Volevo farmi interrogare da Bukowski

bukowski-p13-webSi certo.

Normale che uno se ne stia chiuso a chiave dentro il cesso per almeno tre quarti d’ora, trattasi di zona franca, extraterritoriale, in questa villa felice ci sono la bellezza di tre bagni e non si riesce a capire perché proprio questo debba risultare il più ambito.

Normale, che alle quattro di pomeriggio, con il sole che per strada ti morde il culo, io me ne stia rintanato qui a preparare l’esperimento e ci abbia un cucchiaio e l’accendino e uno schifo di polverina bianca che non è altro che Citrosodina granulare pestata nel mortaio.

E allora?

Che pretendi, se quest’anno m’hanno tranvato proprio in scienze, con tutta quella sega di elettroni e protoni e neutroni che si combinano e si riproducono e se la spassano allegramente, certo più di me, come se fossero coniglietti ninfomani che si sparano pure la cantaride per vedere come può essere l’effetto combinato.

Sarà pure un grammo di colpa tua se hai un figlio che è ritardato peggio di un volo Alitalia. Io i miei trip culturali me li faccio con le lettere. Cazzo mi serve una stupida molecola, che ne sa di rabbia e droga e incesto e desolazione. Che ci puoi passare la notte con un ammasso di palline colorate o farci il giro dei bar sconvolti a cercare disperatamente dove può essersi cacciato il vecchio scoppiato Chinaski?

E allora lasciami in pace paparino del cazzo.

Perchè a uno come te, a un’intelligenza così selezionata dalla specie non può sfuggire che sto cercando di farti contento, di arrivare a settembre e poter dire: eureka, ce l’ho fatta, si, anche per il paparino ansioso, perchè possa andarsene tranquillamente in giro per i suoi Cocktail d’alto bordo senza dover sopportare l’umiliazione di un primogenito che di graminacee e di carbonati e perfino di come scopano i calabroni non ne vuole sapere nulla.

E allora, per amore dell’azienda di famiglia, e che dio non voglia dovessi un giorno trovarti senza il manager proveniente dal vivaio che ti rileva la baracchetta, fammi tornare in bagno. E fammi chiudere a chiave perchè l’esperimento è delicato e la magnesia, se non la maneggi con cura, può farti saltare in aria come un angioletto a tre stadi.

Ciao, stammi bene. E si, viene in bagno pure lei, graziealcazzo, non c’è niente di male. Dato che lei, invece di averci l’insufficienza, quest’anno è andata proprio bene e mi sta dando una grande mano, come vedi.

*

Dio pistolero, ci ha creduto. Che goduria.

Tanto che subito dopo a noi ci era scappata una risataccia di quelle demoniache, io e lei, una vera session di mascelle divaricate nel mezzo della quale lei si era messa a modulare certi urletti da vecchia peccatrice per cui mi ero detto: quasi quasi andiamo a vedere il gioco, dai, sarebbe proprio carino guardare come le si trasforma l’espressione, come l’urletto gli fa il funerale in gola e magari mi si comincia a imporporare e accigliare e va a finire che non trova di meglio che annaspare un: “Ma che sei impazzito, dai, lo sai che sto con un altro, Cristo, l’hai capito o no?”

Certo che l’ho capito fessa, appunto per questo mi faccio arrivare certe nuvolette di pensieri. Se no non t’avrei nemmeno degnato.

Così ci rimettiamo, diciamo, a fare i compiti, e non abbiamo nemmeno più bisogno di confinarci nel cesso del secondo piano perchè minimo un paio d’ore di anarchia pura le abbiamo conquistate.

Solo che a me adesso mi tremano le gambe, porca puttana. Non sono più in grado di dominare la punta di un ago. E quanto cazzo di adrenalina c’è voluta per mandare via quello spaventapasseri del patrigno e Cristo, è solo la prima volta, ti rendi conto, la prima pera, siamo solo all’inizio del sentiero, anzi peggio, ai blocchi di partenza in attesa che la salva infuocata si precipiti per aria e noi schizziamo come frecce verso il traguardo finale.

Intanto c’è già stata una bella falsa partenza, O.K., cerchiamo di rilassarci perchè qui alla seconda ci sbotta il cuore.

Dai, vieni qui. Guarda che divano comodo, ci si potrebbe accomodare una squadra intera di lottatori di Sumo. Vieni, poggia la testolina qui che mi sa che pure tu hai stretto il culo abbastanza.

Capelli, capelli, capelli.

E poi spalle, collo, orecchie, tempie, fronte e ricominciamo.

Va meglio?

