Sedurre due inglesi e un Padrino, a Jaipur (remixed)

10bE’ qui dal tavolino di un baretto squattrinato sulla rotatoria centrale di Jaipur, la capitale-mercato del Rajastan, che osservo le due ragazze inglesi cariche di giganteschi zaini attardarsi sul ciglio sporco della strada.

Tentennano, confabulano, ogni tanto si guardano in giro con aria vaga, come se non stessero affatto lì sul posto da cinque minuti buoni a tentar di attraversare l’inferno felice che scorre largo e variopinto su tutta la carreggiata utile, cunette e interstizi compresi.

Le due appaiono una classica coppia d’amicizia archetipica, di tipi contrapposti che si completano. Quanto una è ben disegnata, bassina, seno proteso da richiamo tattile, viso grassottello, un po’ sgraziato, l’altra è longilinea, un ovale di volto elegante, occhi intensi, seno taglia uno.

Intorno a loro due o tre procacciatori d’affari da strada saltellano operando le mosse di un fantasioso marketing d’acchiappo senza esser minimamente calcolati.

Davanti a loro si svolge l’ora di punta all’indiana, un circo festoso di traffico che anche un moscerino avrebbe difficoltà ad attraversare. Sono teorie dense di carretti trainati da cavalli nani, cammelli, asini, sono carretti che caracollano spinti, tirati, strattonati, avanzati a mano aperta sull’asfalto da tronconi umani, e poi ancora automobili, camion, corriere, moto, motorini, biciclette, ciclotaxi, tuk-tuk, vacche impigrite, semplici sfaccendati a piedi, un elefante affrescato di bellissimi motivi colorati che alza e agita la proboscide su tutto, assumendo quella tipica sembianza, bocca schiusa, che pare ridere ed esser sul punto di starnutire.

Ho appuntamento con Ravendra, Virendra e il terzo tizio non me lo ricordo, tra una mezz’ora all’Apsara Hotel, un tre stelle locale che non figura su nessuna delle guide ufficiali consultate, Lonelyplanet in testa.

Pago e mi alzo, vado anch’io a titubare sul ciglio della carreggiata, mi metto sulla sinistra delle due inglesi, capitasse l’opportunità di scambiare due chiacchiere di passaggio, la bruttina tattile a istinto mi parrebbe la più predisposta, chissà.

Al terzo giorno d’India in solitaria, già un fiato di patimento misogino mi agita la coscienza. Sto scoprendo grazie ai viaggi che far amicizia non è così difficile, e che forse è persino più facile che a casa propria proporsi al complicatissimo mondo femminile, così come m’appariva allora.

Giri, osservi il fiume inesauribile degli altri backpackers esperti che scorre tra l’Hymalaia e cape Comorin a sud e vedi coppie che si trovano e si formano ovunque, basta un niente, quel semplice nulla da battitore di mondo che scambia preziose informazioni di viaggio, dritte per risparmiare tempo, denaro, seccature, soffiate per vivere esperienze esclusive, fino al limite di dove non era mai passato nessuno prima.

Non è che abbia molte cartucce da sparare io, in verità, forse si nota anche un po’ che vago ancora leggermente spaurito dalla prima solitaria in un difficile paese ignoto, quel che ho da dare si fa presto a smerciarlo. E l’inglesina dal seno tattile mi dà pure una generosa mano inattesa.

Si volta dalla mia parte e mi chiede seccamente se conosco come si fa ad arrivare alla Krishna Sunshine Guest House and Resort, il nome è un tipico paradosso indiano. Mentre io penso a quel che mi conviene rispondere, l’altra amica secca e nobile comincia a smaniare a denti stretti contro i procacciatori molesti.

<Don’t want to see your fucking shop! I’m not yourrr frriend, sshit!!> Urlicchia a un certo punto rifacendo verso. Io parto e faccio mezzo giro di coppia inglese, vado sotto quello sudato, con i baffi e lo apostrofo con indignazione, lo spingo via più a occhiate, in definitiva, che altro, che la lingua inglese mi si ingarbuglia piuttosto. Se ne vanno all’indiana, sorridendo, ma non così velocemente come al solito qui, che tutta la città è un mercato che sbraita e ribolle.

