*Creatives* Una Spia nella Casa della Scrittura (1)

hemDiciamo che se sei incline a ridurre le relazioni al minimo comune multiplo, facilmente riconosci che a una bella donna perdoni tutto, tutto salvo il tradimento. E’ un bene perciò che voi due non abbiate mai fatto sesso, che non vi siate mai svegliati una mattina con lei accanto e l’ombra della sua gioia piazzata lì a strusciarti addosso.

E confessa subito pure il misfatto narrativo: lei ha quindici anni più di te, bella sarebbe ancora bella, occhi luminosi, sorriso da dentifricio, ma era lei che t’insegnava italiano in quinta liceo, era lei che conduceva già i laboratori più all’avanguardia durante le autogestioni degli anni settanta, e va bene che al mondo se ne sentono di tutti i colori, ma non è Malizia qui, almeno non quella di Salvatore Samperi, e sono passati trent’anni pure.

Il tradimento intellettuale, in fondo, è solo una cosetta fastidiosa come una fila alle poste, come uno scazzo da stressati per un parcheggio, ci si può passare sopra con destrezza, ad avere concentrazione, un po’ come un Mino Damato della domenica sulla carbonella sfiammata del barbecue.

E poi, non ti ci hanno mica portato con la camicia di forza qui al laboratorio di scrittura creativa, benchè scrivere sia un delirio, nella sostanza, un’assunzione di responsabilità della madonna. Nel senso che chi scrive le fai lui le regole del mondo, figuriamoci.

Basta guardare le spocchie travestite che stanno già sedute in sala, i cappotti e le borse e i laptop che tracimano di sedia in sedia, con tutte le file che fanno alzare altre file intere, sorridendo nessuno sa che, tutta una muina intelligente per comporre i gruppi sodali di opinione sulla piazza letterata.

Tu, entrando in ritardo, hai bucato quella mezz’ora strategica precedente in cui, persi nelle procedure del tesserino magnetico, gli aspiranti scrittori in fila si sono già incendiati come zolfanelli strofinandosi addosso i saluti e le presentazioni e quarti sanguinanti di curriculum e qualcuno già il numero di telefono, persino. Così adesso, cercando un posto in sala, come una mina vagante osservi la fiera mugghiante e sei interessato al bestiame in esposizione, sicuramente, almeno quanto al Verbo che tra pochi istanti sarà distribuito dallo sconveniente palchetto felpato dove troneggeranno gli insegnanti.

I’m a spy in the house of love

I know the dreams, that you’re dreamin’ of

I know the words that you long to hear

I know your deepest, secret fear

I’m a spy, I can see you

What you do

And I know

-Jim Morrison

La tua vecchia prof-dentifricio sta ultimando le procedure di installazione dei conoscenti in un contesto amichevole, informale, moderno.

Accanto a lei, vecchia letterata che nel tempo ha sfondato come editor professionista presso rinomate editrici, stazionano nervosamente le giovani leve del Verbo, una specie di editor tirocinante piccolo e scuro, che pare il figlio mal riuscito di un intellettuale sessantottino, e poi l’immancabile, una mezza Capa-rezza in testa, sdrucito il giusto, foulardino al collo, le mani sempre impegnate in un tasca di cotone messicano dove armeggia col Pueblo e con le Rizla, lo scrittore giovane, tutto il tempo a rollarsi il nome sconosciuto con dieci paperine intorno, minimo. E c’è ancora qualcuno che si domanda perchè in Italia vogliano tutti fare gli scrittori senza aver niente da dire, a cominciare da certi lucenti che stanno volgari in libreria.

Così, scegli di andarti a piazzare nella fila che scansano tutti, salvo gli oppositivi e quelli che se la tirano, avendo già capito tutta una serie di andazzi tipici dei ritrovi di gruppo. Dalla prima fila si raccolgono gli umori migliori, si contano le rughe sulla della pelle degli eventi, e ci si può girare continuamente con sussiego o con qualsiasi altro cavolo d’espressione impostata tu abbia voglia, vivaddio.

Se tutto questo tu lo pensi in quanto oppositivo o semplice scrittore che se la tira è tutta ancora da decidere. Sai già, ad esempio, che tutte le spocchie tengono uno o più lati d’ombra, che nelle distribuzioni sociali, in realtà, le quote di grande maggioranza le tengono i falsi modesti, gli agnellini medi, quelli che si presentano defilati, che quando aprono bocca è tutto un seminare retoriche del proprio essere infinitesimale, e come un diesel borbottante nei falsi-mod la spocchia emerge sempre invece alla distanza, in maniera inevitabilmente feroce, non se ne esce.

Per questo ho sempre preferito gli sbrasoni manifesti, sono più onesti e si perde meno tempo in cazzate d’aria compressa, ma questi son discorsi che non si possono nemmeno pensare qui dentro, e lei, l’insegnante di lettere di cui ero innamorato crudo a diciassette anni, mi omaggia di un sorriso iodosan tale che mi verrebbe da cercare il telecomando per fare un po’ di zapping, finchè lo sceneggiato non ingrani sul serio.

