L’Insegnamente delle Botteghe Oscure

ins1Ma lo dite voi che fa bene passeggiare. Perchè non vivete reclusi tra i negozi, in città, oppure perchè la vostra mente digerisce tutto ciò che vi sta intorno fino a ridurvi un buco anonimo privo di spazio, come quelli che leggono il Volo ultimo uscito.

Non avete che da alzare gli occhi in cielo, o abbassarli a livello del suolo escrementizio urbano di un mese qualsiasi, sotto natale andrebbe meglio, per la verità, novembre e dicembre si scatenano per attrezzare gli strali luminescenti della neolingua che ci fa a pezzi su ogni vetrina avvistabile.

Per quegli illusi che ci osservano dal fondo dello spazio, la Terra deve apparire nient’altro che un cippo di roccia devastato dalle scritte globali della domenica, Babe ama Pasticca, Più chiami e Più ti ricarichi, la Sagra del Cazzabubbolo, lungo una qualche malmessa provinciale galattica.

Non funziona ragazzi, ho provato a muovermi in strada senza considerare che, quando l’anima manierata di Robert Walser scriveva la sua divina Passeggiata svizzera, il mondo sapeva appena indicare l’ovvio, la presenza di una Locanda, la prossimità di uno stalliere, i ritrovi dell’Esercito della Salvezza.

Il mondo è cambiato dieci volte, la perdita di un’esistenza concreta ha affollato all’inverosimile la zattera semantica degli indicatori simbolici, i segni e le parole ci trafiggono oggi come un ben di dio andato a male, e svasano e tracimano da ogni contenitore reperibile. La mente stessa è diventata una pentolaccia di slogan che ci sobbolle silenziosa dentro, senza che noi si possa girare alcuna cucchiara chiarificatrice.

La semantica storta si attacca a strati sul fondo della pentola, finisce spennellata in più mani sovrapposte sull’ambiente che vi circonda, siete circondati, mentre credete ancora di avviarvi a fare una cazzo di onesta passeggiata, nel vostro quartiere del cuore. Perchè nella coscienza subliminale siamo tutti fregati alla fonte, c’è poco da star allegri, siamo come quando, in punta di rapidissimo zapping cautelativo, per andar a trovare il programma giusto, non riusciamo ad evitare che ci vengano depositate in corpo, per infinitesimali frazioni di secondo, le impronte velenose di un Marzullo, di Anna La Rosa, di Mino Reitano e Sandro Bondi, del Cantagiro o di quella ridicola tardona che ha paura di pisciarsi sotto in ascensore.

Così, a via Delpino, nell’abbraccio bonario del mio quartiere, mi capita addosso tutto uno sciacquone d’insegne maledette, uno strappo in ciò che rende lieto l’andarsene leggero sulle gambe senza nulla d’importante da fare.

Perché non posso più rimanere lieto o leggero o decerebrato, mentre transito sotto l’insegna gigantesca di un parrucchiere che s’intitola: FLOWER THE GREAT.

T’immagini da che strepitoso casato di coatto deve discendere costui per stamparsi nell’arredo urbano in tal guisa, un chissaquale Fiore o Fiorello o Florestano che smucina capelli sfibrati assurto a nomea d’imperatore della permanente, di demiurgo delle basette. Talmente sbrasato e personalistico, il gesto, che viene da rimandarlo in Appello. In fondo, lascia composto l’obtorto collo semantico, da questo punto di vista nulla in confronto a ciò che m’aspetta appena voltato l’angolo del viale.

C’E’ PIZZ@ PER TE – così recita il prossimo messaggio di disturbo nella bottiglia della mia passeggiata quotidiana. Ecco, diciamo che a Roma c’è una competizione della madonna tra le pizze-al-taglio, ve lo concedo, e spingiamoci anche fino a comprendere che pure i pizzettari tengono un estro paraculartistico, oltre che un’anima di bufala.

