Berta, Belinda, Marta e Maria – El invencible canto de las mujeres de Cuba

hab2A un certo punto si mette di profilo contro il sole basso del pomeriggio che buca l’arzigogolo delle tendine di nylon, la guardo meglio e ho un’altra delle impressioni improbabili che mi accompagnano da stamattina, come che una lunga statua d’ebano lievemente stizzita m’abbia appena accolto in casa.

La stanza è grande e poco accogliente, vecchi mobili di grinta lucida ne ingombrano lo spazio, un’unica finestra dà su una scura colonna di sfogo interno del palazzo. Lei, son cinque minuti che mi trafigge di istruzioni senza che io abbia la possibilità di abituarmi alla novità dell’ambiente, alla sua pronuncia stretta, al cumulo di incombenze in carico all’ospite di passaggio che consta di: portone doppio, cancellata al ballatoio, fantasioso mazzo di chiavi dal peso di svariati etti, divieto di fumo salvo che sul balconcino interno, orari complicati di presenza-assenza della locataria che si chiama Marta, di professione psichiatra, e si mostra come una signora di mezza età di pelle scura, longilinea e nervosa, con una notevole cotenna assertiva che ne sottolinea i gesti.

La mia statua d’ebano è un soggetto che non amo affatto, a un primo colpo d’occhio approssimativo.

Devo ammettere, del resto, che la giornata segue un suo fastidioso filo di coerenza, ogni tanto in viaggio i residui insolubili delle cose si concentrano in un precipitato di ore fatto di ridicole multe e fiacca tropicale e contrattempi d’ogni tipo, la mezza lite con gente locale dal taglio sbrigativo perchè stavi per imboccare un contromano mal segnalato.

Eppure va bene tutto, accetto Marta, la stanchezza tropicale e tutte le angolature diffidenti da cui mi osserva. Mentre la ringrazio brevemente e le confermo la colazione l’indomani sul presto, m’avvio per il lungo corridoio d’uscita dove m’accorgo di che razza di intraducibile galleria d’arte penda alle pareti, sono perlopiù dipinti a tema surreale buttati giù da un tratto approssimativo, su poco invitanti tonalità scure, hanno qualcosa delle famose croste di Novella Parigini che da noi erano già fuori moda negli anni Settanta.

Marta s’accorge dello stupore e mi raggiunge alle spalle vicino al portone con uno dei suoi aggiornamenti esplicativi, tirato su di mezzo tono. Si tratta delle opere della figlia che studia all’accademia d’arte, il mezzo tono è un distillato d’orgoglio puro, così sono obbligato a girarmi verso la mia statua d’ebano che è rimasta nell’ombra sul lato opposto del corridoio, poggiata sullo stipite della porta della stanza che ho affittato e non so proprio cosa risponderle. Armeggio col chiavistello ottocentesco che deve liberarmi l’uscita, dico qualcosa di stupido che non concorrerà certo a rendermi più simpatico, ma tant’è, Matanzas ormai, si tratta di tenere il respiro una notte e via.

Esco nella cappa umida insieme a questa sera di sfuggita, nel corso del viaggio, mi affido alla curiosità vivificante di una passeggiata esplorativa prima di cena nell’etere suggestivo di una piccola città lontana da casa, attraverso la piazza centrale, deserta, sorvegliata dall’eterna enfasi delle statue in memoria, mi fermo davanti alla vecchia farmacia coloniale con i vasti scaffali di mogano semivuoti, se si esclude la cura un po’ desolata con cui hanno posizionato una decina di flaconi di quei buoni vecchi rimedi generici in pillole, incasso il sorriso trionfante delle due commesse che con docile naturalezza accettano di abitare quel secondo di flash che gli vuoto addosso.

Poi mi ritrovo con la cena di carni bruciacchiate davanti sotto i portici antichi, la cuoca che si agita nei bollori del retrocucina, la cameriera che si materializza con la solerzia degli impiegati statali di lungo corso, una poliziotta quasi obesa con un’espressione serissima sul volto spugnoso che lentamente attraversa la piazzetta in diagonale ondeggiando come un cargo cui scivolino i contrappesi.

Mentre raschio quel po’ di bruciato che fa da suola alla fantasiosa entrecote servitami, ci sarebbe da chiedersi, seriamente, che fine abbiano fatto i maschi in questo paese, tenendo fede al fatto che gli ultimi uomini in primo piano incrociati a Matanzas erano i bulli stradali di un paio d’ore fa e che ad Havana come qui, come si immagina in larghe aree trasversali della sfera sociale, la fervente presenza delle donne riedifichi in militanza concreta ciò che lo sfaticamento alcolizzato di certi uomini semina nel corpo permissivo della grande madre cubana.