Mi girano un po’, veramente, sembra di essere in un cinema parrocchiale, più che altro, le sedie hanno la ribaltina insidiosa dove cade di tutto, sto sempre chinato a raccogliere qualcosa come uno che gli piace guardare le fesse da sotto, e dietro di me stanno non meno di ottanta persone che producono umidità ed esclamazioni di ogni risma, per lo più donne di ogni fascia generazionale, pronte per assumere il verbo.

Il che sarebbe pure la mia condizione ideale, come rimanere chiusi in una pasticceria da bambini, proprio, se non fosse che questo dovrebbe essere un Laboratorio di scrittura, e invito io qualunque mandria senziente a produrre altro che la propria caotica quota di sopravvivenza, in un posto come questo; come andare a una messa di fondamentalisti per imparare la storia delle religioni, una roba così.

– La mente ha bisogno di storie, di produrle non di assorbirle, precisamente.

– Cercare la scrittura in un Laboratorio è come pretendere che il ministro Cancellieri abbia uno sfascio di Like su Effebi postando il proprio complicato strip-tease da una videochat porno.

– Ma cosa ci faccio io qui, allora.

– Sei qui per ragioni di Lobby, italiano medio del cazzo.

– Ah l’italia, le italiane sono le donne più sensuali del mondo, soprattutto tra i quaranta e i cinquanta, soprattutto con il desiderio di apprendere, soprattutto quando tengono un libro in mano e una vaga storia per la testa.

– Le persone deludono sempre, è solo questo assunto che bisogna amare del mondo e oplà, il gioco è servito.

– Un sorriso Durban’s non si nega a nessuno

– Tutto scorre, okay, ma qualcuno si ricordi di chiudere: La Porta.

Mi slargo in un trastullo di auto-aforismi per scaldare i motori, sono in prima fila del resto, non potrò starmene zitto troppo a lungo. Mi sento quel maledetto agente infiltrato che mi sono sempre sentito, uno bravo ma sfortunato nelle missioni della vita, m’è sempre saltata la copertura sul più bello, tanto che ho imparato a uscire allo scoperto sempre, sparacchiando a casaccio, talvolta, generando il panico, sovente, per difendere la mia integrità psico-morale.

Ma qualcuno rimedi a La Porta che ondeggia, dicevo, fa corrente.

Tutto sta per cominciare e in fondo al cinema s’è palesata da un po’ di tempo la figura esagitata di Gabriele La Porta, appunto, quel patito direttore di Rai Notte che certe volte v’appare alle tre dal video mentre recita un pippone culturale da carbonaro dell’avvento, sovente fumato di Hillman, che cita sempre l’etimologia della parola greca che significa: sagggezza!, lo dice scaricando un’energia incomprensibile sulle povere “g” innocenti, alle tre di notte, tanto che Corrado Guzzanti l’aveva assunto tra le proprie ardite maestranze, pistola in pugno.

La Porta comunque se ne va su e giù lungo l’ultima fila del cinema che siamo, come facendo finta di cercare qualcuno, qualcuno che non si trova. Adesso non dite che queste sono esagerazioni da scrittore, la stessa scena si ripeterà quasi puntualmente a ogni inizio serata per tutto il ciclo, e così avete pure capito in che razza di contenitore logistico-mediatico siamo ospitati, noi allievi del Lab-oratorio, della scrittura, a Roma, in una traversa aurea di piazzale Clodio.

Ho un sacco di carne al fuoco, dentro, temo che il fumo di bruciato che già s’alza possa attirare troppe attenzioni che non voglio, oppure che voglio, non lo so, non mi sono mai capito bene in mezzo ai gruppi, tendo a tirare a indovinarmi.

Non sono qui per apprendere la scrittura, comunque, mi è stato promesso che la ciccia del laboratorio sta tutta nel secondo livello di dodici prescelti che vedranno la luce del logos, e che questo è solo un purgatorio propedeutico di passaggio; adoro i purgatori, si passeggia sotto gli alberi tutto il tempo senza bestemmie né opere pie, la mia condizione ideale.

E poi, il mio ex-amore dentifricio è bella, squillante, e mi presenta come il suo allievo “prediletto”, ma è subito una grave bugia sparata a casaccio. Costei son tre mesi che rifiuta di leggere i miei racconti con le scuse più improbabili, bastava un: “no guarda, sono piena di lavoro fin sopra i capelli Wella”; ma nemmeno quello invece, m’ha attirato sapientemente nella sua rete di scrittura creativa e io ho fatto pippa, mi sono messo in stand-by umano, con lei e il suo lab.

Intanto tre signore della fila dietro la mia mi si sono già attaccate al collo per fare gruppo, una di queste mi accavalla e scavalla le gambe che sa d’avere sotto il naso, una decina di volte, ha uno di quei piccoli tatuaggi vicino l’astragalo che segnalano la disponibilità delle chiavi di casa sotto il tappetino, mi si prospetta una laocoontica gang-bang intellettuale che mi sfiancherà in breve volgere, già conosco.

Mi devo ricordare di ringraziare per l’opportunità concessa, umilmente, piuttosto, che qualcosa in me non ha mai smesso di amare la mia vecchia Prof sorrisone e davvero, tutto sobolle nel muscolo della conoscenza, a cominciare dal soffritto dell’inutile.

Che si bruci pure la pentola, dunque.

Sipario.

-continua-

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