Adesso, adesso dico io qualcosa. Qualcosa tranquilla, navigata, che esce tutta d’un fiato e vorrebbe essere tipo: tutto a posto, rompono le balle ma l’artigianato come si deve si compra qui a Jaipur (bella scoperta), sto andando da certi tizi che m’ha indicato un mio amico italiano, grossisti mica negozianti!

La secca mi guarda come attraverso, puntando gli occhi a qualche decina di metri. La ciccia si sporge e mi dice: scusa; puntando in alto un ditino. Torno dalla sua parte e ascolto: sai come si fa ad arrivare alla Krishna Sunshine Guest House and Resort?

Ok.

Ravendra, Virendra e il terzo non me lo ricordo, dicevamo. Riccardo che fa import-export di indianerie me li ha segnalati come suoi referenti di fiducia, vai tranquillo con una pacca, m’ha detto, con quell’aria paternalistica tipica di chi dell’India ha visto tutto.

Mr Kishore, please, provo a dire col mento in su all’altissima reception di formica vinaccia, che sta sul lato di un ingresso stretto, tappezzato di polverosa stoffa scura che invita alla compunzione.

L’addetto mi squadra da una specie di empireo superiore circonfuso di quelle lucette di neon colorati per cui gli Hindu vanno matti, con adeguato schieramento su carte lucide di divinità e reincarnazioni colte in pose fumettistico-ieratiche.

Non so che altro dire, ripeto le tre parole.

Adesso mi vede, si raddrizza e chiede chi sono e chi cerco, con spessore di severità sospettosa.

Mr Kishòree..! Virendra, Ravendra..Kishore. I’m a friend of Riccardo Semprini, the italian trader..

Non se ne esce. Lassù si gira e scartabella un po’. Torna da me e mi porge un registro, mi chiede il passaporto e dice secco che la penna non ce l’ha, che usi la mia dunque.

No, no, no, faccio io. Sono venuto per incontrare i signori Kishore, diamine (e mi sto davvero esasperando).

Finalmente lui, enigmatico ora, alza un telefono, confabula sottovoce, asserisce, attende, alza il tono e ribadisce.

E a me viene un cavolo di sospetto. Comunque la procedura è finita, spunta fuori la caricatura di un boy d’ascensore anni 50, più due tizi scuri e mediamente malmessi che mi si mettono alle spalle, e m’accompagna su per cinque piani di strette scale scivolose dove è vero, non ci sono i segni delle sputate di betel negli angoli come nelle guest house da due soldi, ma se questo è un tre stelle, io sono il terzo fratello che non ricordo.

Giunti in cima il boy mi introduce in uno stanzone semibuio dove in fondo si intuisce una gigantesca scrivania con un altro tizio seduto dietro.

I sospetti si fanno certezza quando l’interrogatorio ricomincia da zero, dopo che sono stato fatto accomodare. Chi sei, che vuoi, chi t’ha mandato, da dove vieni (Un fiorino). Non è affatto un grossista e non è nemmeno una Mafia semplice, questa.

Ora, si scopre che in India c’è un termine che identifica l’esperienza che adesso qui sto sfiorando con Ravendra o Virendra o forse il terzo. Si dice: gangwar, a significare sia il gruppo malavitoso organizzato in sé che il grande gioco degli affari comuni tra organizzazioni e poliziotti. Perchè come succede istituzionalmente alla Yakuza giapponese, i lavoratori del crimine sono in buona parte consociati agli apparati di controllo e repressione che li combattono. Volano mazzette e compartecipazioni agli utili, spesso le gangwar eseguono commissioni per la polizia, o può capitare il contrario, che una gangwar emergente si allei con gli agenti per farsi largo sulla piazza.

Di queste storie la gente chiacchiera per strada e nei locali, nel narrare e rappresentare, ci mette la passione che riserva alle iconografie del cinema di Bollywood, dove gli eroi cattivi trionfano in popolarità anche meglio degli eroici bravi ragazzi innamorati.

Ma il mio è comunque un cinemetto minore, Ravendra o chi per lui tira ancora un po’ l’interrogatorio ma va rilassandosi. A un certo punto sorride e sveste la grinta del padrino, si trasforma nella persona più affabile che riusciresti a immaginare.

Mr Kishore mi offre da bere e mi porta a fare un lungo giro di palazzo, a vedere una serie di operai che montano piccoli componenti d’artigianato, poi mi porta di sotto a casa dei genitori, in un altro incubo di sfumature vinaccia alle pareti, mobili neri lucidi, con grandi salamelecchi ufficiali incrociati a due vecchietti rincagnati che guardano la TV a volume altissimo. Mi offrono paste e pastarelle croccanti, piccanti. Facciamo inchini e giunzioni di mani e mastichiamo.