Il sostentamento gratuito da parte dello stato e una certa forma deleterea di machismo sottoculturale ha corrotto buona parte della popolazione maschile attiva di mezza età che spende la giornata lavorando all’affermazione dei propri vizi più che per il bene della comunità.

Con questo discorso impegnativo Marta mi accoglie la mattina successiva al tavolo apparecchiato su cui si nota un certo impegno nel disporre in una confezione estetica gradevole il poco che mangeremo. Fa colazione con me, mi guarda attentamente dal fondo di una poltroncina di vimini su cui tiene le gambe raccolte, di lato, ha messo un bel vestito blu con una fantasia discreta di cavallucci marini, risponde col massimo del brillio intelligente alle due domande di cortesia che le ho fatto per alleggerire un po’ la tensione.

E’ una bella donna, Marta, la notte l’ha come arrotondata un po’, le ha dato quel leggero languore stupito di certi risvegli cui dedichi l’ornamento della lentezza. Anche attraverso uno dei suoi soliti scarti animaleschi, quando mi dice che non devo fumare le mie sigarette togliendone il filtro e io le rispondo che ha inteso male, che le sigarette le spezzo per fumare meno, la sua figura non perde affatto quel piacevole magnetismo dell’indomani, avverto una lontana eco di rude tenerezza nei suoi modi e mi dico forse che non vale la pena salutare subito dopo il caffellatte per rimettermi in moto solitario sul percorso dell’autopista.

Dice Marta che è preoccupata dello stato medio della salute fisica e mentale della popolazione maschile cubana, soprattutto, e afferma che la sua condizione di medico pubblico le dà dovere di denunciare il fenomeno in ogni circostanza utile.

La passione che mette nel raccontarmi il suo lavoro di psichiatra con i bambini autistici è un piccolo spettacolo privato di cui non perdo un respiro, conveniamo facilmente sul fatto che l’autismo non vada interpretato come sindrome ma solo come un sistema diverso di comunicazione con il mondo, ognuno di noi, in fondo, nel profondo innominabile di se stesso, coltiva un codice assoluto quasi impossibile da trasmettere.

La mia considerazione da poeta la interessa e la allarma in parti uguali, capisco che nella sua mente si è formata l’immagine del solipsismo e il bisogno di ridefinire i termini della questione. Dice che settori sociali diversi parlano lingue differenti, che c’è bisogno di comprendersi meglio, le donne cubane fanno sforzi incredibili per costruire ponti, e forse in definitiva sono gli uomini che hanno condotto e vinto la rivoluzione ma le donne invece, per quello che fanno, per l’anima che ancora esprimono, sono le vere eroine di tutto ciò che è venuto e che è stato difficile vivere, dopo.

La mattina si allunga molto oltre l’ora della mia partenza che ho già ricalibrato alcune volte. Mi distraggo, penso al giorno in cui sono arrivato su quest’isola, al percorso da un capo all’altro di Havana che ho fatto camminando e sudando e incontrando tutto il tempo storie più che persone, penso a Berta che mi si è avvicinata con un semplice sorriso e parlava perfettamente quattro lingue e io ci ho messo un po’ a farmi passare la piccola vergogna del mio spagnolo maccheronico e ad accorgermi di come stessi parlando fitto da dieci minuti con una barbona di strada, di come mi stesse letteralmente incantando coi racconti della sua vita avventurosa e della dissidenza, del cartellino di malattia mentale che il regime le aveva affibbiato forse in spregio del suo essere alternativa, disallineata, forse chissà, era solo mestiere per turisti, ma il dolce fervore con cui Berta racconta tutti i giorni la sua storia tra calle Obispo e Plaza de la Catedral mi è sembrato uno dei reali miracoli animisti della città.

E mentre Marta di fronte a me sposta ancora l’angolazione delle gambe raccolte sulla poltrona di vimini e forse controlla in incognito l’effetto subliminale che mi fa, penso ancora a Belinda, una piacevole Habanera di pelle bianca, ben acconciata, che mi ha chiesto gentilmente se potesse sedersi a fare due chiacchiere con me nell’ombra del Caffè di Plaza Mayor perchè faceva un caldo spezza-anima, alla storia molto quotidiana che mi raccontava, pur avendogli fatto intendere subito di non farsi illusioni con me, circa le sue relazioni difficili con gli uomini, uno spagnolo e un olandese in particolare perchè i cubani è meglio lasciarli stare, dice, gente presso cui si trasferì a vivere per brevi periodi, ogni volta ricacciata indietro dalla difficoltà di bucare la sfera di diffidenza entro cui era stata accolta dalle famiglie d’origine dei rispettivi compagni europei.

