Divina Tacco Azzurro

tandre-luiz-albertinoSotto tutta quell’acqua esce Divina dall’Ucciardone. Esce col naso che goccia, cerca una carta, vuole segnare l’ora precisa. Vede la carta non c’è, il moccio che cola, la pioggia che scorre, il niente che c’è.

C’è che si sente questi due occhi dolci a sproposito, senza nessun fuoco a stringere, nemmeno la vendetta, la puzza che fa.

Ma è sempre così, ogni volta, ciò che impressiona piuttosto è il suono basso che ti aspetta fuori dalle sbarre, un boato lontano di lamiere e carne, una fossa stretta che ingoia triturando, e non dà giustificazione.

Così torna la memoria tutta, come gesto di prestidigitazione improvvisa, rivede Nanà sul cargo il giorno che s’è aperto le vene. Il capitano urlava e menava a casaccio, e poi le botte di tutti sulle grate, sbattere e gridare, fare finta d’impazzire, che è la paura più antica d’ogni uomo, per avere un grammo di misericordia. Fareste meglio a fuggire tutti, ancora prima di toccare terra.

Così è stato, e ora. In tre lo vengono a prendere fuori, che l’acqua viene ancora pesante ma loro, sticazzi, impavidi e appuntiti come brutti scafi di contrabbando.

Sono subito ciaociao e pacche e pacchette, bacini, gorgheggi, tastate, un dito dentro il culo.
Son angioletti svelti questi, Divì, che tengono tanto a precisare.

Divì, come la minchia stavi fottuto!“.

Divì, solo grazziannoi!“

Vanno via sule moto giganti acchiappandoti sottobraccio come una sacca da ginnastica, vanno via veloci sgommando, dandosi di gas e di fianco.

Ahi Divì, come se fosse comesar de novo, si prepara questo nuovo estremo sollevamento in croce. Il tuo corpo rapito da un desiderio sporco, proprio come sai fare tu, divinamente, com agua au fim.

Sono figli di figli di figli, questi, un cesto di cazzetti poco nobili dei casati scuri di Trapani, in trasferta, è iniziativa loro, nemmeno glie la pagano sta brutta ronda squinternata.
Se sei buono, Divì, se non cerchi perdono, se ti fidi che non c’è dio, alla fine, comunque, è solo la devozione che ti salva dal demonio, solo questo misero giungere le mani grandi.

O amor da gente è como um grao, uma semente de ilusao.

Ti fanno il favore grosso, forse, ti fanno la festa a gratis e poi ti lasciano andare, Divì, hanno sto cazzo di fiato pesante di cani.

Si chiamano Struttu e Fango e Rizzi, un amen e un presto ci vorrebbe.

Invece ti perdi nelle insegne dei bar che ti attraversano, veloci come occhi ciusi vorrebbero. Divina sbandi e t’abbandoni, le lacrime fanno ciò che di penoso possono, sulla schiena di Struttu, niente che cavi fiato o suono d’anima. Solo un cavallo stretto e le palle schiacciate, le urla di un quartiere selvaggio a sfumare fianco.

Presto la minchia, la minchia che brucia.

Qualquer coisa que se sonhara, pro meu corpo ficar odara.

Presto Divì, che hai messo un mare, benedetto dalla tua strega, la scuola di lamiera e le prime marchette sul ciglio di un mercato, inginocchiato sulle bucce della gujaba marcia. Poi la memoria e gli affetti che hai reso cenere e una noite do norte stretta su di te come una balena d’acciaio amorevole, e il suono incessante delle onde, le settimane nascosto a fondo stiva e un limo di petrolio appiccicato sui capelli.

Poi di nuovo la luce, finalmente. E che minchia di luce è.

Arrivi e tre giorni appena, il tempo di far qualche passo, di scalciare il culo in fuori, la gamba vertigine a rete e le tette martoriate, belle tette gonfie tra le siepi di gelsomino e fichi d’india che senti quasi il respiro di casa.