Non abbiamo nemmeno parlato dei quattro anellini scontati che cercavo a Jaipur, figuriamoci, ma s’è fatto tardi, saranno due ore buone che sono dentro la X-perience e lui continua a parlare, un fiume in piena, adesso sostenendo che se non voglio rimanere a cena allora devo assolutamente, assolutamente partecipare al poker che faranno subito dopo!

Ci mancherebbe pure, per me è il segnale che devo rischiare l’uscita drastica che sto tentando di individuare da una mezz’ora, ho paura d’offenderlo, come uno di famiglia, proprio. Ma lui, dove aver fatto il perfetto Padrino, il perfetto padrone di casa, s’è trasformato alla mia striminzita ottica, repentinamente, in un perfetto rompicoglioni.

Dico: devo andare, devo andare, saluto con inchini e giunzioni esagerate che lo lasciano stupefatto. Devo andare.

Me ne torno in albergo, trasognato, tra il sollievo al timore e al senso d’oppressione che m’era venuto e il piacere di esser passato per una porta “veramente indiana”. Non ho null’altro da fare oggi, così dopo cena esco e vado a prendermi un lassi e una birra e a perdere tempo al solito baretto.

Mentre guardo i soliti sfaccendati che si assaltano amichevolmente con mosse di kung-fu e passi di danze Bolly, considero che lo spettacolo popolare è libero e gratuito, in India, la gente è variopinta e fantasiosa in modi vari e sorprendenti.

Poi vedo arrivare da lontano la camminata storta delle due inglesi che trasportano un grosso Shiva assiso di legno e penso d’esser fortunato. Se mi riuscisse mai di far tana con una delle due la mia auto-considerazione schizzerebbe alle stelle. Il mio percorso è libero, sono in grado di seguirle fin sull’Hymalaia, volendo.

Ci salutiamo, loro si siedono sbuffando a un tavolino accanto. Come un maglio del Mahabarata lo Shiva si abbatte su una sedia con frastuono celeste, tutto il bar accorre a veder che succede, poi si tranquillizzano e retrocedono, ma continuano a tenerci d’occhio.

E siamo noi ormai che ci siamo trasferiti nella loro telenovela serale, anche l’ultimo avventore locale gira la sedia dalla nostra parte.

Seno tattile, suo solito, è la più ciarliera, scopa nobile sempre un po’ distaccata. Ci raccontiamo quel poco, il mio inglese zoppicante e la sua pronuncia contratta non facilitano, non riesco a rivendermi la storia di Ravendra e soci, mi frustro un po’.

Lei pare stufarsi, a un certo punto, così io produco il jolly d’emergenza: se casomai abbiano bisogno di una mano con la stazza di Shiva. Miracolo. La secca s’illumina leggermente, volta un cavolo di sorriso verso di me, giuro che è un sorriso particolare, che va oltre la semplice cortesia. E’ pura luce. E’ fatta. Secca o tattile, ormai, è l’unica questione che rimane aperta.

Così, in corteo di devozione Shivaita, auspicando con una puja interiore un lieto fine tantrico, ce ne andiamo qualche minuto dopo verso la Sunshine Guest House and Resort attraversando la notte ancora animatissima di Jaipur.

C’è un sacco di procacciatori affamati ancora in strada, al primo che s’avvicina recito io anticipando: <Hey maffrrend! Come to seee ma shop, no business, no commission, giast cam and si!>

La secca scoppia a ridere e io sono felice, lo intuivo da subito che mi sarei innamorato di lei, la longilinea dal viso intenso e non banale. Mi dispiace per seno tattile, ma così va la vita.

Durante il tragitto, ancora, succede l’ultimo dei miracoli della giornata, in zona cesarini proprio. Shiva barcolla, noi svoltiamo per un vialetto buio da cui proviene un frastuono di woofer spinti al limite. Veniamo investiti e circondati da un’ondata di indiani vestiti a festa e congruentemente alticci che ci urlano, spintonano, traggono via.