E non posso tacermi l’affetto verticale che ho provato subito per Maria De los Angeles Perez, la mia locatrice nell’Habana vieja, per la sensualità e la dolcezza un po’ svagata con cui interpreta ancora perfettamente congrua il ruolo di bellezza sessantenne sola e sfiorita, penso alla mezz’ora che ci ha messo per truccarsi e ricoprirsi d’argenti il pomeriggio che siamo usciti insieme per andare a prenderci un gelato, alla sua assurda collezione di rane di coccio da giardino, all’amore con cui le tiene in ordine e le spolvera tutti i giorni. Ma non si può dimenticare nemmeno il cameo delle due ragazzine adolescenti che mi si sono avvicinate passeggiando in strada, non ne so niente, ma credo sinceramente che in poche altre città al mondo il rito brutale dell’adescamento da asporto si svolga con questa naturalezza gentile, per nulla invasiva né in alcuna forma pruriginosa.

Mi pare che ovunque ci si volti, a viaggiar da solo a Cuba, la natura generosa esprima il canto incessante dell’essere donna, in una forma di rotondità esistenziale che comprende passione, racconto, generosità, talvolta offerta di sé e della propria sensualità per la causa finanziaria del bene comune familiare, ma sempre dall’interno convinto di una relazione spontanea, che sia un’ora o dieci anni, supportata da un senso della dignità umana che lascia stupefatti, soprattutto quelli come noi che sono abituati a riempirsi la bocca dei concetti di etica e diritti individuali, senza accorgersi che, sotto il peso della modernità egoista e danarosa, della realtà concreta del mondo che ci abita si sta smarrendo velocemente il senso.

Così torniamo a essere io e Marta nelle parole, ancora, una di fronte all’altro e quasi niente oltre, della nostra colazione sono sparite anche le briciole, il sole di Matanzas si è già alzato nella sua forma tipica di calore molesto e il soggiorno che ci ospita arde letteralmente intorno alle nostre ultime parole un po’ fiaccate dalla maratona dialettica che ci ha impegnato.

E’ un momento difficile, fuori di ogni retorica. Lei mi guarda intensamente, alterna la visione dei miei occhi a brevi percorsi di sguardo in alto e laterale, è evidente che sta costruendo scene, che il dialogo interno le suggerisce cose che io posso solo immaginare, e piuttosto precisamente anche, grazie alla bolla magnetica, al piccolo stupore intervenuto che adesso ci comprende.

Il corpo di Marta, che deve avere appena qualche anno più del mio ma non lo dimostra affatto, finisce di compiere la sua lunga metamorfosi trans-notturna fissandosi infine nell’immagine di un sensuale arco flessuoso, tutto il nero espresso dalla profondità degli occhi e dalla superficie della pelle mi si agita addosso ai limiti del credibile.

E dunque, mentre una qualche valvola di salvezza o perdizione chiude le mie vie percettive col ricordo che tra due giorni andrò in aeroporto a prendere la mia compagna che mi raggiunge per vivere la nostra intensa storia tropicale, Marta mi chiede senza preamboli che ho da fare di così importante in una vacanza a Cuba che non possa rimanere da lei un’altra notte o due o chissà, non si può mai sapere nella vita. Nessuna necessità la spinge, ha già una bella casa e un bel lavoro e una bella figlia e un bell’ex-marito lei, e il solo pensarci mi riempie di un orgoglio infantile tale che piccole lacrime bastarde come niente mi salgono agli occhi.

Così pura e drastica è stata la vita in quel mezzogiorno di Matanzas, un settembre di anni addietro, tra Marta e me che in un lampo avevo già intuito tutto, come avrei cambiato le tende, ridipinto le pareti di quella casa e i mobili che avrei fatto arrivare dal mio paese, o come con passione mi sarei messo a studiare i linguaggi per accedere agli infiniti mondi dell’autismo e gli accenti fantasiosi con cui avrei popolato le sue notti inquiete sentendomi infine così lontano eppure perfettamente a casa, e tutto il tempo che avrei dedicato alla figlia artista, se solo lei me l’avesse consentito, che spostare i quadri dal corridoio e indurla a frequentare una scuola d’arte in Europa forse, benchè imprescindibile, a occhio e croce non sarebbe stata impresa semplice.   