Ma c’è di grave che io quel film non l’ho visto perché non sopporto il nazionalpopolarismo yankee globalizzato, figuriamoci la stortura intellidiota di un friggitore di via dei Castani, e figuriamoci la massa d’@sini degli amici di costui, quando egli al telefono esporrà la propria bravata logopedofila.

Vai a comprare le sigarette per dissociarti, ti tocca attraversare la strada e cambiare fronte, il tabacchino sta dentro un bar in una traversa laterale, il glorioso BAR -BEVILACQUA …e non solo-.

ins2Che gli vuoi dire a questo, come fai a entrare-usciore indenne da un tale bugigattolo corroso di retronarcisismo, ehehehehe come un ebete dovresti fare, ammiccando ai proprietari dell’ardimentoso calembour, ma se non sai chi è il gestore poi allora dovresti essere ebete con tutti, stare quel tanto in quest’allegrie tistanzuole da marciapiede, tenersi su due chiacchiere al giorno con queste signore in vestaglia che popolano il cortile sul retro come fosse l’antibagno di casa propria.

L’uomo moderno, vivaddio, si salva dall’ingolfo segnico multisemantico solo perché una parte di se stesso fa affidamento sul quel bufferino risicato che si chiama: memoria a breve termine; più o meno sette piccoli chunk oltre i quali si scivola nell’oblio paradisiaco di un Alzheimer passeggero, l’omeopatica dimenticanza.

Mentre faccio un sospirone pensando che la mia passeggiata quartierizia sta volgendo al termine, proseguo camminando in mezzo alla strada come uno zingaro, con le macchine che mi sfiorano e mi suonano, per evitare la troppa vicinanza segnica, ma non basta.

LAZIALE PARTO ANALE – sta scritto sul lato esterno di casa di uno. Ma il peggio non è mai morto, altrochè, si sente da dio piuttosto.

TENDE..NZE – proprio così urla, in uno squarciagola fetido e velenoso, l’insegna del tappezziere più coglione del sistema solare: tu dici, tappezziere, vabbè, professione artigiana in via di estinzione, bisognerebbe dargli una mano come ai panda, forse va capito. O forse va invece curato, recuperato, riprogrammato, deve smettere piano piano la rota esilarante dei tripli sensi, bisogna piallargli l’hard-disk cerebellare da cui trae ispirazione, va accompagnato alla morte per eutanasia con massicce dosi di preti satanici ed auto-coscienza, insomma va convinto che è nel suo stesso interesse suicidarsi, staccarsi la spina vitale, perché lui non è lui, ma solo un brutto tappezziere dannoso e inutile e rincoglionito che ripara le sedie Luigi 15, forse, ma nel frattempo insozza di entropia il resto del creato.

E mentre sto per rialzarmi dal marciapiede sotto l’ultima insegna, tutto ammaccato e ferito per sempre nella convinzione che l’uomo sia, in fondo, un buon diavolo che opera per annullare l’universo, vedo un’agenzia di viaggio sull’altro lato della strada.

Che bello, penso, amo le AdV perché mi spingono a sognare, perché c’è sempre pieno di una bell’aria condizionata dentro e signorine sorridenti profumate, con le tette che occhieggiano, che ti sussurrano i migliori Bengodi(es) del mondo.

Questo deliro, finchè non alzo gli occhi fin sopra la serranda.

VIAGGIARELLANDO – così s’intitola l’esercizio.

No, adesso, porcavacca, dico io. Riflettiamo.

Cosa ti può passare per la mente sotto un’insegna tale. Un qualche pirla che si, gli piacerebbe viaggiare, ma non sa bene dove andare, allora si fa due giorni lì, poi tre giornì là, trullallero-trullallà, poi ritorna e ancora un week-end su e uno giù, una gitarella al mare e un pic-nic al lago, forse trattasi di un maledetto Jap Nikonato e Sonyzzato che sorride come un demente ai pali della luce di un paese estero, e invece no, tutta roba made-in-italy addebitabile a un tizio che gestisce una misera AdV, uno che ha un’intelligenza manierista e una fantasia grintosa come quella dei Teletubbies, un ritardato cronico malato di protagonismo neologistico, corroso fin nell’intimo da un’irrecuperabile lebbra semantica.

