HOT TUNA – Qui si parla di psicopatie minori, di adolescenti ladri, di Frikkettoni

Succede che per vent’anni quasi riempi agende del tuo diario quotidiano, produci abbozzi di versi oscuri di matrice simbolista che qualsiasi ermeneutica d’accatto rifiuterebbe di interpretare, e sogni ogni genere di delirio da comunicatore frustrato, sogni Hemingway e Salgari e Bukowski in ordine a cappella frutto di una fisiologica latenza giovanile, e iconizzi la letteratura e gli scrittori così intensamente che sei disposto a lunghe tediose traversate urbane da sbarbato in bolletta per raggiungere il centro del mondo.

Quaggiù, fratello, le librerie sono più grandi, articolate e piene di angoletti ciechi per cui, in un fantastico passato pre-globalizzato, sei libero dalla perversione delle telecamere e del filetto elettronico che fa ingrifare i cancelli d’uscita, in modo che ti costa nulla, alla lunga e senza rendertene bene conto, divenire un minchia di Arsenio Lupin della posa del libro in ombra, uno sparecchiatore allegro degli scaffali di massello delle vecchie librerie downtown, un foruncolo che coltiva la psicopatia residuale di una mente inibita, votata alla timidezza patologica.

Una mattina ti svegli scappando dal nulla cui sembri destinato da una famiglia talmente media, nell’articolazione delle fisime collettive di un popolo, che temi concretamente di doverti dissolvere presto senza nemmeno un inchino di cortesia, prima ancora che la vita cominci a menare la sua estatica, tormentosa danza, qualcosa di simile a un ologramma foruncoloso cui hanno staccato la luce per mora ereditaria.

Benvenuto scartina, ti svegli appunto quel giorno che una luce di maggio ti taglia addosso quello che senti essere un bel vestito, e qualcosa ha apparecchiato un tavolo verde dentro di te dove le carte scivolano che è una meraviglia, e tu sei almeno diventato il sottotipo insidioso che tormenta i sogni di commessi e direttori di store acculturati. In effetti, non c’è altra leggenda urbana che t’affascini come la diceria che, proprio a cento metri scarsi dalla compianta libreria Rizzoli in galleria, nel megastore di Babilonia, le adolescenti più sfiziose entrano nei camerini di prova per non uscirne più, se non alla luce violenta di qualche cortile nascosto e sensuoso e profumato della penisola araba.

Ora, basterebbe poco, dovrei solo smettere di rievocare quel robotino insicuro che barcollava con i circuiti in sovraccarico emotivo da cui sono partito mentre ascolto Significant Other di Steve Wilson, perché qualche diavoleria sinestesica mi spinge a trasferire l’affetto incondizionato che provo per la canzone al pallido me di allora, dimenticando che sono italiano e non c’è da scherzare con gli esordi individuali di una carattere nazionale che si fa odiare facilmente.

Si può fare perché a un certo punto smisi, non per bontà, solo perché ebbi la misura che una qualche cazzo di crescita storta s’era avviata dentro di me dalla strizza delle conseguenze che mi prese all’improvviso, tra un tramonto e un alba.

Non prima, tuttavia, di far in modo che mi creassi una sporca leggenda interiore dove sfolgorano ancora oggi gli episodi da antologia che appaiono esser capitati a un altro, letteralmente.

Come quando mi ritrovai di fronte in una libreria dell’Eur la seconda attesissima uscita del mito Bukowski, Taccuino di un vecchio sporcaccione, ed io non ero vestito per uccidere, ero uscito d’estate sventatamente con na maglietta e nu jins appena, inadatto quel giorno al traffico d’organi intellettuali. E il senso di frustrazione minacciava di sommergermi al punto che decisi per il blitz disperato, simile agli elicotteri yankee che cercarono di irrompere dal nulla a Teheran per andare a liberare gli ostaggi americani, un potenziale scorno che verificò se stesso e scrisse la storia brutta dello sfolgorante Sam, così stavo messo.

