Lo Zen e l’arte della manutenzione delle ciliege

DSCN0429xSarà questa, forse, la stagione che andremo ad abitare, la mancanza di una rottura termica, moschini che volano a gennaio, i folti di ortiche che sonnecchiano nell’assenza di quella morte che attraversa le campagne sul carro delle gelate. Persino la brina delle cinque di mattina si nega, l’inverno ha fatto una capatina e pare fregarsene stando altrove, le gemme dei ciliegi sono pronte a esplodere, un giallo del gelsomino precoce già si vede in cima al grande arbusto.

Ho fatto due passi in discesa nel campo alla luce del display cellulare sottomettendomi al vizio che mi segue sin da bambino, muovermi al buio delle cose, in condizione percettiva minima. C’è qui un pericolo oggettivo di scivolare sulle erbe umide, di inciampare nelle buche scavate dai cinghiali o sul gradini artigianali che scendono le tre terrazze e che non ho mai manutenuto.

DSCN0207xArrivo giù sin dove posso poi mi fermo a respirare, mi prendo quei cinque minuti di anonimato buio che è l’universo del silenzio sparato intorno, la notte che si attarda, le stelle che faticano a perforare il vello umido che sale dalla terra.

Gioco a fare il proprietario terriero da tre anni ormai, ho una certa esperienza, chi mi conosce sa che razza di follia possa essersi rivelata quest’avventura per uno come me. Sono esperto di ogni tranello con cui ridurre la materia delle cose a ozio, meditazione, sogno a occhi aperti, dilazione della seccatura, annullamento magico delle manutenzioni burocratiche degli oggetti.

P1070440xEppure mi ci sono gettato come un kamikaze, ho fatto su e giù tra Roma e la Sabina per sei mesi annusando, cercando, trovandolo e perdendolo più volte, alla fine era qui che dovevo fermarmi, sul limite delle province, su uno sprofondo nascosto della collina che ospita una frazione di cinquecento anime, tre terrazze di frasche fino al fosso dove corre un ruscelletto stagionale e in cima lui, il rudere di pietra con cent’anni di storia sul groppo, un articolo che deve averne viste di tutti i colori, usato negli ultimi trent’anni come rimessaggio-stalla.

Altri cinque sanguinosi mesi se ne andarono per l’impresa di ricompattarlo e ricostruirlo, io che non riesco a tenere in ordine i conti del condominio figuriamoci, alle prese con la progettazione dei particolari infiniti di una casa che esiste solo in quanto mura, perso nelle paranoie dei conti al limite, dei prezzi minimi da spuntare, dei lavori da controllare, delle rifiniture da inventare, degli atteggiamenti doppiamente loffi da assumere con le maestranze, che lui è pure un tipo con cui vi ritenete amici, o quasi, o comunque vi sarebbe convenuto ridefinirvi bene alla fine del bagno di sangue che siete stati et requiescat in pacem, diobono.

P1070437xEra tutto finito a ottobre inoltrato. Avevo generato un mostro, letteralmente, l’avevo tirato fuori da una mia zona oscura di nullafacenza cronica e piantato fuori su questo poggetto sabino, una cazzuta torretta centenaria in avamposto avrebbe atteso l’avanzata di qualsiasi tenebra avesse in mente di scendere dalla collina di fronte per prendere il mio paese. Una location adatta a Sam Raimi, per gli amanti del genere, volendo.

Nell’inverno successivo accadde il resto che uno non s’immagina, escludendo Stephen King e pochi altri, la visita insistita di trenta centimetri abbondanti di neve, ululati feroci di bestie notturne infreddolite, un attrezzo freak del paese, immigrato romano alcolista e con precedenti penali, che scende a occupare con i suoi quattro cazzi di cani un casotto di legno nel campo di fianco, nemmeno suo, a venti metri dalla torretta.

La guerra è durata altri sei mesi, andando al sodo ci siamo minacciati di ammazzarci e denunciarci due o tre volte, ci siamo fatti pure qualche chiacchierata, per la verità, poi un giorno con le palle gonfie sono andato dalla Forestale e ho fatto scoppiare il caso, ci son voluti comunque un altro paio di mesi per farlo sloggiare.