Tre soli giorni Divina. Faresti meglio a svelenire, ti dissero appena, e non c’era altro intorno che la tua furia offesa e l’odore di corruzione del gelsomino.

Che non parli nemmeno comprensibile, Divì, non si capisce una minchia di quello che dici e ognuno si sente ucciso, ognuno si sente il dovere un boia.

Fino all’ultimo il maresciallo ti scavava le tette, ti chiamava zoccolo, femmino, sputazzo. E tu sciagurato, come uno spillo nei coglioni il tuo tacco azzurro del Campeche gli hai piantato.

Alle sbarre ti appendono allora, i giorni tutti come le tre di notte, sveglio.

Dici che c’è una forza di qualche madonna buia che ti sostiene, sem grilos de mim, non è così che avviene, agitando i fianchi sotto un povero figlio infetto che se la gode in branda.

Dopo ti lasciano stare, almeno, e c’è di che fumare un’amazzonia intera. Son giorni che ti dai tutto, come un tronco sbattuto alla corrente fin sotto la torre di Belem.

Ti muovi piano come un’ameba, sottotraccia, e sai più notti adesso di qualunque noite do norte tropical.

Nao sou nem quero ser o seu dono, eu tenho os meus desejos e pianos secretos.

Struttu adesso fa la belva su un marciapiede, nella via del centro che scarreggia di buche gli altri spezzano traiettorie, sudori, bestemmie, vengono incontro come Duel, sfracellano il traffico su viali più larghi, volano a urla da preda finchè non c’è altro che prato di sterpi intorno.

Divì, stringi le spalle a Struttu, trattienilo finchè puoi.

Divina abbracciata al serbatoio, un suono di benzina pigra là sotto, quasi un sussurro, se encantou com a musa, e la cinta tra le chiappe, ma il cavalletto non può, non ce la fa, tutto quel mostro di peso, che dici Divì, si spezza?

Mò viene Rizzi ch’è tutto un filo di bava.

Socchiudi, rilassa, fai la strega col tempo che passa, che Fango ce l’ha pure moscio, di lato. Son begli sconti questi, son minchie sottratte, al dunque.

Così almeno Fango va a nascondersi smoccolando le vergogne. E mentre Rizzi sputa nel tuo buchetto succede la mischia che non t’aspetti.

Vengono urla da dietro i cespugli, sono altri tre come loro, come lupi chimici, stesso muso di scafo appuntito, ma sparano pure le fioamme, questi.

Divina stai lì, abbandonata, faccia e labbra sul punto di contrarti. Sente le urla e gli scoppi dagli occhi chiusi, con le mani pendule stringi forte il cromo invincibile delle testate giapponesi, come se qualcosa pure loro potessero darti.

Senti Struttu che se ne va per ultimo bestemmiando tutte le madri di generazioni. Volevi che fosse finita, Divì?

C’è rimasto un figlio ancora che ti strappa dal serbatoio e ti rovescia di schiena. Che bella minchia che tieni Divì, come oro del rio.

Questo posa la canna a terra e si arma di un taglio.

Divì è un attimo. Zac la destra e Zac la sinistra.

Un vulcano di nervi dolenti ti erutta in petto. Adesso è come avere mani e non trovare che sangue appiccicoso intorno, e aver voglia di perderlo tutto, che sia così fino a singola goccia.

Mentre quelli sfilano la palletta di silicone e poi danno il calcio, e quella vola come ala opaca per un po’, stancamente, il suono schiacciato di suolo che fa, si sentono tutti i quattro soldi che t’era costata.

Divina scannata in petto, con un po’ di forza ancora, per non morire troppo presto. Intorno però, vuoi che non sia agitazione di voci e lampi di sirene e questa cosa qua che ti sollevano in quattro e fanno piano, non somiglia forse a una lontana salvezza trasmessa da potenti Orishas?

Lo portano in ciò che sembra un edificio tutto bianco, in una culla tutta bianca, con le gazelle colorate che saltano a parete, i pappagallini meccanici che razzolano in terra. Sorridono tutti, pacifici, distanti, opacizzati, come spruzzati di un talco d’altromondo.

