Sul Perchè gli uomini scrivono poesie e le donne fanno le psicologhe (Landscape Fifteen)

matissedonnaconanforaemelagraneVado a scatti, peggio di una berlina con il carburatore intasato. Ci può stare che alcune donne ti chiedano tutto subito, di vedere la revisione e il bollino dei fumi e l’assicurazione pagata, ancora prima di salire da te per le rituali esposizioni di stampe cinesi.

Così ce lo dobbiamo raccontare, come squillò il telefono quella notte all’una e tre quarti, con quali scuotimenti da cartone animato l’apparecchio si piegava e deformava e comunicava una passione e una fretta che ci sarebbe stato da darsela a gambe subito, piuttosto, senza voltarsi indietro.

E mancava solo che gli crescessero i capelli biondi e gli venisse il culo a mandolino e un paio di labbra carnose come le tue, al telefono, perchè il demonio lavora certamente più di dio, non si perde una notte, ed è sempre lui quel bastardo sibilante che ti mette in cattiva luce col capo supremo che ti valuta, quando sei solo.

Lui fa gli straordinari, tu invece ti sei appena rintanato sotto le coperte, con il sollievo e la spossatezza di un Rocky dilettante che abbia appena pareggiato il primo incontro da professionista e si addormenta lieto, ripassandosi al rallentatore la bella prova interpretata col fuoriclasse.

Gli uomini scrivono poesie perchè vogliono scoparsi le donne”.

La frasetta l’avevi buttata lì con nonchalance, guardandomi di traverso, pronta a cambiar discorso, come si fa appena usciti dal Cinese, sospesi tra il consumato e la notte apparecchiata per il dolce, con tutti i discorsi masticati che stanno di traverso, nell’incertezza degli orfani di quelle estenuanti guerre dialettiche che fanno rimpiangere la ritirata del 43 dalla Russia.

Stavamo salendo in macchina, tranquilla e olimpica tu, mentre varie sembianze di manicaretti orientali, peggio dei mattoncini del Tetris, facevano a gara per stiparsi nello stomaco, a me.

Ecco, io l’avevo detto al Pericolo Giallo che i ravioli me li doveva portare al vapore, che l’olio Fiat non ce la faccio a digerirlo. Ma lui nulla, impelterrito, almato di glappa di rose e di quel cazzo di sorrisino da Triade insidiosa, mentre tu ti diverti a passeggiare allegramente sul mio gelato fritto che grida vendetta.

Io li odio i poeti, tra l’altro, ma non riesco a smettere di dare fuori versi, pensa come sto messo, e pensa che pure che l’oceano delle verità inconfessabili è infinito, e io scopro che mi piace da pazzi il tuo circo che mi costringe sul filo teso, nei momenti in cui mi scappa la pipì, è questo il conto che non mi torna.

Forse è meglio che ricominciamo a parlare di psicanalisi, dopotutto, ci si rompe meno l’osso del collo, a regime.

Cosa? Io..? Davvero no, insomma, le poesie sono cose dell’Anima…perchè pensi questo?”

Lo dico, ma mi faccio ridere dentro, io so che sai, e faccio finta di non sapere, e tu giuri certezza su ciò di cui non sei sicura, le cose che siamo, intanto, ne sanno più di noi, ma tacciono per misericordia.

E spero che nel frattempo arrivi qualcuno a tagliarci la strada, che io possa dare un’inchiodata come si deve ai freni e farmi bello proteggendo col braccio da cavaliere il tuo nasino dal rinculo cinetico, questo o dio solo sa cos’altro.

Avrei dovuto riconoscere le avvisaglie.

Avrei dovuto avere cinquantamila lire indietro dalla mia analista, il giorno che la feci ridere di cuore raccontando l’uscita con una tipa cattolica, un sabato notte che stavo cianciato ed era Pasqua di lì a poco, e noi stavamo in macchina sotto la pioggia e lei indecisa tra un affaruccio con me e la messa di mezzanotte. Dunque la mia Strizza non ce la faceva a smettere di ridere, diobono, con tanto di accesso di tosse conseguente, le cinquantamila più rubate della storia, ma come mi sentivo io quella sera di Pasqua sotto quella chiesa a piazza Venezia, con la tipa cattolica indecisa, che mi pareva di dover vincere la potenza risorgente del Signore stesso per avere una tastata di tette, Iddio solo lo sa, e Iddio rispetta sempre l’avversario, mica come te e le tue telefonate delle due meno un quarto.

Le prime sere che esci con una donna si abbonda sempre con il Politically Correct, con la ricerca delle affinità elettive, con i collaudi degli ammortizzatori emotivi.

Poi un giorno cambia tutto, i segnali sono sempre chiari ma io non li riconosco mai, è un miracolo che io non sia ancora vergine, dopotutto. Ricordarsi che una distanza accorciata genera sempre un movimento retrogrado di disconferma, che il momento in cui ti avvicini è quello in cui lei comincia a solleticarti e provocarti, a metterti alla prova. E allora come il poliziotto cattivo lascio cadere il discorso, e riprendiamo a parlare del più e del meno e io mi sento di nuovo rapito e ottimista e, in definitiva, pazzo di te.

