Quel che rimane di insolubile, sopra il mare di Celestun (Landscape thirteen)

Celestun2

Così adesso puoi svegliarti, siamo pressapoco al centro di dove eravamo destinati, nel Messico distratto che desideravi tu, forse, quel posto che ti corrisponde, che volevi sentire come il tuo speciale luogo intimo, da abitare senza confini.

Celestun, lo sai, è quel derivato di viaggio della mia fantasia che ho preteso facessi tuo. Non c’è turismo da quelle parti, i pescatori prendono il largo quando la scarsa marea glie lo consente, altro non ho potuto dirti che il colore particolare delle sabbie bianche, l’anima autentica dei luoghi, non certo quanto questo paese fuori rotta appartenga a una mia collezione privata di crepuscoli, avrei dovuto parlarti di ciò che appare inspiegabile a me stesso.

Così riempio le tue sere raccontando alla tua sordità speciale l’estro di piccole avventure contromano, come potresti accettare il pericolo naturale che si agita in te e provare a imboccare le rampe di uscita al contrario, lasciarti alle spalle i pullman turistici e il verso turchese del mare, gli armadietti delle creme e le ciabattine giuste, spingerti tra strade malmesse che indicano l’approssimativo, sopportare quel tanto di maligno che gente chiusa come questa può offrirti fino a spiaggiare la tua ansia fuori rotta, come fuggitiva alla conta del bottino sottratto, su una bianca gettata di sabbia alla fine della pista. Siamo sempre quel buio cui è destinato un controluce improvviso, non abbiamo altre bussole al collo.

 Ti sei aggrappata a me come se questo sogno ti riguardasse davvero, quell’aria di fuga trattenuta ce l’avevi già il giorno che t’ho incontrata mentre raccoglievo quel cane minuscolo che mi alitava tra i piedi e andavo a cercare il suo punto di separazione dall’umano conosciuto.

 – Una donna che ama l’amore – così dopo quattro chiacchiere t’eri enfaticamente presentata, al primo incrocio che imponeva una scelta precoce.

 – Una fuga al contrario – seppi dire io, e tu eri già obbligata e tirata all’osso, se lasciarsi andare subito o vedersi allontanare con il conforto di qualche cifra personale che non ingombri troppo, immaginando la quarta di copertina di un romanzetto niente male da scambiarsi nelle prossime sere d’estate.

Così dopo tanto scorrere di paesaggio rattoppato dalle miserie locali, la striscia di sabbia che appare oltre l’incolto color ruggine dei campi deve sembrarti cipria d’angelo. Colgo di lato come distendi le fossette sulle guance, vorrei poter guardarti meglio, soffermarmi, ma sono impegnato a capire bene il procedere dello sterrato, e anche ad anticipare con lo sguardo, se fosse possibile, il brutto colore del mare che mostra il lato occidentale dello Yucatan, capire l’effetto reale che appare sul tuo viso, quello che sfugge alle vaste parole di contorno in cui ti riduci, quando dici che vuoi lasciarti andare alla saggezza del mondo.

 Ci infiliamo nelle strettoie dei vicoli di Celestun sfiorando gli asini piantati in mezzo agli incroci, le madonne sulle icone sporgenti, la scarsa gente locale che procede stretta ai muri sporchi, tutte le prevedibili apparizioni di un avamposto di mare un po’ sperduto.

Entriamo nella nostra prossima stanza in un’invitante penombra sfumata d’ocra, il sole del pomeriggio batte contro le tende tirate, sul letto una trapunta leggera del corredo di famiglia, consumata, e una rosa di benvenuto col gambo cortissimo, quasi soltanto il bocciolo reciso. E’ così formale questa nostra cerimonia di ingresso nel piccolo ignoto privato del nostro viaggio che lo stupore mi separa del tutto da te.

E’ dunque questo ciò che accade: lei si guarda intorno, fotografa la stanza che dovrà abitare con la cautela famelica di un cucciolo insidioso, cerca di figurarsi come il nostro testo occuperà lo spazio, il margine di sicurezza relativa che le rimane quando la porta le si chiuderà alle spalle.

 Di lato sta un me, come un robot poco fantasioso muove le istruzioni che sa, le toglie dal collo gli zaini e le borse, le spazzola la polvere di dosso. Poi le sfila la canottiera e il reggiseno e le dà un bacio sulla fronte, prosegue attaccando i larghi pantaloni di lino, il perizoma, infine, sulla cui corsa a scendere lei fa un saltello finale di una tale compostezza che parrebbe coinvolta in un qualche genere di saggio di fine corso.