Si sente una musica ripetitiva che viene dalle macchine parcheggiate sotto, qualcosa che pare battere su cassa d’ottone, onde o rio è mais baiano, campanellini e urla e aria di sogno a confondere in nero ogni cosa.

Ressuscitar no chao, nossa semeadura quem poderà fazer, aquele amor morrer nossa caminhadura, dura caminhada.

Divina è un sogno che cicatrizza presto. E lo trovi così che esce d’ospedale, che piove anche adesso e che piove sempre, tutto insieme e tutto sbagliato, pure un biglietto di scuse e un volo di ritono su Bahia gli si agita senza grazia in mano.

Adesso i mercati sono nuove costellazioni di passaggio, si sente già il puzzo delle interiora strofinate e la spocchia delle divinazioni da banchetto, ci sono le sette che occupano gli incroci inventando omelie di fortuna, mentre sventolano le bibbie speciali che arderanno il mondo.

Di mattina passeggi tra i tavoli rovesciati e le bottiglie spaccate, tu solo sentinella degli affari tuoi, accanto ai vecchi sopravvissuti della favela.

Das estrelas, laco do infinito, gosto tanto dela assim, rosa amarela voz de todo o grito.

Scampato non farà scampare, Divì. E se un giorno venissero ancora, questi figli di figli di figli che non sanno dimenticare, non ti resterà che usare la voragine che porti in petto, il suono dolce, coraggioso che fa il cuore dopo che nel vuoto a precipizio lungamente l’hai gettato.

 

12 risposte a “Divina Tacco Azzurro

  1. pensavo che niente fosse come la prima lettura, invece, se è possibile, oggi fa più male, male, male di allora. e c’è sta com-passione, questa dolcezza con la quale la racconti, a noi, ma a soprattutto a lei, che fa barcollare.
    (ancora una volta mi maledico per non conoscere il portoghese)

  2. Trovo che sia tutto raccontato bene. Il narratore non fa sconti. La descrizione del personaggio, la sua vita che vita non è ne fuori ne dentro il carcere, è quello che è. Così per i ” figli di figli di figli”; aggiungere altre parole, guasterebbe il racconto. Evito anche di fare un mio commento al riguardo semplicemente perchè è già tutto chiaro nella descrizione che ne fai ( lo vedi che sai essere chiaro quando vuoi).
    L’unica nota umana del racconto che di umano non c’ha nulla, sono quelle parole in portoghese, che se anche non le capisco (ma non è questa la cosa importante) , per me sono il “cuore” del racconto.

    • grazie, e hai ragione, il testo brasiliano è pescato a caso da non so che pezzo di Caetano Veloso, nemmeno io lo capisco bene (tentai in Brasil di approfondire qualcosa ma è una lingua complessa, più dello spagnolo) ma non è affatto importante, ed è certamente il cuore invece, di una dolcezza infinita.

      • Secondo me in quelle parole c’è più una sorta di resa per la propria sorte per un un destino segnato.E’ come un grido silenzioso, rassegnato, deluso. O amor da gente è como um grao, uma semente de ilusao – L’amore della gente è come un fiore, un seme di illusione.

    • ce ne sono un paio “in borghese” che vengono a fare la spesa ogni tanto in un supermarket qui sotto, ridono sempre e sono simpaticissimi, e anche Divina, in fondo, esce “vincitore” da questa storia. Grazie del passaggio, cara.

  3. Oh, Alex!
    Tu sai far sentire talmente bene tutto qui!
    E mi fa molto male leggerrti.
    E tu usi una compassione incredibile nel raccontare che mi fa stare male ancora di più.
    Quelle parole in portoghese sono indice di un’umanità che non è altrove nel racconto.
    Il grido, in un silenzio rassegnato, di gente “speciale”, gente migliore di noi.
    Il “cuore” di questo tuo racconto è grande e batte con quelle parole in portoghese.
    Divina vince.

    Posso abbracciarti?
    gelsa delle notti bianche

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