Cerco di difendere la statua e la posizione accanto alla secca, ma è difficile, mi par di capire che siamo annegati dentro un matrimonio locale e loro non hanno alcuna intenzione di lasciarci andare, e quando gli ricapitano a quest’ora tre ospiti del fesso occidente da portare in trofeo allo sposo-sposa, così ci si distingue L’orgoglio esibizionista degli indiani è sconfinato, al confronto gli italiani appaiano timide educande.

Dentro, il montare di chiasso e musica e alcol pare l’andamento di borsa di Lehman brothers poco prima che precipitassero col culo per terra. Posiamo Shiva in un angolo e veniamo ancora trascinati via, cerco di far capire alla secca del mio cuore che dobbiamo scambiare due chiacchere, non sappiamo nemmeno che tipo di tracciato stiamo seguendo sulle Lonely Planet, e che se le va di dividere un taxi potremmo stare tutti un po’ più comodi, domani.

Ma ora è del tutto inutile, la matrix indiana ci recapita sotto il grande baldacchino nuziale, apoteosi del kitch più barocco, dove scalmanati sudati, di rigoroso genere maschile, ancheggiano furiosi la solita tarantella bollywoodiana mettendosi le banconote nelle rispettive cinte dei pantaloni slargati dalle trippe. Le bajadere non ci sono, si deve organizzarsi con le poche risorse reperibili. E il tutto olimpicamente scrutato dal gradone alto da sposo-sposa assisi in fissità egizie.

Perdo di vista le inglesi e mi preoccupo; nel frattempo, cena loro su cena mia, ho mandato giù roventi samosa e napalm di byriani che mi ha incendiato le mucose, ci ho bevuto sopra un bicchiere d’acqua di dubbie provenienze. Finchè tutto non si placa un attimo, in un salottino semi-riservato dietro il tendone principale.

Da qui la musica fa un po’ meno male, le inglesi ritrovate parlano con certi ragazzotti locali, giubottini aderenti e occhiali a specchio, pur nella penombra delle lampade basse.

Mi siedo e cerco di calcolare se ho un vantaggio o uno svantaggio, le inglesi sono indipendenti e parlano con tutti, di solito, difficile è capire cosa gli passa veramente per la testa.

La testa della secca sul corpo della tattile, improvvisamente, m’appare. Un eccitante fantasma mi si palesa per un istante sulla sontuosa trapunta indiana. E’ un’inutile epifania privata, ma non c’è nulla di che vergognarsi, dopotutto. Anche la macelleria ha un risvolto mistico, in India.

Anche Hannuman, il messaggero di Rama, incarnazione di Visnu, aveva una testa di scimmia. E come non citare il buon Ganesha stesso, la cui testa incenerita dalla rabbia di Shiva divenne per il duro della trimurti occasione di far voto di riscatto.

Gli fu dunque concesso di sostituirla con quella del primo essere vivente che passasse, e capitò l’elefante, che vuoi fare.

Mi rivolgo alla tattile e gli chiedo che faranno domani.

Bikàner..Bikanèr, mi dice.

E come pensano di andare?

Lei si gira dalla secca e ritorna.

Jaisalmer, Jaisalmer, annuisce.

(perchè raddoppi, alla maniera indiana, è un mistero).

Bus o taxi, almeno?

Ancora una consultazione di secca.

Gwalior, Gwalior, comunica decisa.

Calcolo che Gwalior sta sulla strada di Benares, all’estremo geografico opposto, tipo mille chilometri di percorrenze indiane più a est.

Ma dovrei aver già compreso la storia.

Salutare e ritirarsi, è stata la secca che ha guidato dall’inizio e adesso, attraverso la segretaria tattile, mi sta invitando a scendere.

Salutare e domani, comprare un paio d’occhiali a specchio.

E’ stata una giornata densa e durissima.

Ci sono venti giorni d’esperienza davanti, bisogna attrezzarsi bene, stare più all’erta, imparare a percepire meglio.

Bisogna andare, con tutte le grinte locali del caso.

11 risposte a “Sedurre due inglesi e un Padrino, a Jaipur (remixed)

  1. ahahaha!! da come descrivi Jaipur sembra il mercato della Vucciria di Palermo. 😀
    anche il binomio secca/tattile assomiglia un po’ alle turiste che si vedono dalle mie parti in bassa stagione, come i venditori di tutto che le non le lasciano in pace. India – Sicilia è un gemellaggio molto probabile.
    e 20 giorni in India da solo ce li hai ancora nel sangue. giusto? 🙂

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