Dunque tutto per dire quanto drastici possono essere i tornanti della vita, sei lì che ti aggrappi per la cinetica che ti spinge di lato sul seggiolino e ti fa pure un po’ sorridere, comunque così funziona. Il giorno che la giostra del casaletto si ferma, tutto è abitabile e pure lo stronzo se n’è andato, il silenzio perfetto che atterra e cinguetta tutt’al più, il suono del ruscello accompagna la finestra che si apre sul mattino e tu non hai più un cazzo di voglia di venire a vivere qui.

E’ passato qualche altro mese da ponzio pilato, in quest’ultimo inverno che non c’è stato hai acceso molti caminetti, fuori nel campo l’orto non è certo rinato, i cinque fichi giganti non danno più un frutto, è inutile spuntarli qua e là, ci vuole la motosega di Nicholson, i vialetti poi si sono persi, le macchie di canne esplodono e la natura tutta ha fatto il suo prevedibile corso di jungla.

P1070438xIeri, mentre spaccavo almeno un po’ di legna, ci siamo urlati gli auguri col discreto vicino Fioravanti che abita cinquanta metri più su.

Come va e come non va, la crisi la crisi, e c’è sempre da lavorare, eh!

Lui è un vigile in pensione precoce, non sta un attimo fermo tra capre campo e cavoli e mi fa: Eeh si, giù da te è ‘n casino, ti ci serve un mese di ferie per rimettere a posto!

Un mese di ferie, dice la battuta. Quaggiù ti considerano, con qualche ragione, in base a come tieni il tuo campo e le tue piante. Ma lui non sa e forse nemmeno io, bene. E’ da prima di natale che una parte lontana di me è entrata in meditazione profonda e sta preparando un nuovo tornante cui aggrapparsi, intorno al qui. La mezza età, alcune operazioni sulla mia piazza intima e le vicende fetish di cotenna sado-maso della mia organizzazione di lavoro stanno facendo maturare il sogno che coltivo da vent’anni, l’indipendenza, l’auto-sostentamento. C’è solo da stringere un po’ la cinghia, in fondo, ed avere la pazienza di attendere concomitanze utili allo slancio nel vuoto.

La mia eterna città a due passi è crudele e bellissima e da qui non fa rumore, e questa è sempre la mia fiera torretta centenaria. Io pure, prima o poi, dovrò smettere la perversione dello schiavo salariato, finirla di sentirmi un semplice ospite di passaggio della torretta, ed assumerne pienamente la forza, la libertà e la pacifica indifferenza, una buona volta.

13 risposte a “Lo Zen e l’arte della manutenzione delle ciliege

  1. Che bello questo post. “Sono esperto di ogni tranello con cui ridurre la materia delle cose a ozio, meditazione, sogno a occhi aperti, dilazione della seccatura, annullamento magico delle manutenzioni burocratiche degli oggetti. ” è splendido e condivisibile per quanto mi riguarda.
    Poi ho letto della spola tra Roma e la Sabina. E’ quel che faccio anch’io, ultimamente molto molto di rado.

  2. Ti stai organizzando la cuccia dove ripararti in silenzio quando fuori il chiasso diventerà insostenibile. Ti vedo nelle passeggiate mattutine al chiarore dell’alba poggiato al tuo bastone, non per necessità, ma per vezzo, per poggiare la mano spostare il peso del corpo e guardare altrove.

    • Dear Reddie, se mi posso permettere di correggere al rhum il tuo ottimo caffè, direi che la fase è molto avanzata, e più che il vezzo del bastone, che volentieri assumerò, i primi due anni di libertà saranno dedicati ai viaggi che mi mancano. facendo lavorare l’intelligenza, la frugalità e quel poco di risorse che c’è intorno, la vita s’allunga di molto 🙂

  3. Hai un modo tutto tuo di entrare nella natura e descriverne le sensazioni, lo trovo splendido, così coinvolgente.
    L’immagine della pace rurale in cui è immersa la torretta centenaria contro la bellezza crudele della città eterna mi cattura. Bravo Alex.

  4. Solo che dovrei ricordarmi di sputarli i nòccioli di quei frutti, quando rientro dalla zona oscure di nullafacenza cronica.
    Belle stanze di luce.

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