Perchè forse è vero che gli uomini poco ardimentosi dedicano poesie alle donne sperando di aprire uno squarcio nelle mura della fortezza senza prendere l’olio bollente, ma è altrettanto certo che la buttano sul culturale per un meccanismo di garanzia, come un’authority imparziale che imponga di dimostrarsi superiori alla natura bestiale che li vorrebbe cappottati su Jane come un Tarzan sbrigativo, muto e decerebrato.

Ma poi dico che insomma, non m’hai proprio svegliato, e si che son contento di sentirti, ma ascolta, nono senti, ci ho pensato, secondo me non c’erano dubbi. Il professorone austriaco cocainomane, fissato con uccelli e passere, aveva una concezione più limitativa e deprimente del simbolo psicologico, Cristo, me lo ricordo benissimo! L’altro invece, il visionario svizzero che sentiva le voci e la buttava sempre sul metafisico, discriminava tra simbolo personale e simbolo collettivo, cioè, era un artista prestato alla causa, bella mia!

(Forse perchè anche lui ci aveva da limonarsi l’amichetta del barbuto austriaco, una certa Sabrina che saltava continuamente dal lettino di uno al divanetto dell’altro, costringendo i due insigni accademici a formulare teorie su teorie per buttare la palla in corner. Vabbè questo non te lo direi mai, son mica scemo, ma tu ci sei cascata di nuovo, il tuo tallone sono le epistemologie del profondo, l’abbiamo capito, cose da cui ti fai distrarre e portar per mano, come una bimbetta col palloncino).

Ma perchè, poi, deve essere tutto così dannatamente complicato. Quando una donna ride alle tue battute di media entità vuol dire che è fatta, sei già sdraiato su di lei. Ci vorrebbe un’altra authority per sancirlo.

Giuro, a me di questi due matusalemme mitteleuropei mi importa una sega, a quest’ora della notte. Ma c’è che no, invece, colpo di scena, hai vinto tu, m’arrendo, a quest’ora della notte si cede di schianto ai miracoli. Voglio essere trapassato tutto dai tuoi raggi X, voglio entrare intero come il salame che sono nel tunnel profumato della tua Tac esclusiva, desidero firmare qualsiasi genere d’impegno pur di conquistarmi il diritto inalienabile di metterti le mani addosso, baby, di farti le cosacce che non permetti a nessuno.

Amo tutto di te, come combatti, anche il cretino che mi fai sentire, ti amo, si, zitta, adesso parlo io, ti amo, si, basta, hai ragione tu, che cazzo me ne frega a me di Freud e di Jung, silenzio! E se dovesse servire un poema espulso in versetti satanici sono pronto a svenarmi e a vomitartelo a puntate, tutte le sere, ma tu smettila, fatti accarezzare e baciare e violentare un po’, e poi ce ne andremo su un’isola deserta, peggio di Robinson e Venerdì, peggio di Laguna Blu, e ti prometto che faremo di quelle cose tipo vivere felici per sempre, e faremo quindici o venti bambini in tre o quattro volte, capisci che roba, capisci??

E tu che devi aver staccato l’audio.

E io che potessi mordermi le mani, dovrei smettere coi versi e con le serate in cui tutto diventa pericolosamente lucente e plausibile.

E il cameriere giallo poi, deve essere uno timidissimo, invece, perchè sta lì piantato da un pezzo, mezzo piegato verso di noi, coi rossi di Cicciobello che ardono e il conto penzolante in mano, ed era chiaro che il locale dovesse chiudere prima o poi, e pure lui e il suo destino di fritto tornarsene a casa, da qualche parte fuori, nella foresta del possibile.

OK mi alzo, un altro squillo e sono da te, con tutto il discorso preparato.

Con l’elmetto e la maglia di ferro, con la spada e con lo scudo.

 

18 risposte a “Sul Perchè gli uomini scrivono poesie e le donne fanno le psicologhe (Landscape Fifteen)

  1. io invece amo i tuoi paesaggi, la luce che cade in quel modo che solo tu, m’incanto a questa versione de “Le donne, i cavalier, l’armi e gli amori, a quanto sei furioso. e rido (Voglio essere trapassato tutto dai tuoi raggi X, voglio entrare intero come il salame che sono nel tunnel profumato della tua Tac esclusiva), pure. 🙂

  2. Ne conosco diversi di pseudo poeti acchiapponi, per cui no comment caro mio, no comment….. :)) Mi attengo al testo che è delizioso e leggero, un vaudeville amoroso che strappa sorrisi sinceri. E “Serenase al chiaro di luna” è mitico 🙂

    • mai error sì fatale fu compiuto, madamigella mia
      che il sorbir conseguenza di tanto scritto, vedrai, capiterà
      quando il camminamento di codesta storia si posterà

      (chiedo umilmente scusa ma di meglio non m’è uscito
      stamattina con lo sciopero ero in fila a monterotondo alle sette meno un quarto, come la macchietta di Quelo 🙂 )

  3. Ma che carino questo testo, credo di aver sorriso per tutto il tempo in cui lo leggevo.
    Comunque mi sia concesso odiare la variante più pericolosa degli uomini che scrivono poesie, quelli che ci credono per davvero, che pensano di essere degli artisti e che hanno smarrito il senso della realtà correndo appresso alla metrica perfetta.

    • ah ma parli di -quella- malattia, che è trasversale però, c’è in giro gente che crede di produrre -squarci di verità- tutti i giorni, tagliata sottile, per cortesia, nient’altro grazie, poi si, gli uomini dal salumiere fanno un po’ più ridere delle donne 🙂

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