Ci siamo. Non respiro più. Steso sul marciapiede, qualcuno mi sventola sotto il naso certe orribili poesie simboliste prive di qualsiasi sensazione, pare che funzionino meglio della trielina. Poi di misericordia viene chiamata un’ambulanza, priva di qualsiasi scritta e con i finestrini oscurati, per non rischiare di compromettere il malato. Urlando nel traffico del pomeriggio il furgone biancocrociato mi porta velocemente fino al laboratorio d’analisi dove intendono farmi qualche esame cautelativo.

Benché semisvenuto da shock anasemantico, la mia coscienza subliminale non può esimersi dall’ingoiare, crudo, l’ultimo insulto della Terra della domenica.

PANTARAY – proprio così, si, chiama.

ins3Il.

Laboratorio.

Splendidi campioni da medaglia, veri intellettuali dal purulento catetere comunicativo.

Con buona pace di Eraclito e della terribile malattia segnica che si sta prendendo il mondo.

Dio è morto, Geberit for President.

Tutto Scorre.

Nello sciacquone degli in-significati.

12 risposte a “L’Insegnamente delle Botteghe Oscure

  1. Ti dò anche il colpo di grazia: da quelle parti c’è anche il Bar-One con tanto di corona a tre palle come icona. 🙂
    PS: Correva l’anno del “pannolone per adulti Depend”….. (cfr D.F.Wallace – Infinite Jest). Pure la citazione, tiè. 😉

      • Segni dei tempi. Se non c’è un marchio famoso a far da padrone allora ci si spinge nel mondo della personalizzazione estrema. La riconoscibilità anche a dispetto del buon gusto. Ma tu ti scandalizzi così facilmente? Un sorriso

    • io si, quando mi ricordo.. 🙂 nota che il testo è volutamente esagerato, al ricalco del nulla che monta.
      comunque, chi non si scandalizza partecipa alla mensa della post-modernità, a pieno diritto, ma io, preferisco altri secoli.

  2. anche io guardo con favore il new branding new, lo smarketing, il cazzeggio o come lo vogliamo chiamare. ti distingue un po’, è ingegnoso, rimane nella memoria. sono piuttosto le illuminescenze perpetue e sprecone a farmi incazzare, le sgrammaticature nonché le volgarità. per tutto il resto W pantaray 😀

    • a me, la sola parola “brand” indispone 😀
      non so quanto sia “ingegnoso”, giocar con le parole a cappella è ormai sport televisivo quotidiano.
      forse sul Pantaray secco potrei darti qualche ragione, è l’insieme logopedofilo del mondo che sfianca 🙂

  3. “un ritardato cronico malato di protagonismo neologistico, corroso fin nell’intimo da un’irrecuperabile lebbra semantica”. qui hai superato te stesso. non riesco a smettere di ridere!!! 😀 😀 😀

  4. Ho abitato esattamente sopra il bar Bevilacqua per un anno e mezzo, e per i nove anni prima poco distante dal BarOne. Immagino di portare in me questo karma (quello dell’avere per vicini dei buontemponi intendo).
    Ma d’altra parte -come dico sempre- è che qui a Centocelle c’è la fantasia al potere, ed io la amo fino alla commozione (anche) per questo. Io che nemmeno sono di qui e nemmeno sono di Roma e nemmeno di questa zona d’Italia, nata e cresciuta nel dorato Nord Est.

    E comunque da un annetto c’è anche un locale che si chiama “Mazzo” e da alcuni mesi un “C’è de peggio”: riconoscimento delle proprie fatiche e dei propri limiti, l’omen che si fa nome? 🙂

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