Il Colloquio di Selezione della Specie

P1060526xMario ce l’ha fatta con gli ultimi venti euro buoni del portafoglio, certe volte nei mercatini rionali si fanno miracoli: una giacca un pantalone e pure le scarpe quasi nuove.

Una cravatta come si deve l’ha dimenticate Leo dopo una serataccia che hanno speso come un padre e un figlio, a raddrizzare la sfiga di Mario con pochi buoni consigli.

E lui poi s’è stato zitto senza nemmeno ringraziare, s’è tenuto la cravatta, ha fatto così, muto e trincerato com’è stato sempre.

Come adesso, la morte fragorosa delle segretarie tra un sorriso falso e l’altro di degnazione.

-Adesso viene il bello- si scopre a pensare. Si scopre un pensiero e subito si vergogna di tanto osare oltre l’umiltà passiva che la crisi e la stanza gli impongono.

Allora cerca di mettersi composto.

Gli pare di avere due gambe come trappole tese da inciamparci, farsi male.

Le sale d’attesa mostrano tutte la medesima fila di ganci da macello pendenti. Se hai omaggiato presidi, professori, medici, assicuratori, allibratori, agenti delle tasse, carabinieri, preti, mezze puttane arricchite, sai che nelle procedure sibilline, nelle consuetudini delle voci smorzate per non disturbare si nasconde un lasciar andare che è come un’offesa antica, mai sanata.

In alto, una vecchia greca di stucco gli rimanda il fastidio delle anime provvisorie, come fosse un mobile di assi schiodate, di anni sprecati. In basso, la mania mondana di Leo lo punta dalla cravatta schizzandolo di cattive geometrie

Così la porta importante che finalmente si slancia e la degnazione di un gesto d’invito lo ingoiano facilmente riducendolo a nulla.

Le tette strizzate della segretaria che mastica lo salutano come da un’ultima sponda malvagia, prima che una gattabuia dell’anima lo spinga sotto la nudità panica che impone la presenza del Selezionatore.

Marinovic c’era scritto sulla targhetta della porta e lui odia gli slavi, non ci può fare niente.

Almeno quanto odia quel pellegrino di se stesso che non sa darsi da fare, non sa procurarsi il culo che ci vuole per esistere al mondo con una certa dignità.

Con gli slavi sulle impalcature si viene facilmente alle mani, hanno questa maniera di ridere del tuo essere cane, come fossero loro stessi i padroni di casa. Ma questo è il niente che t’afferra, e intanto un altro lavoro se n’è andato. Sono pensieri da starci largo, perchè in questa stanza di tortura il boia l’accoglie in perfetta madrelingua, invece, in perfetta suggestione, in perfetta ben disposta ambiguità, come un dio che legga i suoi pensieri e lo maledica prima ancora di considerarne il pentimento.

Sa che dovrebbe apparire piuttosto che sembrare, o forse è il contrario. Ha studiato Mario ma poi, è passato tanto tempo, nessun atleta potrebbe stare una vita fermo senza anchilosarsi.

Saprebbe aggiustare la tapparella e lucidare gli ottoni e installare mille punti luce pure, mostrando il culo girato delle maestranze. Ma di starsene qui con l’unico conforto possibile di una tasca scucita dentro cui il pollice riesce appena a solleticare l’uccello, non sa se il gioco possa reggere, e lui credersi disponibile, motivato.

Gli viene chiesto il conto di presentarsi e lui non ne sa nulla.

Come se per la prima volta in vita dovesse chiedersi chi è, la ragione oscura del suo essere al mondo. Magari non è proprio così ma la presenza del Selezionatore rende plausibile ogni colpa, friabile ogni pensiero.

Gli viene chiesto di riassumere la propria storia, di citarne i momenti salienti.

Gli viene chiesto come agirebbe in un deserto se si trovasse in pericolo di vita avendo con sé soltanto un canotto gonfiabile e una tanica d’acqua.

Le sue risposte hanno l’ampiezza del volo di una mosca di ottobre catturata in un bicchiere, non è che non se ne renda conto.

Gli viene chiesto di sintetizzare precisamente il male e il bene di sé.

Gli viene chiesto se si sente bene, se vuole per caso concedersi una pausa.

Il Selezionatore sorride inclina il capo si alza stirandosi, comincia a girargli intono lentamente. Così, dentro, facilmente, con l’ansia che monta tutto comincia a ruotare come se Mario costituisse il perno, il motore immobile di tutto.

Di un lavoro che sta forzando, come un ladro.

Dell’improbabile colloquio cui Leo l’ha costretto.

Di un divano sfondato in un monolocale.

Di una donna sporadica a pezzi.

Di lunghe parlate di calcio ad avvelenarlo o svelenirlo.

Di sigarette in circolo coi seminfermi del quartiere presso cui ostentare un nome.

Di una lingua da muretto che come crack gli prende il cervello, azzerandolo.

Di un domani, di un mondo serio che accade sempre più distante, come un fastidio, un’impresa impossibile.

Una delle segretarie aveva pure interrotto il colloquio, precisamente quella con le tette strizzate che si sarebbe volentieri fatto, in piedi, facciamuro.