 Lascia fare lei, come se muoversi potesse disturbare il raggio di questi gesti che somigliano a un passaggio di risonanza magnetica, lei lascia che il mio volere accada, tremando solo leggermente.

Quel che ho in mente io adesso è solo il luogo nudo, spogliato di noi, l’idea che m’ero fatto di questo paese nei racconti appassionati di un’amica che ci aveva vissuto sei mesi, un’amica speciale con una grande attitudine alle lontananze geografiche, al piacere della dissoluzione dei confini, dell’immedesimazione nella varianza etnica. Il mio pensiero invece è ridotto a lei che vibra ancora impercettibilmente, la sua nudità composta mi interroga con un grado di ferocia passiva. Dovremo anche scostare le tende, prima o poi, finirà questa sospensione da antefatto di interpreti posticci, dovremo guardare giù lungo la spiaggia e in più in là, verso l’oggetto sognato.

 Mi spoglio anch’io, la prendo per mano e la traggo verso le grandi tende colorate. Le dico:

 – Non esponiamoci troppo, il paese è quello che è, son pescatori.

 Lei fa si tre volte con la testa, do un colpo forte al cordone di lato e appariamo in un brivido alla luce impossibile di Celestun che cerchiamo di schermare col braccio sulla fronte, il riflesso del candore della spiaggia trafigge gli occhi, il mare non si capisce nemmeno bene dove sia.

 Lei si stringe a me, in una piccola morsa trasmette il bisogno di rassicurazione, lei aspettava qualcosa di tragico come il trionfo del nostro amore acerbo al sole alcolizzato di un resort di Tulum, per tutta la giornata ha vissuto la noia delle strade secondarie in un paesaggio asfittico, l’accoglienza rude di un villaggio di pescatori, il mio silenzio, la padrona di casa seriosa che l’ha squadrata da capo a piedi come dovesse decidere se ammetterla in un bordello o meno.

 E il mare che non si vede, passiamo qualche minuto a dirci la bellezza della sabbia che pare farina, e ancora la morbidezza della sabbia mi fa notare lei, che la spiaggia in sé non sapresti come definirla, lei non lo sa, io vedo il semplice retrobottega di un paese di mare, i rifiuti e i relitti sparsi, l’approssimazione dei giorni poveri, e abituato alla luce violenta capisco alla fine anche il mare, lo strano colore marroncino che ha e come tendesse a escludersi dalla concezione del paesaggio.

Lei allora scappa dentro improvvisamente, dice che sta arrivando una barca, che l’hanno vista, accidenti. Faccio una panoramica con lo sguardo e fatico a riconoscere la sagoma di un natante che sta rientrando trainando una misera rete, parecchio di lato al punto dove affaccia il nostro balcone.

 Vado verso il letto dove lei s’è sdraiata su un fianco verso il muro, lasciando i glutei a rappresentanza di sé. Sotto il mio sguardo c’è il baccello nudo, arreso, desiderabilissimo, della donna che dovrò decidere se amare o lasciare, questa alla fine mi pare la magra verità priva di fronzoli, forse il viaggio comincia a operare quel punto di fusione divinatorio che andavo cercando, quaggiù.

E’ la misura di un’ampiezza di oscillazione che governa il mondo. Vibriamo poco o vibriamo tanto, nel primo caso gli oggetti che si avvicinano godono dell’attrazione iniziale in attesa di capire se questa sia sufficiente alla stabilizzazione del sistema, nel secondo l’ampiezza dello slancio investito disturba la quiete dinamica degli esseri, rompe gli schemi, fa venir fuori l’incontrollabile materia scura che le nostre scienze contemplano solo in teoria, così gli esiti si fanno imprevedibili.

L’amore con lei è sempre stato un po’ uno strano mostro bicefalo, un po’ fatica e un po’ stupore, una specie di piccola guerra cui ho dovuto concedere tempo e agguati e munizioni, un percorso accidentato in cui l’apertura è un viottolo noioso, infestato dai suoi modi barocchi di intendersi, delle procedure cerebrali di accesso al mistero della propria pelle.