Guarda qua come ti stanno passando tutte le piegoline intorno agli occhi, no?

E intanto una serpentessa di mia mano le va a finire sotto la casacchina e ce l’ho quasi fatta a distrarla completamente, mentre con lentissimi spiraloidi di movimenti, nemmeno avessi la grazia di un pitone ballerino, avanzo verso una zona più morbida e calda e cerco di inventarmi paroline dolci dolci che davvero non mi vengono, e se vengono si presentano orribilmente stonate.

Ma che vuoi, del resto, lei s’è pappata il cervello con tutti i cazzi di Narcisi e Bocchedoro che ha letto, non avremmo comunque alcuna possibilità di capirci. Ma io che mi invento.

Boh, qualcosa esce comunque, guarda come ha chiuso gli occhi e allungato il respiro e prodotto un mugolio piccolo piccolo che mi strizza un paraculo di occhietto.

Speriamo che non mi stia veramente a sentire sennò tutta la acida poesia se ne va al fottitoio.

E proprio quando sono arrivato alla base della collina e comincio a valutare come il morbido costone si impenna per raggiungere le vette capezzolari, ecco che mi si irrigidisce come un baccalà sotto sale e mi comunica un mezzo no, solo mezzo per la verità, tanto che mi sta per sgusciare fuori anche a me un mezzo sorriso, che mezzo cazzo ne so.

Ma non c’è niente da fare.

Perchè improvvisamente mi si mette a favellare come una radio alta, e mi tocca pure di starla a sentire perchè ci mette una bella cazzo di spolverata di sentimenti feriti.

Del genere: Tu e Io e me e te e noi e l’amicizia.

E quel gran figlio di troia di Herman Hesse, aggiungerei io!

Tuttavia, dopo un minuto così bruciato, la faccenda si fa nientedimeno che interessante, si, si, davvero, mi piange il corazon per il capezzolo smarrito ma mi metto lo stesso in una condizione tale da non perdere nemmeno una virgola una di quello che lei sfacciatamente mi racconta.

Fantastica storia di quelle che piacciono a me.

Specie se uno si mette a riflettere sui ciù ciù, frù frù e cicci titti smack smack, che bel virtuoso giglio ci ho per primogenita.

*

Ebbene questo cazzo di Lolita mascherata da cheerleader se ne rientra a casa l’altro pomeriggio tutta svolazzante e sognante. E’ piena di traboccante fiducia nell’incorruttibilità della sua posizione di regina tra un padre solluccheroso e un fidanzato molto ma molto maturo, che se si prova a togliergli la buccia ti si sfrange in mano come un cachi raccolto da terra.

E quando si sente così, la signorina Lolita, ci ha questo vizio di mettersi a correre e cantare e girare per casa con la velocità di un’invasata, tanto che le capita di farsi venire in mente una certa voglia che se ne sta sepolta chissà dove, nei sotterranei della villa, così lei si precipita giù per le scale urlando la sua versione bestemmiata di “Old Man look at my life, I’m a lot like you were” di Neil Young.

Bè, la porta della cantina risulta appena accostata, di quel tanto che gli permette di scorgere una porzione della faccia del suo molto alternativo amico Lulù, frocio davvero e come pochi. Ma che cazzo ci fa dentro la sua cantina, non sarà mica tossico pure lui. No no.

Molto più Pulp, la trama.

E mentre me lo racconta con le lacrime agli occhi, peggio di un minchia di santone indiano io devo fare appello a tutte le mie risorse interiori per non sputare via tutta la saliva in un attacco selvaggio di risate.

Ebbene, prepararsi.

Perchè mentre Lolita come un fulmine spinge via la porta della maledetta cantina e prepara un sorriso dei suoi di –benvenuto-che-sorpres-a!, la luce che si apre gli sbatte sul bel nasino arricciato due, dico ben due pantaloni attorcigliati alle caviglie con tanto di membri ben eretti e facce bianche allucinate da pillolone lisergico.

Comunque a questo punto il discorso tra i singhiozzi diventa quasi incomprensibile, lei comincia a gracchiare peggio di un cornacchione rimasto in bolletta. E a me tocca di perdermi le sequenze in cui Lulù e paparino svelato si acchiappano le cinte e tirano su e magari ci hanno pure un sacco di problemi perchè orgogliosamente l’affare non china la testa e con tutta questa fretta e le cerniere lampo c’è da farsi del male sul serio e per sempre!

