere tra le maglie consumate dei jeans e conto le onde, ne riconosco l’ampiezza e la portata esatta dal suono che fanno, mischiate al buio, da qualche parte laggiù oltre le gambe distese.

E non riesco più ad arrivare alla fine del concetto che solo ieri sembrava così evidente. Ho scritto una poesia fottianima sulla necessità di attraversare quella porta, sulla persistenza dell’idea di quell’uscita, sulla luce che è stata tirata via, come un’oscena macchia di sperma in una centrifuga di cose immacolate.

L’ho scritta stamattina e già non me la ricordo più, e mi sembra comunque inutile, infantile, superata.

Perché questa è già una specie di eternità sospesa che non ha bisogno di nulla, che si mangia qualsiasi memoria prima ancora che io possa concepirla.

C’è solo in evidenza il fastidio delle pillole che mi si intasano nella gola e il vino che le scioglie faticosamente mandandole giù a piccoli gorghi.

Il bruciore che lasciano lungo l’esofago.

E.
Un attimo solo ancora, prima di un colpo di buio improvviso.

Un buco d’imbuto buio dove precipita in grazia ogni cosa.

Prima che mi accorga di nuovo che c’è un fastidio di luce e la lingua di un cane sopra di me, la lingua umida di un cane che mi festeggia con entusiasmo la faccia.

Con tutte queste immagini sparse Dr. Feelgood ci avrebbe di sicuro girato una scena psichedelica come si deve, tipo quella della festa in acido di Un Uomo da Marciapiede.

Ma tu guarda che storia, la sirena dell’ambulanza di ritorno dal mare di domenica. Perché dai discorsi che senti vagare intorno a te, mentre il sonno e strani sogni ti attirano giù come fili a piombo, capisci che è domenica e ti ricordi che in pineta era solo la notte di giovedì.

Poi hai la sensazione delle lenzuola pulite che ti frusciano intorno e finalmente apri un occhio e vedi persone strane fotografate in pose assurde che non dimenticherai mai. E continui a svegliarti per pochi secondi e a ricadere come una piuma tra le ali di un’amante sonno.

Capisci che stanno arrivando tutti, a ondate. Gli amici e qualche conoscente e tuo padre e tua madre impacciatissimi, con facce distrutte che guardano altrove, da morire dal ridere.

E persino la Monica, il tuo amore platonico di quarta liceo.

Che ci fa la Monica piegata su di te piena di sussurri e di carezze, che non ti ha mai filato nemmeno come amico, nemmeno dopo.

Sentite, sentite!.

Da quello che sembra, lei deve aver telefonato a Isa che è apparsa a un certo punto di soppiatto, scortata dal fratello, me ne sono a malapena accorto.

E hanno cominciato a litigare, su questioni di responsabilità morale, e fortuna che adesso ho questo sonno maieutico che mi glorifica, posso accendermi e spegnermi come meglio mi va, perché qualcuno si potrebbe persino offendere.

Perché io adesso potrei scoppiare a ridere, ridere e ridere come le jene, come un pazzo, un po’ come una testa di cazzo, senza storia e senza quartiere.

*

Dormo ancora e mi sveglio sempre più di frequente.

Intorno la giostra di marionette rallenta, le apparizioni si diradano.

Comincio a sentire che dentro, il dolore è più che sopportabile.

Mi tocco e mi tasto con ogni cellula di me.

O forse l’ho sempre saputo.

E c’è un giorno che scelgo di passare completamente sveglio, a occhi chiusi, perso totalmente nei pensieri. Un giorno in cui in stanza ci sono solo mio padre e mio fratello, leggeri al limite dell’immateriale, ognuno perso per la propria incomunicabile stonatura.

Vanno in giro per quelle strettoie tra i letti come vergognosi infermieri del silenzio.

Mio fratello a un certo punto si avvicina e mi dice un po’ mogio in un orecchio che la Roma ha pareggiato in casa con l’Udinese, e che Falcao ha pure sbagliato un calcio di rigore. Ma Cristo.

Come lo capisco, oggi. A lui mancherà la tenda.

Dicono che i giovani dei prossimi anni penseranno agli affari propri, dicono che quelli di oggi brucheranno l’erba nel recinto dei cresciuti, che è come un’onda spontanea che per moto proprio si ritira, non ci si può fare niente.

Gli anni Settanta non torneranno.