Lei adesso si è allungata in quel certo modo, le cado addosso e comincio a carezzarla, da subito dirigo la mente altrove per quanto lungo e bizantino sarà ancora quest’assalto in territorio estero, lascio andare le mani intorno alla sua superficie per riconnettere la sensazione dei capelli a quella della punta dei piedi, a ogni giro le mie dita stringono un grammo in più di lei insinuandosi lentamente nello spessore della pelle, così un suo livello di recezione profondo comincia a svegliarsi e la scuote di inspirazioni espirazioni profonde, il tempo scorre perchè qualcosa di oscuro possa dimenticarsi di ciò che era nato carezza, la stretta delle mani è arrivata al limite ma potrebbe anche andare oltre, con lei che comincia a lamentarsi perchè il dolore fisico che desidera alla fine giunge di soppiatto e chiede un prezzo, inutile anche pensare di mettersi a urlare, dallo sguardo che ti ha dato e da quanto abbiamo pagato la camera stai pure certa che nessuna padrona di casa accorrerà mai in tuo soccorso, son questi i momenti in cui vorresti le mani non si fermassero mai, o mio dio le mani, sono riuscito nel frattempo a penetrarti e tu che in piedi pari così goffa, il più delle volte, adesso assumi la risonanza di un elastico, cominci a venirmi incontro sfruttando solo la dinamica intorno a un vuoto e ti sfreghi su di me senza ritegno, e anche se le mani cominciano a dolermi non tolleri che si possa allentare lo spessore della morsa, è chiaro che stai tornando alla luce dal profondo del tuo buio innominabile e io non posso far altro che assecondarti, attendere ancora riempiendomi la testa di orrori e mestizie per placare la fitta che vorrebbe esplodere adesso la propria esistenza di passaggio in te.

Ci si fa domande oscene, il più delle volte, come le occasioni in cui la sua ansia ha preteso le venisse illustrato il significato del mio amarla, se così si può tradurre in lei. E tutto questo avviene ancora adesso, in tempo reale, lei tiene gli occhi chiusi, sempre più serrati, incapace di osservare in me la risposta esplicita al suo quesito fondante cui ho sempre dedicato la prontezza cosciente di una mezza bugia appena.

Quando l’urlo giunge sono pochi secondi che cavano le stelle dalle orbite del firmamento pesto di Celestun.

Si tratta di una A lunga e sofferta, protratta, di un silenzio e uno stupore.

Di un’altra A più breve, acuta, lacerata, quasi lo slancio di una reazione rabbiosa.

Ancora di una terza che interviene certe volte, come questa sera indifferente che sta calando, quando dai lividi intorno alle zone sensibili mi accorgo che ho stretto più del solito. Una terza A sfiatata che è come una resa senza condizioni, la dichiarazione che nessun miracolo è ammissibile in lei, che non esiste passaggio tra i mondi, che il buio va tenuto distante, come se la natura fosse nient’altro che il regno di un peso necessario che spinge.

Il suo orgasmo faticoso ha reso la stanza incandescente. Il sole che rosseggia batte violentemente sul letto dove lei cerca ora un riparo in un semplice braccio che la rinfreschi, la rassicuri, ancora una volta.

Dice: non so se mi piace questo mare, non so nemmeno dove si possa andare a mangiare.

Fa una doccia che dura tutto il tempo utile a farle inveire ognuna delle sue forme preferite di contrarietà verso la scarsità del getto d’acqua, il cattivo odore che sale dallo scarico, l’arroganza della padrona di casa, lo schifo che c’è in spiaggia, mentre a me torna in mente una delle prime sere che uscimmo da amanti, il sorriso sovresposto che le tirava le guance, quel banale esordio con cui annunciava una sorpresa e un segreto, l’aria da cospiratrice buffa che la sbilanciava avvicinandomisi a cena mentre mi sussurrava in un orecchio che era uscita senza indossare le mutandine.

Anch’io ho bisogno di parlarmi di me, ogni tanto, per rassicurarmi.

Sottobraccio usciamo nel crepuscolo polveroso di Celestun, lei colorata e profumata come una confezione di Roger & Gallet alla fiera della scarsità tropicale.

Camminiamo incerti sui diversi settori della spiaggia bianca, alcuni accumulano i resti di migliaia di conchiglie frantumate, altri sembrano maldestri raggruppamenti di rifiuti che uno spazzino pigro ha lasciato lì, non si capisce bene da quanto tempo. Il mare sta tornando verso la battigia, il colore marrone che ci porta sembra la soluzione a tutte le incertezze, non so se lei lo possa appena immaginare.

– Certo che ricordo l’italiana alta con le spalle larghe, stava alla casa rossa.

La vecchia che ha raccolto la nostra dispersione davanti al mare d’ebano di Celestun ci mette davanti due piatti che sembrano raccolti dal crollo maldestro di una credenza.

