Fine pena, lei

stre2A ben guardarla in faccia, e anche di profilo e di lontano, nient’altro si poteva dir di lei se non che la vecchiaia s’era divertita a piegarla e contorcerla come un albero d’ulivo addossato a una roccia. Il sorriso che faceva scivolare tra la pelle giallina e raggrinzita del volto manifestava la confidenza grumosa e un po’ distante delle prugne secche, certi peli lunghi e duri le svettavano dal mento, un paio di cipolle seborroiche e qualche ramo di trigemino intorpidito rendevano la sua mimica simile a un’avventura cubista, a una dichiarazione di pericolosa alienità.

Per questo loro le tiravano sassi, per questo ridevano trattenendo la vescica contagiata dal panico. I bambini facevano il chiasso molesto di una giornata che sorge alla malora, raccoglievano la ghiaia dal cortile del sagrato della chiesa e con lunghe bracciate di fionda glie la scagliavano addosso, nella polvere vorticosa che s’alzava tutt’intorno. Dietro le finestre della piazza, l’unica piazza del paese che meritasse tale appellativo, mezzi nascosti da una tenda e trepidi come monete di una sacca bucata, i padri s’attardavano respirando il giusto, guardavano lo spettacolo mordicchiandosi l’interno delle labbra con occhiate d’assassino incerto.

Il semplice fatto che sopra tutta la scena le campane sbattessero un identico suono sordo nel vento della sera bastava a muovere i ricordi di tutti. C’è sempre una lacrima taciuta e il sogno di una fuga nello sguardo seminascosto di un padre, così è che la storia si allontana dal conosciuto. La vecchia orribile aveva avuto un tempo, pure lei, un sole che le scaldava il domani. Pure se non di gioventù un tempo c’era stato, di sguardi e sospiri e promesse e frugamenti senza nome. Le donne si tenevano alla larga, negli anni macinati a monte le donne di sempre avevano tessuto questa luce di salvezza, mezza d’oro e mezza scura.

Angelina aspettava i bambini con la zuava slacciata all’uscita del catechismo. Angelina era lì tutti i pomeriggi, incrollabile, come una oscura pifferaia, all’approssimarsi dello sciocco schiamazzo, voltava le spalle senza un cenno, senza dar a intendere che procedesse avanti e così impettita per qualche motivo specifico. Prendeva la strada in salita che costeggiava il fontanile, allungava il passo verso le mura sfarinate del mulino abbandonato, superava il dorso d’asino su cui s’affacciavano le stalle con le vacche che spingevano in fuori il collo torto. I bambini la seguivano, tutti, bambini e bambine, in lunga fila silenziosa s’andavano ad appostare sotto la vecchia scala che saliva ai silos. Dal piccolo pianerottolo di pietra che li sovrastava, con l’aria di chi officia sacramento, Angelina tirava su le molte gonne e mostrava impassibile il proprio balcone di carne, talvolta un brano di quell’osceno cespuglio fiorito in cui si nasconde tutta la curiosità, la naturale inclinazione dei bambini nei confronti della fantasticheria, del misterioso inconoscibile che fa un po’ ridere e un po’ sudare.

Sopra tutto quel grumo di vecchie case e vicoli di terra battuta e sopra quell’unica piazza, il parroco osservava soprappensiero la scena completa: i passi incespicati della vecchia, le urla scellerate dei bambini e, dietro le tende, le ombre dei padri, a far mucchietto d’unghie sui tappeti scoloriti. Il parroco rigovernava la sagrestia fischiettando un vecchio motivetto religioso, o forse una vecchia canzone di guerra distorta e riadattata dall’uso volgare, strizzando l’occhiolino a un brutto cristo dai colori sgargianti che pendeva incerto sopra di lui. Don Mario sentiva arrivare lietamente gli anni ultimi della propria vita. Degli acciacchi non si curava, c’era una luce sopra di lui, c’era una promessa di patti in deroga. Talvolta gli capitava di sognarla quella luce che s’avvicinava, talvolta era l’Angelina stessa, così carnosa che la portava nascosta e la custodiva tra i grandi seni di una volta. Altre volte era la vecchia che si palesava orribilmente, alzando al vento freddo della sera le proprie vergogne mentre lo inondava di una chiarezza calda e morbida di cui il parroco rabbrividiva. Poi sognava di ripensarci, si voltava nelle coperte pesanti ricordandosi come ogni cosa, ogni cosa buona venisse dalla grazia infinita del dio che gli mostrava l’occhiolino complice.