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14 risposte a “Berta, Belinda, Marta e Maria – El invencible canto de las mujeres de Cuba

  1. un viaggio che ne contiene un altro, che a sua volta ne racchiude un terzo. E si potrebbe continuare all’infinito fino ad arrivare al centro dell’anima, dove i cubani custodiscono l’amore per la vita in quanto tale, e ne fanno canzoni. Fossi una donna cubana e leggessi questo pezzo, ne sarei assolutamente orgogliosa e onorata.

    • non si può che rispondere con quel sospiro che questi illuminati vecchi dedicavano al prendere/riporre le proprie chitarre (donne), così come la raccontava Ry Cooder che fece il disco.

    • grazie, l’avevo cercato stamattina e mi pareva di non trovarlo, proprio questo clip, con il canto che sorge a braccio per i vicoli di Habana vieja.
      http://lyricstranslate.com
      “¿Qué te importa que te ame,
      si tú no me quieres ya?
      El amor que ya ha pasado
      no se debe recordar
      Fui la ilusión de tu vida
      un día lejano ya,
      Hoy represento al pasado,
      no me puedo conformar.
      Si las cosas que uno quiere
      se pudieran alcanzar,
      tú me quisieras lo mismo
      que veinte años atrás.
      Con que tristeza miramos
      un amor que se nos va
      Es un pedazo del alma
      que se arranca sin piedad.”

  2. e se questo non è amore e rispetto per il “viaggio” (in senso lato…capisci a me!), e se questo non è conoscenza della terra (intesa anche come madre e donna)… we, accidenti!!! avrei messo più di un mi piace. vale!
    “resistenza femminile” ?! …però ci sta

    • si, resistenza femminile, e la “terra madre” c’entra fino a un certo punto a Cuba, che è un luogo molto facile e molto difficile da raccontare, un posto intorno a cui si affollano pregiudizi o cartoline, che certamente è, con tutte le distinzioni che ci sarebbero da fare, uno degli ultimi luogo al mondo dove si coltiva l'”essere umano” nel testardo terreno di un’idea di bene collettivo. E la differenza si sente tutta, negli uomini e nelle donne, al di là della mia convinta dichiarazione d’amore por la mujer cubana 🙂

  3. Il racconto/reportage mi è piaciuto tranne il finale.
    Il narratore alla fine viene allo scoperto raccontando ciò che avrebbe fatto se si fosse fermato per qualche tempo da Marta che non è godere di ciò che la donna avrebbe potuto offrirgli e quello che lui poteva offrire a lei, ma ciò che lui avrebbe fatto : cambiare le tende, dipingere le pareti, trasformando la casa a sua gusto e immagine! Inoltre, si sarebbe messo a studiare psicologia per dare consigli alla psicologa e, ciliegina sulla torta, avrebbe dato un bell’aiuto alla figlia, che di artista” (e qui il narratore non nasconde il suo parere), non aveva proprio nulla!
    Per fortuna hai scelto di andare a prendere la tua compagna e di lasciare libera Marta di essere quello che è.

    • oh cara, grazie, e si torna finalmente a dissentire.
      Hai omesso totalmente il centro dell’ultima frase, dove sta il senso degli accessori, anche volutamente un po’ “beffardi”, che hai nominato tu.
      pure il lettore a volte può essere misantropo..mica solo il “narratore” 😀

      • cosa? dove, quando? aspetta la frase è ” … e gli accenti fantasiosi con cui avrei popolato le sue notti inquiete sentendomi infine così lontano eppure perfettamente a casa… è questa? questa è cosa bellina, e non l’ho riportata perchè alla fine, conoscendomi, avrei fatto il cinema 🙂
        su, non te la prendere, il racconto è carino.

  4. quindi quando la vita attiva e la vita contemplativa si scambiano nome e pure il resto, succedono cose che non t’immagineresti. tipo che il sé-duttore venga sedotto da un altro Sé, che la prima impressione non conti un’emerita cippa, che valga ancora il vecchio consiglio di non mangiare carne, che la tenerezza sia la saggezza da bambina, che si possa scrivere qualcosa di originale su Cuba
    eppure, non so assolutamente dirtene il motivo visto che la cura è sempre la stessa, questo racconto mi appare come svogliato, distratto… che sia di indole caraibica? 🙂

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