5 minuti di scrittura automatica, dai Mondiali del ’90 alle avanguardie, passando per Marrakesh

classeE questo è solo un pezzo da cinque minuti, cinque centesimi, cinque o seicento parole, cinquanta minuti prima che la nuova Organizzazione che mi ospita pagandomi la pagnotta spinga i colleghi tra i miei piedi e io debba cominciare a mulinare le cinquecentesche narrazioni dell’apparire interessati ed efficienti, cazzate astrali alla macchinetta del caffè incluse.

Era il quinto anno della mia vita di impiegato techno quando m’è venuto in mente di mettermi a scrivere, e questo è un pezzo dedicato a chi, come me allora, vuole sentire la struttura del racconto prendere il largo tra le pagine, quelli che desiderano abbandonarsi all’All-inclusive del villaggio narrativo, identificazioni e climax e soluzione e balle varie, tutto quello che questo sciagurato pezzo non contempla, così siete avvertiti, chiudete e tornate a lavorare, maledetti italiani, che il paese va in malora.

Scarse parti di me sanno che tutto questo nacque come cura omeopatica al fatto che giravo ottanta numeri di contachilometri al giorno per andare a giocare con i computer presso il Cliente, fate conto che fosse il Novanta o giù di lì, a Roma era in pista la triplicazione delle corsie del Gra, la mattina compravo il giornale, anzi due, e mentre la mia Panda Fire procedeva a 5 km l’ora in coda io leggevo tante di quelle di News che Mentana m’avrebbe fatto..diciamo un baffo, va.

Chiaro che giungevo in ufficio dopo 90 minuti caricato a pallettoni, così cominciò quest’insana abitudine dell’impiegato cancerogeno (per il Sistema, e anche per il System di cui ero Administrator) il cui primo pensiero all’accensione del PC non è affatto la buona gestione delle routine di codice, ma piuttosto la ricerca affannosa di un altro tipo di codice, prettamente narrativo, rivestito del pretesto della forma del “racconto”, utile a riedificare una realtà che umanamente mi pareva deficitaria già al secondo anno di lavoro.

Bene, il pezzo è pressochè finito, la parte importante cercherei di farla stare tutta in un’ultima frase finale che fa a pezzi il respiro, questa è la mia fisima illetterata, oppure d’avanguardia, a sentire il mio amico Livio Borriello, ma per carità, adoro volare basso e farmi venire l’enfisema mentre scrivo e rileggo tuttinsieme, e la forma del racconto sta scomparendo come un miraggio a Marrakesh nelle mie lontananze fantastiche, sono profondamente addolorato per il mio lettore medio e ancora non ho iniziato a dire ciò che mi sta a cuore. Odio il gigantesco Ego dei poeti, così nascosto dietro le zanzariere delle false modestie, preferisco di gran lunga l’artigianato sinceramente disonesto dei prosatori, ha ragione l’altro vecchio amico mio Malos Mannaja, mi pare più onesto e certamente inquina meno la sfera psico-animista del bipede installato sul terzo pianeta.

Ma comunque, si è nominata Marrakesh, la città dei cantastorie che recitano tra gli alti fumenti di kebab nel casotto immondo della leggendaria piazza Djama El-Fna, vicino a certi stronzi incantatori di serpenti che al minimo distrarti ti mettono un cazzo di cobra al collo e poi vogliono i soldi per togliertelo, nella prossimità di una serie infinita di borseggiatori da ancata, senza contare il traffico di ragazzini marocchini che girano accanto al manager francese di turno che è venuto a coltivare la sua perversione, una roba che a Parigi sconterebbe con l’essere appeso per le palle etiche ai lampioni stile impero di place de la Concorde.

Ecco, giuro che sto finendo le cartucce, e intanto dai mondiali del 90 a oggi sono passato al lato oscuro della Forza, la narrazione a braccio senza identificazione né soluzione possibile per il lettore, l’unica perversione letteraria auto prodotta che mi doni un po’ di pace, ah le goie della scrittura automatica!

Per la cronaca, ciò che mi stava a cuore si levi di trono, vedremo forse in un prossimo post-minkia dei miei.