Quel che feci fu semplice e spericolato, e scrisse invece la storia bella, allora, perché evitò la complessità del gesto che aveva fottuto gli yankees in Iran.

Nel giro di una manciata di secondi, presi il vecchio Hank e lo infilai da sotto nella zampa destra del Levi’s red tag, creando contestualmente un risvoltino in dentro dove poggiare in drammatico bilico il peso della cultura che mi serviva. Il tutto atto a potermene uscire zoppicando leggermente per proteggere il fragile Sporcaccione appena uscito, senza impedirmi comunque di mostrare la mia faccia di culo sorridente e salutare educatamente la cassa, con il sangue freddo dell’esperto mentitore che albergava nell’incapace di tutto che ero.

Calma, volevo solo annunciare agli scranni più bassi e solitari che ancora mi seguono una pubblicazione spot. E come Cita, adoro saltare di palo in frasca (la mia amica Jihan conosce la mia passione per gli UFO, non oso nemmeno sperare di averla contagiata di un Quanto di logopositrone, ma non è che per questo mi capisca meglio certe volte…<faccetta unisex double-face smorzatutto> 🙂 ), certe volte mi annoio da me.

(a Procida, lido di Chiaiolella, c’è una famosa trattoria post-age, Da Girone, dove quando chiederete al nervo barbuto, umanamente sgarrupato, del proprietario, in buon italiano: “Scusi, per cortesia, mi dice com’è fatta la pizza Girone che sta sul Menù?” vi sentirete rispondere, scandendo provocatoriamente le sillabe: “Pa’ comm’è gira ‘a “capa!”; per intenderci!)

si tratta degli X-file della mia adolescenza nella forma di un fantasioso romanzetto abortito con cui nel 1996, malgrado me, riuscii a cambiare una delle mie pelli storiche, divenendo un segaiuolo che esercita la prosa, dopo aver avuto il terrore per lustri che non mi fossero destinate altro che minchie di poesonzole oscure e diari della mia Suor Germana interiore, appunto.

Stay tuned, “Hot Tuna” will be the Tag, in bocca al lupo e tanti cari saluti alla famiglia.

– continua –

36 risposte a “HOT TUNA – Qui si parla di psicopatie minori, di adolescenti ladri, di Frikkettoni

  1. poltrona comoda e pop corn, come dire 🙂

    me lo ricordo ancora, quel brivido incosciente da pulsione trafugativa non constrastabile. Poi come dici tu, improvvisamente la strizza delle conseguenze, inevitabile ingresso in qualche forma di “adultità”.

  2. 🙂
    magari la tua amica Jihan fosse stata contaminata da sto po’ po’ di alienitudine! però si offre aggratis per verosimile scrittura del napoletano, che gli basta un apostrofo spostato a quello 🙂
    [mia sorella Pro-cida ringrazia dal profondo del cuore per la citazione :-)]

  3. “una cliccatina veloce” una sega. è lunghissimo e mi scade il gratta e parcheggia. hai fatto i furbo, ora mi tocca anda’ a sposta’ la macchina ché c’era l’ausiliario che mi teneva d’occhio mentre parcheggiavo maledetto lui, e chissà dove troverò parcheggio. ah ma la trovo, eh, poi torno

  4. Leggerò tutto, caro Alex, appena riuscirò a trovare il tempo!
    Non ti si può cogliere in due minuti! No!
    Sono molto preoccupata per la salute di una persona a me estremamente cara e sono stanca, stanca.
    Ti aringrazio per le parole che hai lasciato per me da pennabianca.
    Spero a presto!
    gelsaesausta

  5. altro che Cita, starti dietro a leggere quello che scrivi è una pratica sempre più acrobatica. e i sto qui con la liana tra le zampe e il culo per terra. ma ci riprovo, eh? ci riprovo. risalgo sull’albero e ci riprovo.
    è che sono leeeeenta, lentiiiiiissima…

    • ehi! chi si risente, bentrovata 🙂
      d’accordo, però è scritto in buon italiano, ed è il lettore che può rallentare il ritmo, basta prendere fiato alle virgole dioblogo! 😀
      è andata bene l’estate laggiù?