Ma te l’immagini cosa deve essere stato con tutto il Neil Young che gli faceva la sigla già dal piano di sopra, e che razza di facce scoppiate dall’amplesso e dalla vergogna devono aver messo su loro, mentre sapevano bene tutti e due che non ce l’avrebbero mai fatta a rendersi presentabili prima che il ciclone della Lolita canterina arrivasse a turbinare fino giù in cantina.

E paparino che come in punto di morte si rivede il film di tutti i sermoni con cui l’ha assediata fin da pargola. Se li sommi, tra il pensarli e il recitarli, saranno non so quante giornate intere di iniezioni di morale e giochi d’autorità e letterine di ringraziamento per il diciannove marzo e poesie a Natale.

Tutto un cazzo di credito vitalizio, PUF!

Svanito in un istante.

E Lulù invece già te lo immagini, che fa la povera capretta sacrificale nel dì di festa, e giù lacrime e pentimenti e perorazioni e tanto alla fine lo so che lei glie lo perdona e gli fa passare l’astrusa versione che non sa come sia successo, già, e lo riporta a casa in una coperta profumata di eroe randagio come uno di quegli stronzetti di cagnolini che va raccogliendo per strada a destra e a manca.

*

Invece c’è solo tutta sta sbrodolata di pianto, dioladro, e mi si inzuppano i jeans e il gilettino di renna, porca puttana, che scommetto ci rimane la macchia perchè le lacrime non sono altro che merda salata e io le odio.

E come faccio a dirglielo proprio adesso che senza rendersi bene conto mi sta abbracciando nemmeno fossi un orso Yoghi formato famiglia.

Ma dai cucciolotta, ma che mi fai, smetti di scialacquare lacrime per quel figlio di puttana che tanto i genitori sono tutti uguali.

Su su su. Che adesso zietto Alex ci pensa lui.

E va bene, facciamo pure gli amichetti orsacchiotti del cazzo.

Va a finire che rientra il mio di paparino, e ormai mi sa che è troppo tardi e lei è troppo sconvolta per proseguire con la Citrosodina in polvere.

Calma calma calma.

Ancora capelli, collo, capelli, e orecchie, tempie, fronte, tutto un muovi muovi che va a sfiorare le cose nei punti giusti.

E almeno mi metto a sfruttare questa cazzo di prospettiva da Yoghi senza che succedano altri drammi.

E in finale dico: Madonna ragazzi, che pomeriggio.

Fossero tutti così non ci verrebbe nemmeno in mente di finire in borgata a caccia di maledizioni.

E Bukowski. Ehi, amico, aria. Fuori dai coglioni, che non ci ho più bisogno di farmi spiegare la strada. Così nessuno potrebbe mai accorgersi che mi si mettono a tremare le gambe e i polsi e non ho nessuna idea sul da dove venga tutta questa merda emotiva. Che alla fine ci ho un’ansia e un respiro corto che persino Mennea alla fine dei duecento record di Città del Messico mi farebbe una sega.

E tu, nemmeno riesci a farti una pera per rivenderti giusto con quelli del Prato.  Quanti anni hai, pensaci.

E più ci pensi, guarda, più alla finestra ti si piazzano gli storni per cagarti addosso la loro merda intelligente.

E buonanotte ai suonatori.

Allora che fai, t’arrendi?

*

*

(1998 – III capitolo di un romanzo mai terminato)

15 risposte a “Volevo farmi interrogare da Bukowski

  1. WoW!! è roba buonissima, ‘zietto Alex’, forse un pelino troppo densa IMHO per stare tutta in un capitolo, ma il plot funziona come un orologio, se consideri che è pure schiettamente anni ottanta, nonostante qualche cedimento (non so se un adolescente maschio pensa al sesso in termini di: “sarebbe proprio carino guardare come le si trasforma l’espressione”) all’ego dell’autore. E il romanzo che fine ha fatto?

    • aspettavo l’obiezione che fu già fatta a suo tempo, ma se non si è vissuto l’esprit anni Settanta interpretato da frikkettoni adolescenti che si navigavano da esperti Beat (come tutti al Prato), non si è tanto autorizzati… 🙂
      Se ripenso alle balle che spacciavo quegli anni…
      Infine, non ci crederai ma gli episodi citati sono verei fino all’osso, la voce narrante non proprio, quella è “costruita”.
      PS dimentichi sempre qualcosa.

      • bravo, un’allucinazione, niente di più, ma lo sono ancora, sai, tu pensi che esisto invece sono figlia di un funghetto 😀

      • grazie del passaggio, e di 26-ago tra l’altro, che “qui” non se lo ricorda mai nessuno.
        Il refuso di battitura è “delizioso”, sai la famosa battuta:
        -Se non riesci a uscire del Tunnel, arredalo!- 🙂

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