Aisha dei Luna Park (landscape Eighteen)

freecovers.netIo non so che cosa ci sia da guardare in quella maniera oscena, senza senso, di traverso a chissà quali pensieri. Il destino è un desiderio costante, guardare una cosa che vuoi, fare di tutto perchè prima o poi la cosa si avvicini, ti metta le mani addosso, oppure sgusci per magia in tasca dove la ritrovi centuplicata. E se questo non avviene vuol dire che il tuo desiderio non era poi così intenso.

Per il resto del tempo il mio sguardo vaga come la pioggia quando tira forte il vento. I miei occhi sono belli e volano tutto il tempo, facendo attenzione, attenzione, agli oggetti su cui si posano.

Io ricordo che nonna Zara stava tutto il giorno poggiata su due sedie con un rotolo di ciccia che pendeva nel solco tra i due sedili che la contenevano a stento. Lei, che fino a pochi mesi prima se ne andava ancora giornate intere per i vicoli del centro a giocare con il malocchio e le linee della mano dei passanti che si facevano adescare.

Lei non guardava più in faccia nessuno, si metteva una benda sugli occhi per non rischiare nemmeno la bravata del caso.

Perché lo sguardo, biascicava tra le voragini dei denti, lo sguardo ha il potere supremo di contagiare l’anima.

Ci deve essere un perché in tutto questo dolore, diceva, e muoveva le mani nell’aria. Spostava oggetti immaginari di fronte a sè come se stesse apparecchiando chissà quale strano tavolo di fantasia.

Poi un giorno che non si muoveva quasi più, sprofondata tra le liste rotte delle sedie, che se ti infilavi giù e la guardavi da sotto pareva una fresca cuccagna di salsicce, prese a ripetere: ci dev’essere un perché…ci dev’essere…

E infine solo: essere…essere…come un disco rotto che non si può più aggiustare.

La trovammo una mattina che non diceva niente e non si muoveva più, piegata in avanti in maniera rigida, innaturale, come se avesse i gomiti poggiati saldamente a quel suo tavolo di fantasia. Fummo in otto a caricarla di peso, tenendola ferma, su una grande carriola sfondata. La buttammo dall’altra parte della collina, in una buca dove grandi camion scaricavano la terra una volta al giorno. E nessuno ci pensò più.

Io non so leggere, adesso, in queste facce straniere che vengono fuori dalla folla, davanti all’entrata del Luna Park. E so che è inutile che io mi fermi con l’espressione addolorata o con qualsiasi altra espressione di fronte a loro che si muovono verso di me in centinaia sparse.

Non adesso che è pomeriggio tardi e io sono stata buona solo a mettere da parte un’inutile giornata, una catenina di seconda scelta e una borsa piena di roba inutile, una borsa con la fodera scucita da una parte.

Zio Dragan mi striscerà la cinta addosso, forse mi tirerà l’acqua bollente, ma c’è di peggio nella vita.

Io adesso dovrei fermare qualcuno di questa orda nauseabonda di stranieri e chiedere se hanno visto per caso un bambino piccolo e scalzo che si è perso. Io dovrei anche chiedere a qualcuno di questi sguardi indifferenti se ha per caso incrociato una bambina un po’ più grande, ma nemmeno tanto, una bambina con un fagotto di tovaglia unta sulla schiena dove teneva il bambino prima di perderlo.

Io che sono la più grande non potevo portarlo addosso quel bambino. Dicono tutti al campo che i più piccoli non contano niente e devono fare loro le cose più fastidiose.

Adesso, dopo aver fatto saliscendi per ore lungo i viali qui intorno, devo andare a cercarli nel Luna Park. Io non ci volevo entrare qui dentro. Ho un po’ paura di perdermi tra le luci e gli schiocchi dei flipper, tra gli odori di fritto, di zucchero e di pop-corn.

Il mio desiderio è un cavallo bizzarro, quando sgroppa forte di piacere nemmeno zio Drago che ha le mani come vanghe riesce a tenere le redini. Per me i miei fratelli sono importanti e correre, saltare, ballare sopra il fuoco.

Eppure mi scansano. Sento dire di fare attenzione che sono una ladra, che vesto come una barbona, che puzzo peggio di una capra.

Le vedi le madri e i padri che tirano via con violenza le braccia dei bambini, le vedi, mi guardano come se fossi la madre di tutte le disgrazie. Io non voglio incontrare i loro occhi. Preferisco guardare lassù, tra le luci della grande ruota. Preferisco seguire gli spioventi dei vagoncini delle giostre che si tuffano gridando nel vuoto. Il vuoto non è di nessuno. Aisha ama gridare come i cavalli. Aisha ama la sensazione del petto che si slancia nel grande vuoto.

Signora, per favore, hai visto una bambina e un bambino più piccoli di me che si sono persi? Signora aspetta…signora bella.