      • L’italiano non è affatto in discussione! È che leggere lentamente uno scritto che ha un ritmo incalzante sarebbe come ascoltare un 45 giri con la rotellina impostata su 33. Nun ze po ffa’!! Scusa la metafora arcaica ma abbiamo la stessa età, quindi sai di che parlo. 🙂 l’estate è andata bene, ora che è finita va ancora meglio. E la tua estate?

  6. “Benvenuto scartina…”, “Si può fare perché a un certo punto smisi…”, Tra queste due parti ci sarebbe dovuto essere una frase di aiuto. O magari un tag, sotto.
    Di domenicamattina sono più lucida.
    La torbidezza del testo si fa chiara nelle dinamiche della storia, e se la turbolenza emozionale era tale, effettivamente non potevi che riportarla così.
    Un saluto

    • questo almeno è un commento sincero,vivaddio!
      leggi il tuo precedente e dimmi se non è carico di sarcasmo (non capisco o meglio -capisco- bene ilperchè).
      dovresti saperlo, mi leggi da mesi, ogni tanto butto i pezzi dentro senza rileggere, vorrei avere tutta la vita “il problema” della densità, sai che ci vuole a rileggere e riscrivere? Ma dovresti dirmi pure…: sai valutare la differenza tra una scrittura “ricca” e una liscia ma “povera”?
      (ho condotto laboratori di scrittura in rete da dieci anni, se permetti ho qualche titolo per ragionare “a monte della scrittura”),
      Mi son addormentato che tu e l’amica parevate conoscermi………..mi son svegliato e non va più bene…ma d’accordo, avete ragione voi.
      ti ricordo la mia distinzione tra “struttura” e “contenuto” della “comunicazione”, per me è un faro esistenziale, il “contenuto” del msg tuo e della tua amica Pannonica sarebbe pure condivisibile, è la “struttura” del comunicato che fa acqua secondo il mio modesto parere, pieno di allusioni e gomitatine retoriche ad-minchiam. non son nato ieri, scusa.
      E scusa, c’è un altro fatto che non capisco, nelle ultime settimane ho postato parecchi pezzi leggibilissimi ma non v’ho visto nè sentito, al primo un po’ denso arrivate di corsa entrambe…….mah, son malato io certamente, non ci fate caso r@gazze.

      • La “struttura”, è lì che ritorniamo. Sinceramente ti dico, il problema… non abbiamo tutti la stessa dote formativa. Ci si esprime in base alla propria personalità, e guarda caso anche lei (mi permetto di parlare anche a suo nome) è uno spirito artistico.
        Parlare aiuta a conoscersi, è fondamentale il confronto anche quando declina in uno scontro.

      • e no, te lo dico io il problema, e non l’ho inventato io, ne parlano decine di manuali della comunicazione cui “voi artiste” (ahahahahahahahah, permetti) siete parecchio disinteressate…nel livello della “struttura” si depositano le “dinamiche” che agiscono le persone che emettono il messaggio. ora dovrebbe essere chiaro. I veri artisti, un po’ d’umiltà diobono! sanno tutto intuitivamente dei livelli della comunicazione, e se non intuiscono se lo vanno a studiare, cazzo! i tuoi post SONO comunicazione, è come se guidassi una macchina senza saperne nulla…..e mi spiace, io non ci salgo con te 😀
        Perdonami, col vostro spirito -come hai detto tu-, capite poco la realtà in cui siete immerse, forse piuttosto, questo spirito, va esorcizzato al più presto :-).

  7. Ci sono due cose che amo fare, mettermi in continua discussione e non prendermi sempre sul serio. Su un blog, tra “amici”, penso si possa fare… anche con casualità e anche mischiando tutto con altro della vita fuori dal virtuale.

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