Il ceviche di calamari che ci offre si nota appena in mezzo al folto di cipolla che lo contiene, lei comincia a muovere la forchetta come in uno shangai dell’ambivalenza alimentare, fame e idiosincrasia si mischiano nei modi spenti che assume, nel silenzio composto degli occhi bassi che inforca.

– La sua amica ha lavorato con coraggio e disinteresse per la causa dei pescatori di Celestun, quaggiù è un cimitero da qualche anno, le correnti hanno abbandonato questa baia ed è arrivato il maligno. Il mare, come potete vedere, sta morendo.

Mi esprimo di rimando nel poco spagnolo di circostanza che mi compete, sono soprattutto forme di cortesia e ripetizioni di ovvietà che non mandano avanti il discorso. La vecchia se ne va improvvisamente come a liberarsi da un’incombenza che pesa, scusandosi e pregandoci di lasciare il dovuto sul tavolo.

Sulla via del ritorno c’è ancora un po’ di luce che ci accompagna, lei adesso parla, dice una quantità di parole dei suoi corredi automatici che non implicano necessaria interlocuzione, poi s’interrompe con poco estro, mi chiede bruscamente qualcosa tipo: che relazione avessi veramente con la mia “leggendaria amica Greenpeace”. Proprio queste parole usa.

Mi pare come che tutta la moria del pesce si renda visibile soltanto ora, in una fluttuazione sfumata di lato, tra il colore scuro dell’acqua che schiarisce leggermente a riva. Lei mi abbraccia con inutile trasporto, mi bacia dietro l’orecchio, mi chiede scusa. Sorrido e ogni cosa mi pare semplice, non ho altro da darle che questa resa, l’abbraccio di ritorno che l’accoglie, il tempo necessario che ci vorrà.

Con l’ultimo chiaro prima di notte siamo arrivati all’altezza del vecchio rimessaggio delle barche, abbandonato alla nuda esistenza della sua millimetrica frana silenziosa. Prendo lei per mano e dico:

– Andiamo sotto, voglio scattare delle foto a memoria di questa scenografia assurda. Sia lodato il cielo perchè ammette la desolazione, non credi? E’ solo qualche grado di buio che permette di vedere il disegno completo. Ferma, sorridi.

Ora a Celestun la notte s’è allargata e si sente ancora, forse, l’eco insolubile di lei, della sua risata incongrua lanciata sulla distesa di sabbia candida, e il rumore torpido del mare che muore non riesce a spingerla via. 

 

20 risposte a “Quel che rimane di insolubile, sopra il mare di Celestun (Landscape thirteen)

  1. Eppure, che ben vengano certe compagnie di viaggio errate, se in merito ad esse arriviamo a scoprire il paesaggio “diverso”, che non fosse del nostro osservare preparatorio e individuale. Chiamiamola consolazione! E l’amore carnale, quello in cui la passione chiede il dolore fisico perché solo così riesce a uscire dallo spirito, è spesso figlio delle geografie fuori luogo. Due fotografie a confronto. Tale il paesaggio, tale l’amplesso.

    • grazie del passaggio, cara, se posso dire la mia (non è scontato, un racconto appartiene a chi lo legge in definitiva), l'”amplesso” come lo chiami tu con lei era la parte migliore e più vitale del paesaggio, anche per lei, a differenza del mare di Celestun che stingeva davvero il cuore a osservarlo.
      In generarle, non sono mai d’accordo quando un testo viene letto alla luce del contenuto/morale/carattere-presunto-dello-scrittore che lo abita (cado anch’io nell'”errore” commentando gli altri, talvolta). La dignità di un racconto, se c’è, sta nella credibilità e coerenza formale del testo, ancora una volta devo riconoscere la superiorità delle “strutture” rispetto ai “contenuti”.

  2. Manipolatore! ecco cosa mi viene in mente alla fine della lettura. Non solo questo naturalmente. Manipolatore perché la “Lei” si sveglia nel posto che desidera ma che il narratore ha preteso facesse suo.
    Manipolatore delle parole, ( le parole le sai usare bene), narratore sempre, continuamente perché hai una missione da compiere: raccontare l’estro di piccole avventure contromano (?)
    Potrei andare avanti sezionando tutto il racconto ma qui mi fermo perché l’ego non sempre va assecondato.
    Meno criptico rispetto a quello che ho letto di te precedentemente e un modo carino di raccontare qualcosa che sembra finito. A volte avverto una certa misoginia che mi infastidisce, come quando” lei s’è sdraiata su un fianco verso il muro, lasciando i glutei a rappresentanza di sè” E’ chiaro che ho capito bene in realtà che lei si gira così per provocare il narratore dato il momento così intimo; questo non può rappresentare una persona, ma solo quel momento particolare. Invece” il baccello nudo” non è lì a rappresentare il narratore ma è quella forza della natura che la fa vibrare :-)) è chiaro no?