Quando accadeva questo, a dir il vero, la mattina successiva il parroco si sentiva come una vecchia grinta di bambino addosso. La grazia di dio, si diceva, i ricordi di quelle piccole povere anime di topo e lucertola torturate in lunghi pomeriggi su cui baluginava già l’ombra della ragione adulta, le vie del signore e l’insondabilità dei voleri celesti, un amen recitato forte che chiosava l’argomento come un pugno abbattuto sulle tavole sacre. I bambini, dal canto loro, continuavano a tirare i sassi a ore diverse, e qualcuno azzardava anche una breve rincorsa verso la figura storta della vecchia che andava a ripararsi dietro gli angoli. I padri, infine, qualcuno ancora colmo di gratitudine irriferibile, qualcun altro catturato da sempre da una rabbia domestica che prendeva la via di uno stomaco troppo sensibile o di un colon irascibile, i padri sentivano arrivare il brivido di paura e chiudevano la tenda, accostavano le imposte, sprofondavano davanti al telegiornale della sera in cerca della notizia che più d’ogni cosa temevano al mondo.

La vecchia sapeva che i bambini non avrebbero mai avuto il coraggio di raggiungerla. Perciò procedeva lenta al centro dei vicoli che facevano paese. La vecchia rallentava il passo per ascoltare il notiziario che pioveva giù verso di lei da molte finestre spalancate sul grigio della notte incipiente. Sapeva ridere, lei, ancora, e questo a ben vedere è il fine di ogni pena. E ogni tanto il sorriso s’allargava a luna indecente, mentre coglieva al volo quella notizia così temuta che periodicamente finiva in primo piano sulle tavole della cena che andavano malgrado tutto apparecchiandosi in tiepida letizia.

Un altro adolescente aveva fatto a pezzi i genitori, senza motivo apparente. Il ragazzo era il primo della classe, aveva ripulito ossessivamente ogni traccia di sangue, poi era uscito da solo in strada cantando a squarciagola. Le indagini avevano richiesto mesi di ipotesi e riscontri incrociati, i suoi quindici anni sembravano tappare la bocca a ognuno. Si parlava di incolpare i genitori, incapaci d’ascoltare, la società tutta, il dio ch’è sempre più morto, ma nel giro di poche ore, dopotutto, come una bruma di primavera ogni cosa si sarebbe sollevata nel vento della dimenticanza.

La vecchia ricordava il mulino e rideva, adesso poteva dirsi completa nell’incarnazione più lussuriosa che si riconoscesse, quella di una morte sensibile, gentile, che mette in comunicazione le generazioni degli uomini, che tanto sa capire e tanto aspetta, misericordiosa, al varco, priva di qualsiasi falce, così priva di cristiano compimento che diresti: la morte non esiste in effetti, e se ci fosse qualcosa che le corrisponde questa vita non sarebbe il luogo adatto, certo.

Così pensano i bambini, i padri e il parroco.

Così è per la notte che si prende tutto, infine, senza un lamento.

13 risposte a “Fine pena, lei

  1. Bisogna aver vissuto tante vite e intrapreso molti viaggi per raccontare storie che sanno di fantastico e di reale insieme. o forse no? io resto ferma e osservo. bello!

  2. Alex, come fai a scrivere così?
    Alex, come fai a raccontare ciò che racconti?
    gelsa delle notti bianche ti scrive solo questo: è tanto!

  3. in effetti la morte non esiste, non è un’esperienza, non può essere vissuta, tantomeno raccontata, quando c’è lei non ci siamo noi, se noi ci siamo lei non c’è, eppure è l’unica certezza che abbiamo, ‘sta bastarda fatta di realtà immaginata.
    finché leggo sti tuoi ufo mi pare di aver recepito, di poter addirittura empatizzare, poi leggo i commenti degli altri e mi pare di non averci capito nulla.

    • prima di tutto dovresti spiegare che razza di fine hai fatto per tre giorni 😀
      poi, questo non è un ufo, è un racconto, modesto ma tale.
      e infine, nella blogosfera non si va tanto per il sottile, non te lo devo insegnare io, che qui non è sito letterario (che già di per sè…lasciamo perdere), ciò che fa clamore è il contraccambio della presenza e un certo culto della personalità media. Lettere, a trovarle 🙂

      • 😀 ero senza internet perfino in sop mi sto lentamente trasformando in un’isola deserta.
        è il racconto di un ufo, sì 😉 (bello)

      • sì, Alex, bisogna aver vissuto intensamente e profondamente per comprendere il potere del silenzio come risposta e trarne beneficio.
        sorriso mattutino!

  4. Per vie oscure e traverse mi viene in mente una puttanamorte violata da Lodoli in un racconto, ma qui c’è di più. C’è fusione e trasformazione, decadimento e rinascita, fine e inizio si confondono, quasi un anello di Moebius. Questo leggo io, passandoci attraverso, colpita e affondata..

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