E quindi la piazza dei cantastorie senza rete, con la magra cena ricavata, c’è più marocco autentico in me che in certi berberi dal portamento nobilissimo che incontrai sulle montagne sperdute del Grande Atlante.

Ma non era nemmeno questo.

Volevo parlare del backstage di WordPress, del meraviglioso mondo invisibile dei Tag, laddove ho un titolo con la stringa “De Carlo” e uno con la stringa “Il Culo”. E vorrei tanto sapere chi cazzo è che un giorno si e l’altro pure cerca la stringa “Andrea De Carlo Eleonora Giorgi” aprendo regolarmente il mio povero Post pensionato, ormai, ma ancora di più uscirei volentieri a bere una birra Splugen col muratore rumeno cui ho assegnato la medaglia d’oro della stringa a sfondo pornografico più creativa di tutte.

Ovvero: “Done erotice zona tor de schiavi”.

E’ sotto casa mia, accidenti al Tremila e che si perda il seme delle e-cloud e delle nuove diavolerie informate della Rete, ma comunque Ionescu è uno giusto, un fauve dell’Eros, il cantore di una vintage-umanità stracciona di cui mi sento intimamente parte, un delizioso reperto d’altri tempi nel suo bisogno basilare di sesso animato dal Logos incandescente delle sue agognate Done Erotice.

E io voglio trovarlo e andargli a offrire una grandiosa birra. 

(1980 – Io fui quello con la barbetta, al centro alto dell’immagine)

17 risposte a “5 minuti di scrittura automatica, dai Mondiali del ’90 alle avanguardie, passando per Marrakesh

  1. Elapeppa quante rivelazioni in più di seicento parole.
    Livio Borriello è per te sicuramente un amico e questa mi sembra una cosa importante, per la birra, meglio lasciar perdere chi non si conosce abbastanza.
    Per quanto riguarda i Tag io poco ci capisco e sinceramente chissenefrega 
    Nel mondo virtuale c’è di tutto, e un giretto in lungo e in largo ce lo facciamo tutti, poi però ci fermiamo dove più ci aggrada. Certo un informatico riesce a vedere cose che gli umani normali non possono vedere 😉
    Scappo perché devo andare ad apparire interessata ed efficiente anch’io.

    Ah .. un ultima cosa ma il pezzo ti è piaciuto perché? Pensa che lo scrissi per un concorso a tema e nonostante mi divertii a scriverlo non è che mi piaccia poi molto.

    • Adoro come sinceramente tratti i miei testi, travisandoli completamente, e credimi, non è una battuta.
      E’ talmente “pulito” e scolastico il tuo racconto che si colloca ai miei antipodi, per forza mi sarebbe piaciuto, io non sarei in grado di scrivere una roba così…:-) (e anche qui sono serio)

  2. Le stringhe dei motori di ricerca sono simpaticissime. Pensa che qualcuno arriva al mio blog cercando” piccola indiana penna bianca cerca grande cazzo” 🙂 Bellissima quella foto e anche questo post.

    • sono innamorato dei retrobottega ambigui, WP e le sue stringhe di smanettatori ormonali notturni, ma anche gli ipotetici percorsi dei click di chi rovista, e si sposta da user-in a link-out secondo schemi talvolta precisi 🙂
      Bella lì, Sandra (non ho ancora capito precisamente che vuol dire, però vedo in giro sbarbi che se lo dicono con fratellanza 🙂 )

    • hai ragione con le pezze…c’è un negozio in fondo alla mia via trasformato in sartoria da poco, è gestito da rumeni, forse Ionescu non è un muratore, dopotutto! 😀
      gracias

  3. che ti devo dire?
    sono molto stanca, anche se notturna al solito, eppure posso ancora scriverti che:
    “tu sei un bravissimo… miscelatore, anche!”
    non hai anche un bar in fondo alla tua strada?
    tag, parola di cui conosco il significato, ma io non ho un blog…
    ciao, alex!
    buon sole!
    gb

      • preferisco “gelso dalle notti bianche”…
        amo le notti bianche, romanzo, amo le notti bianche del nord…
        che augurio posso inviarti?
        che sia ti propizia questa domenica… per avere una domenica come tu la vuoi!:-)

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