Quella maledetta tenda, per la verità, mancherà a tutti, soprattutto a me che non ci ho mai dormito sotto.

Ma anche questo è un dettaglio, in fondo.

Dr. Feelgood mi viene a visitare spesso.

Lui, l’unico vecchio caprone invisibile che non m’ha mai abbandonato.

Lui fuma e sorride e guarda oltre, lui non ha bisogno di leggere Hillman e i post-junghiani e i neoplatonici e gli sciamani per sapere che la morte è viva, viva, più viva della vita stessa.

Lei, l’orgogliosa Signora che sussurra in siciliano, desidera essere corteggiata, considerata, rappresentata. Solo questo.

Non c’è bisogno di procedere fino alle estreme conseguenze, a meno che tu non le voglia mancare di rispetto. Non si affretta la mano del destino.

E c’è di nuovo che mi sembra adesso di possedere qualcosa di realmente mio, un passato, un futuro, una prospettiva, qualcosa di difficile da far credere agli altri.

E accettare i pensieri così come vengono, senza alterarli poliziescamente alla fonte.

Anche che ci possiamo dire adesso qualcosa che abbiamo sempre saputo, forse.

Che ci sarebbero voluti i barbiturici per collassare brutto come il Re Lucertola.

Che con gli ipnotici non si va da nessuna parte, al massimo a fare una scampagnata in pineta, anche se son trentacinque pasticche.

Che l’unica morte vera l’ho rischiata per assideramento progressivo, ma m’ha salvato il dio benedetto di giugno, che se Isa m’avesse mollato a gennaio, ad esempio, forse oggi non staremmo qui a fantasticarne.

Io l’avevo detto subito che non era una cosa seria.

Io l’avevo detto e lo ripeto, adesso che sono in superficie e posso finalmente respirare.

Qua la mano Doc, giuro che sarò eternamente paziente.

37 risposte a “Dr. Feelgood – II di II

  1. bellissimo…non ci sono parole sufficienti per descriverlo e poi quel Ciao 2001, che mi riporta indietro negli anni…e tutti questi pensieri come flash che si incastrano perfettamente e ti fanno arrivare fino alla fine con il fiato sospeso…grande davvero

  2. ciao Alex.
    Ha un sapore aspro, il sapore che deve avere, nonostante la dolcissima chiusa e non riesco a trovarci la nostalgia di cui tu parli nei commenti.
    E’ pieno di crepe “da cui esce una luce nera” e la mirabolante resa di cose del tipo: “è che mi sento un fuoco di paglia di segreti, una cosa stupida più di un criceto, che gira su stessa e fa solo rumore inutile”.
    Il mio problema è che per quanto mi ci metta non riesco a trovare la “colpa”, quella che dovrebbe farci capire la citazione iniziale (a proposito: incipit di valore, accattivante e fuggitivo, insieme) di cui Fedor ha imbastito il suo capolavoro. Ho conosciuto persone bulimiche, accanto a cui ho resistito a farmi divorare e vomitare, sistematicamente, per un po’.
    E’ un racconto che soddisfa l’ambizione che si pone. Io, corta di comprendonio, ci sbatto contro, ma m’incaponisco, “come una che vuole perdersi da sola, da qualche parte, tra le braccia di qualcosa che nemmeno lei sa ben decifrare”, e non m’importa, no, di chiedermi ma davvero? Che non importa quanto ci sia di autobiografico nei racconti perché anche il solo raccontare è autobiografico.
    Ti propongo una riflessione su quel balletto Io-Tu della voce narrante, ché è vero che ci hai abituato a questo serrato andirivieni di riflessive riflessioni , ma mi provoca un leggero sbandamento. Non so, per me la voce narrante è il cardine del racconto, così è come trovarsi all’improvviso in mezzo a una porta girevole.
    E sono indecisa se segnalarti o meno l’apostrofo tra un e amante, perché nonostante segua il maschile sonno, mi piace che per gli uomini l’amante sempre femmina sia.
    I favolosi Seventie’s sono lontani, ci sarà sempre un buon motivo per ammazzarsi
    e io mi sento molto palomma ‘e notte quando vengo qui. C’è sempre da bruciarsi, di bene e di male.
    v.

