Il Rituale d’Amore del Moscerino Quantico – (Landscape sixteen)

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Il professore di fisica posò gli occhiali sulla scrivania di brutta formica e diede una schienata secca alla sedia che, da par suo, non si fece sfuggire l’occasione per scricchiolare di rimando una rispostina infastidita. Fuori dalla finestrella posta a due metri e mezzo d’altezza la piccola città di Linz immersa nella camera oscura della notte raccoglieva in silenzio l’estrema pena dei rami spezzati dall’ultima pesante nevicata.

Nelle ristrettezze di una signora spelonca umida che poggiava il ventre proprio sopra la galleria del grande acceleratore di particelle, il professore sbatacchiava la testa appesantita, sgangherava coi pugni stretti gli occhi cisposi.

Aveva controllato e ricontrollato, aveva rifatto l’infinità di una serie di calcoli pensierosi, aveva quasi deciso di non decidere nulla, di nascondere tutto e tornarsene a casa rasentando l’indifferenza dei muri fino alla pace comoda del letto, prima che luce di nuovo fosse e tutte quelle facce umane, di traverso e contro di lui, in fuga per le strade strette della piccola città.

Tre ore e mezzo prima, in verità e per un colmo che si dà solo ai momenti che sono lì lì dal deragliare in disperazione, il professore era già corso a casa in un impeto di foga autoprotettiva in mezzo alla tormenta che flagellava Linz.

Non riuscendo a ricordarsi bene come fossero andate le ultime ore, aveva ingollato per la terza volta la dose di pasticche spettanti alla serata, poi come tutte le sere aveva controllato se per caso nel frattempo non fosse rientrata Marianne dalla spesa al mercato, e infine si era buttato cinque minuti sulla poltrona del soggiorno per scavarsi una piccola tana di pace.

Penso a Marianne, pensò, ci penso sì, a Marianne; alla fine del coraggio. Mi appare lei come dinamica di cerchio, come motore binario di assenza-presenza, questo so. Lei, il suo volteggio ostinato di fiore circolare, quella vita di giunco introvabile, nessun altra grazia così sfacciata, solo a ricordare come solcava fiera i grandi saloni impero del palazzo della Cancelleria.

bosone di higgs

Ma penso anche a tutti quegli anni dopo, quando usava ancora concedermi il piacere, del tutto domestico, di esibirci al cospetto del grande Strauss in persona che se ne restava assiso come un feticcio piccato sulla nostra dormeuse di terza mano, mentre io e Marianne volteggiando muovevamo quel po’ di vento d’amore che ci sosteneva tra il soggiorno, il letto e la piccola cucina, in ricordo dei grandiosi tempi del maestro che furono.

Al momento di rientrare in laboratorio, la porta semi-murata della spelonca che occupava la parte abbandonata dell’istituto di fisica di Linz lo avvertì senza troppi fronzoli di fare piano. Altrimenti, considerato l’accumulo di stridore esausto e i fulmini di particelle che sfrecciavano nei pressi, con gli anni, si sarebbe finalmente levata la soddisfazione di dargli l’architrave sulla vecchia testa.

Il professore corse alla scrivania con la certezza di come quell’ultimo giro di ricordi di walzer gli avesse schiarito finalmente i pensieri. Anche Marianne avrebbe tirato un sospiro di sollievo a sentire che la simmetrica follia dei calcoli di quella sera era rientrata, o era stata soltanto un abbaglio. Il professore, circostanza nient’affatto disprezzabile peraltro, non avrebbe più dovuto presentarsi al cospetto di Heisenberg nè obbligarsi, per amor di scienza, a confutare il neo-principio d’indeterminatezza delle particelle subatomiche e l’imprendibile gaglioffagine delle loro traiettorie spurie.

Il professore si allungò quanto potè sulla sganghera sedia che, leggermente intenerita dallo sforzo evidente, gli risparmiò uno scricchiolio sinistro e fece fuori qualche tarlo facendo collassare qualche minuscola galleria così, solo per fargli piacere.

Rifece per l’ennesima volta i calcoli, disegnò per la ventesima volta il grafico delle traiettorie di ogni singolo positrone accelerato, fece questo alacremente, con gli ultimi fuochi di precisione che riuscì a trovare in sè.

astri-e-particelle

Non c’è pace, pensò sottovoce, nessuna pace, dev’esser giusto così, vai a sapere poi.

Fu quando si abbandonò infine allo sfinimento più logoro, che in una frazione di secondo d’Entanglement tutti gli anni della spelonca cominciarono a pesare contro l’architrave minaccioso della porta, fu solo allora che il professore ebbe visione piena della natura del grafico, delle gravi implicazioni figurative dei tracciati, delle sinestesie musicali applicabili in derivazione, della ridondanza dinamica sfacciata che gli si parava nel disegno, quella folle simmetria di senso abituata a spiraleggiare nei saloni, la vertigine unica che cercava da una una vita e che l’aveva finalmente preso, la prossimità del fantasma piccato di Strauss e di quello ciglioso di Heisenberg…

*

Era solo un giro di walzer mio dio Marianne

Heisenberg non deve temere benchè traiettoria sfacciata così nell’estremità m’appare

delicate ellissi furbe si rincorrono si incorrono e si pressano

son tali le impronte dei passi tuoi Marianne son solo molecole di gas

io ti ringrazio per questo sguardo estremo tuo piede pennello

dio sinuoso in tre quarti incedere e subatomo terra madre che appare scompare e colma infinita distanza

ci separa nucleo senza tacere la proporzione relativa delle grandezze che è la stessa replica solo ora vedo Marianne mio dio

la stessa replica d’architettura dolce e incontenibile che tiene insieme il walzer del tuo piedino e le stelle e slarga l’universo

non c’è più solitudine in questa spelonca così inscritti nel profondo del codice dell’infinito

anche se adesso sta cominciando tutto buio tutto inventa una fine che meritavamo Marianne

e non potrò più dirlo ad alcuno mi prendo quest’ultima dolce beffa e altro non capiterà

4 risposte a “Il Rituale d’Amore del Moscerino Quantico – (Landscape sixteen)

  1. Scrivo così, di getto. L’avevo letto già stanotte, ma avevo una scimmia di giornata sulle spalle e così mi sono presa il “valzer del moscerino” 😉 e me lo sono cullata nel sonno. La potenza di questo racconto sta tutta nel tuo tenero e umanissimo professore, al di là delle considerazioni filosofiche che possono svilupparsi dalle interconnessioni tra movimenti di particelle subatomiche, tempo, spazio e musica. Poi si sa, di ciò che si legge si coglie l’aspetto che più ci colpisce e ci appartiene, io qui volteggio e mi commuovo. 🙂

  2. ogni volta che, leggendo un tuo brano, sospetto che mi sfugga qualcosa, so che hai fatto un buon lavoro. concordo con emmeggì sul professore, ma Marianne… Marianne è una di quelle donne che io non sarò mai. siamo noi e il nostro opposto e chissà quanti, indeterminati, altri.

    • Marianne nella storiella è trapassata da quel dì, è solo l’immagine dell’Amore pieno.
      E si porteva far qualcosa di più per circostanziare meglio la vicenda Heisenberg-principio di indeterminatezza.
      grazie Ji.

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