Quella, intanto, se l’era già caricata dentro per spararla fuori la sera stessa, a cavallo delle proprie misericordie inguinali sul divano sfondato, in onesta solitudine e senza altre seccature.

E adesso gli viene chiesto: quanto bisogno abbia, davvero, di questo lavoro.

Perchè ritenga la propria miseria più meritevole delle altre.

Quante donne abbia avuto in vita sua, se si escludono i rapporti parziali e quelli frettolosi, chiaro.

Poi ancora, perchè i tombini sono rotondi; e qui Mario sente la vita rifluirgli nelle vene come buona roba sapiente.

L’aveva detto Leo che sarebbe arrivata la domanda trabocchetto. Quella che la capisci da come ti sembri non entrarci una mazza col resto, quella messa lì solo per guardarti nelle viscere che non controlli.

E già, si vorrebbe pure sapere chi cazzo l’abbia detto che i tombini sono tutti rotondi, e lui se ne intende pure, una volta tanto.

E’ ora che gli sembra di veder passare quella cosa intelligente che Leo chiama opportunità. Mario è consapevole della cattiva impressione suscitata fino a questo punto, che avrebbe di fronte una montagna di punti da recuperare, che forse non ne vale nemmeno la pena, è meglio alzarsi e andarsene che qui non siamo da Gerry Scotti che cerca di darti una mano.

Eppure c’è il sorriso ambiguo del Selezionatore che lo guarda dalla prossimità di un barbiere armato di forbicine a confonderlo. E ci sarebbe la domanda trabocchetto per stupire rispondendo: Non lo so…dando seguito a una risposta insolita che dimostrasse la propria umiltà e accuratezza nel percepire.

Sarebbe questa l’impresa.

Solo questo ha capito bene Mario del discorso cocainomane di Leo, che la vita è un fotti fotti. Ma poteva pure continuare a fumare in circolo coi seminfermi del quartiere per giungere alle stesse conclusioni, allora.

Ma tanto sai chi glie ne fotte, davvero.

Non c’è tensione, non c’è emozione, nessun dolore.

Mario comincia a rispondere precisamente quel Non-lo-so… che potrebbe spianargli la strada, e ci mette un po’ di secondi di pausa che non guasta per credersi, mentre si alza pure lui per pareggiare la stazza col Selezionatore.

Così che basterebbero ancora poche parole ben messe per ottenere il posto di lavoro e smettere la fame grigia, dare corpo a una statura reale, di cui non vergognarsi altrimenti.

Poi se ne viene invece tutto insieme, in uno schizzo.

Dice: Non lo so… non lo so se me ne devo andare io o te ne devi andare a morire ammazzato, tu!

Allora gli viene chiesto se preferisca il profilo destro o quello sinistro.

Se crede per caso che manchino solo le impronte digitali, che questa sia la triste fine di un interrogatorio in cui qualcuno l’abbia costretto a dichiarare il falso.

Lui, in verità, sta in piedi mezzo alla stanza confuso, scardinato ma vivo, colpito dall’educazione che sembra aver indebolito il tono liberatorio della propria invettiva.

Colpito pure da come l’aver dato fuori il suono di -una morte ammazzata- avesse dentro una nitidezza e un’eco non paragonabile ad alcun vaffanculo pronunciato che si ricordi.

Intorno a Mario adesso si affollano luci, suoni e sensazioni, come se la presenza del Selezionatore stesse sfumando, le pareti della stanza retrocedendo, e tutto si stesse omologando in una bolla percettiva ambigua.

Anche il fatto che gli sembri di veder avanzare verso di sé le telecamere a stringere, e vedersi di sfuggita proiettato su uno schermo acceso al posto della libreria che stava alla sua sinistra, non gli pare tanto credibile.

Così una manata gli precipita su una spalla, è una specie di abbraccio.

Mario viene spinto, strattonato.

Qualcuno addirittura sta chiedendogli scusa.

Qualcun altro gli dice: dai Mario, non te la prendere, sei già un miito!

E poi la promessa dei soldi, gli inviti futuri.

Il tutto con una semplice firma a liberare.

6 risposte a “Il Colloquio di Selezione della Specie

  1. Ciò che una volta era reale ora è Reality e la vita è sempre più una “meta-vita” ( 🙂 ) . In fondo, ci siamo già estinti come specie ….
    Racconto asciutto e veloce, una giostra di comparse che vorticano intorno al protagonista inconsapevole, fosse un episodio di un film, la parte di Mario la darei a un Dustin Hoffman di trent’anni fa
    Il finale dolceamaro a sorpresa è davvero….. una sorpresa 😉

  2. Gelsy torna domani, Alex.
    E’ troppo stanca.
    Ha letto tropppo velocemente!
    No. Lei pensa che deve avere tempo per quello che scrivi.
    Love
    Gelsy

  3. Al mio primo colloquio di selezione della specie, la mia selezionatrice zitella vecchia brutta e acida, mi ha chiesto:
    “Ma lei come pensa di essersi realizzata come donna dai 18 ai 25 anni mentre studiava?” avevo 25 anni.
    “Ballando sul cubo in discoteca!” ho risposto secca
    Sono stata definita aggressiva e socialmente pericolosa (da lei) ma assunta ugualmente (da altri) sviluppando una socievole e brillante carriera!!

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