    • azzo si, me la sono andata a cercare. ma vorrei commenti così tutti i giorni, davvero.
      detto questo, il racconto è autobio al 100%, e t’assicuro che in questo caso fa differenza, per me che l’ho scritto, almeno.
      potrei darti ragione sul balletto Io-Tu, qualsiasi editor farebbe la stessa notazione, è un mio vezzo, mi ci diverto io in effetti, e questo ti è già noto, mi pare.
      il resto non lo capisco tanto, confesso, che necessità hai di trovare la “colpa” specifica, se vuoi te ne trovo io due o tre qui dentro, ma il dettaglio non interessa affatto il soggetto narrante, non è un racconto psicanalitico questo, è il racconto di un’esperienza, ciò che conta è il mood. e scusa, dov’è che parlo di nostalgia nei commenti? non trovo.
      e anche se l’avessi detto parlavo del periodo 70, non capisco cosa c’entra col racconto.
      Capperi ragazza, a cercar il pelo si diventa ciechi, occhio 🙂

  3. sei tu che parli di colpa. prima parte, nono capoverso.

    E c’è sempre comunque una colpa che ti piove addosso, tutto il tempo.

    ben in evidenza, solo, solo, tra due spazi d’interlinea.
    non solo, ma lo fai appena dopo aver esordito con delitto e castigo. ma è chiaro che ho le traveggole.
    quando leggo, non ho alcuna “necessità di trovare”, nemmeno cerco e se mi va benissimo il racconto MI legge
    e chi ha parlato di psicanalisi? ah forse sta dietro il modo sprezzante con cui dici ‘editor’!
    l’unico pelo che vedo io è quello che mi dovrei far crescere sullo stomaco.
    Statti bene, Alex

    • el-la peppa, non ci posso credere, addirittura il pelo sullo stomaco? per così poco? Mi dispiace, è risaputo da ogni uomo che il senso di colpa è un sentimento inesplicabile, il più delle volte, figurati per un diciottenne che dichiara poche parole prima che è circondato da misteri, non ti chiedo che cos’altro vorresti trovare oltre ciò che è lampante perchè questa discussione non m’interessa.
      Tra l’altro, ho il massimo rispetto del lavoro dell’editor, credimi.
      Ho trovato il tuo commento piacevolmente accurato e piuttosto “disonesto” nei contenuti, la tua replica anche. punto. speriamo che non te la prendi ancora di più.
      grazie Ji. io sto abbastanza bene già, auguro lo stesso a te.

  4. la tua capacità di guardarti senza giudicarti e/o compatirti è ciò mi arriva prima di ogni altra cosa, leggendoti. intendo dire che ti guardi in maniera sana, ti racconti in maniera sana e ti appartieni tutto, nel bene e nel male. e poi mi arriva tutto il flusso del tuo mood, che è quello di chi non attende più – perché non ne ha più bisogno – un perdono.
    arriva il blues e tutto il resto. tu arrivi, insomma.

  5. Io ho trovato tutto molto emozionante.
    Ora rileggerò il primo e, poi, di seguito, il secondo perchè tutto si fonda in me.
    L’ultima parte dopo “Ma anche questo è un dettaglio, in fondo.” è veramente validissima.
    E’ questo tuo scritto un qualcosa che deve decantare in me.
    Ritorno:-)
    Grazie
    gb

  6. No, non poteva funzionare, a meno che non fosse giugno, ma non importa, in fondo ti sei suicidato ugualmente. Forse avevi una missione, che riguardava oltre te anche le vite di tutti quelli che silenziosamente ti sbirciavano dormire. Niente è affidato al Caso, è la Necessità che ha il pallino di tutto. E la Necessità non poteva permettere altro epilogo, perchè questo avrebbe alterato le esistenze di tutti quelli che lungo il cammino ti stavano aspettando pur senza saperlo, e quello sì che sarebbe stato un delitto.

  7. oh, il solstizio d’estate… inevitabilmente poi, le giornate si accorciano. Guardare indietro, alla primavera, a quel è utile se il dottore ti fa sentire davvero bene.
    Preparare un autunno fiammeggiante, ecco…
    Baci

    • sai, ho come l’impressione che il doc sia molto più sveglio oggi in autunno che allora…ci penso e mi stupisco, perchè mi pare irragionevole, per tanti versi cara infra è come se avessi appena cominciato. baci a te

  8. Piroetto in quel chiudere e riaprire gli occhi e posso sentire gli aghi trapassare i jeans. Sono rimasta a fissare lo schermo dopo quel punto finale, in attesa che altre parole si materializzassero… bellissimo.

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