    Poetico quell’avere in mente il luogo nudo, spogliato di noi
    ciao
    i
    Ciao

    • oh grazie di cuore anna, per quel poco che ti conosco questo mi pare un mezzo panegirico…più che un commento 😀
      a parte scherzi, io credo che l’Ego vada assecondato, invece, se motivo c’è, e quindi in fede affermo che sei una commentatrice di razza, potrei andare avanti a lungo a dialogare col tuo ricco post, perchè mi pare che faccia opera giusta, commenti il racconto in sè più che ciò che pare esprimere nel livello del contenuto (ad eccezione della nota sulla misoginia che in me ritengo essere tutt’altro), ovvero fastidio per certi passivi ripiegamenti automatici del femminile di fronte al “canone maschile”, capisco che la battaglia psicologica è complessa e non ad armi pari, ma se se ne vuole uscire la donna di oggi deve necessariamente mettere la testa fuori, assumendo come bibbia esistenziale quel meraviglioso testo (leggenda mitologica + commentario junghiano) che è: Amore e Psiche, di Eric Neumann, edizioni Astrolabio, anche gli uomini ne avrebbero un gran bisogno, di riflesso..

  3. D’accordo con te che l’ego va assecondato senza esagerare però. Per quanto riguarda la misoginia pensaci un poco almeno, che ti costa
    Non prendertela ma la storia del baccello nudo mi ha divertita molto 🙂

    • è una vita che sono dalla parte delle donne, chi mi conosce davvero lo sa, e tu non insistere…non almeno fin quando non hai letto l’illuminante poeticissimo Amore e Psiche, credimi 🙂
      Tu non hai idea a cosa alludeva il baccello…:-D Hai presente il cult: L’invasione degli Ultracorpi, ScienceFiction usa, B/N, anni 50…?

  4. io saro molto limitata, ma a me sono rimaste impressa queste parti…
    “Celestun, lo sai, è quel derivato di viaggio della mia fantasia che ho preteso facessi tuo.” Strepitoso!
    “capire l’effetto reale che appare sul tuo viso, quello che sfugge alle vaste parole di contorno in cui ti riduci, quando dici che vuoi lasciarti andare alla saggezza del mondo.” Centratissimo!
    Alex, “gelso dalle notti bianche” prosegue domani.
    Ora non gusterei più nulla!
    E tu sai usare le parole così bene che è un delitto chiudere gli occhi mentre ti si legge… 🙂 😉

  5. è quando struttura e contenuto sono intimamente legati, come anima e corpo, Alex, che accade, come qui, quella specie di sintonia perfetta (|) che fa di un brano un racconto eccezionale. Fa eccezione, forse, raccontare di ciò che è risolto, in cui l’Io e l’Es si sono fusi e la conoscenza è come una luce permanente e soffusa su ciò che sappiamo di noi, degli altri, di questo “scarso mondo”?
    E’ come dici tu, un classico, fra i miei preferiti 🙂

  6. hai ragione (era un ufetto :-)) era una considerazione a latere: questa intimità di struttura e contenuto pare accadere quando raccontiamo di qualcosa che dentro di noi è risolto, che proprio perché ci è intimo riesce a realizzare tale corrispondenza, come se il campo fosse sgombro e noi con lui. scusa, mi rendo conto che è intorcinato, è una cosa su cui mi arrovello da tempo.

  7. C’è qualcosa di indefinibile che mi affascina in questo tuo racconto, Alex.
    …e mi affascina molto.
    Che cosa esattamente?
    Non lo so!

    Sì. E’ vera e forte l’unione tra contenuto e struttura!
    Concordo.
    Ammiro.
    Non è questo che mi dà “stupore” però!
    Ed io, leggendoti, provo “stupore”!

    gelsa delle notti bianche

      • io ritorno da te e rileggo ancora questo racconto.
        c’è qualcosa che mi ha colpita fortemente.
        lo so. mi conosco.
        non riesco a “capirlo”.
        sento e non capisco.
        e ri-leggerò tutto nuovamente…
        sì, bellissimo il film con Mastroianni!
        amo il b/n moltissimo.
        ti sorrido, alex.
        gelsa

  8. E’ quel mare di Celestum che mi prende, mi avvolge, mi sconvolge!

    gelsa notturna
    amo le notti bianche, le notti del nord!

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