Giuro che se sono qui li troverò che sboccano di saliva dal signore che muove la macchina dei batuffoli dolci. Si può fare qualsiasi cosa con gli occhi giusti dell’occasione.

Eccolo, il signore sta al centro di uno spiazzo tra le baracche del tirassegno e il labirinto degli specchi, è alto e muscoloso e si muove con grazia tra la folla di grandi e piccoli che lo stringe contro la sua macchina di metallo lucente che gira, che gira, trasformando la pioggia bianca di granelli in soffici baffi profumati.

Io passo di lato, sguscio tra le occhiate e le gambe della gente finchè non sono pigiata vicino a lui, proprio sotto di lui che mentre si sbraccia per infilare i bastoncini arriva tutto il suo odore acre in mezzo a quello dello zucchero caldo.

Bambina, mi dice, non dovresti essere qui. La gente del Luna Park non è come gli altri stranieri che gli puoi rubare ciò che vuoi senza sforzo, facendo finta di guardare altrove.

Non riesco a dire una parola. Ma lui deve aver capito, si mette basso sui calcagni, mi passa la mano grande sui capelli e dice. Che l’ha visti i due bambini, si, l’ha visti. Che devo andare all’entrata della Casa d’Oriente e cercare un uomo coi grandi baffi. Che devo stare attenta però, lui è anche un po’ malvagio, secondo come gli gira la testa in quel momento preciso.

Vado via senza dire nulla, mordo lo zucchero appiccicoso che il signore m’ha regalato e guardo dritto di fronte a me. I lampioni si sono accesi tutti e anche le insegne di fuoco lampeggianti. Cammino sulla ghiaia e ho come un peso che mi preme dietro gli occhi. Faccio rumore come tutti gli altri. Nelle zone d’ombra tra una luce e l’altra sono quasi uguale agli stranieri che salgono e scendono schiamazzando le loro risate nervose per i vialetti che portano su, alle giostre più grandi.

I baffi come un manubrio ce li aveva la foto gialla di nonno Vuja, che io me lo ricordo ancora quando la nominava la nonna, si faceva tutto un silenzio stretto intorno e gli occhi da assassino di zio Drago restavano sospesi per tutto il giorno sul campo.

Facevano su e giù per la collina mezzo franata anche dopo che Drago era partito con la vecchia Mercedes, che non si sa dove andava, ma tornava sempre. Diceva allora la nonna che Vuja era stato da bambino uno di quelli che girano il mondo con i carrozzoni e che da grande aveva deciso di fermarsi e di fare il nostro campo.

Vuja era dolcissimo e sognava anche con la luce del giorno accesa. Avrebbe fatto una collina di divertimenti, una collina tutta sua. E un giorno di brutto vento aveva dato una coltellata a Drago che gli voleva vendere di nascosto la giostra dei cavalli.

Nonna Zara ci aveva messo dei mesi per farli smettere di litigare. Fino a una sera in cui li trovò che sia azzuffavano a mani nude urlandosi le maniere più atroci in cui si sarebbero liberati l’uno dell’altro. Nonna li aveva guardati in quella maniera speciale per rapirgli l’anima. Solo quello aveva fatto. E a loro che non erano stupidi era bastato quel poco per imparare a evitarsi.

La Casa d’Oriente è una grande gola spalancata con i fari colorati al posto dei denti e un grande turbante sul tetto intorno a cui gira il pupazzo dell’uomo con i baffi all’insù. Nessuno mi ferma al cancello d’ingresso, io mi infilo in un corridoio scuro con il pavimento che si muove su e giù e di lato, dall’alto piove una musica che ti stordisce e grandi sbuffi di un vapore freddo.

Lui lo vedo dopo un po’ che cammino scivolando e aggrappandomi con le mani alle pareti che quasi mi viene da ridere. Sta in una nicchia di luce blu alla fine del corridoio, con le mani infilate dentro un groviglio di fili elettrici, vicino alla grande statua di una dea sospesa in una danza, con gli occhi neri bistrati, la lingua di fuori e una collana di teschi al collo.

Io non so che fare, mi blocco alla fine del corridoio che si muove e provo a guardarlo meglio.

L’uomo con i baffi, adesso, ha il fazzoletto unto di Mina legato al braccio e io mi sento sciogliere. Io quando entrai nella roulotte di zio Drago era già un’ora che si sentivano gli strilli di Svetla per tutto il campo. Sono salita come se avessi una maschera di fango che mi si scioglieva piano piano sulla faccia.

Drago stava buttato come uno straccio irriconoscibile tra una massa di lenzuola appallottolate, beveva duro dal collo di una bottiglia, aveva la testa buttata indietro e la gola, la gola era lì davanti a me con tutto il sangue dentro, pochi canali di carne a distanza di un piccolo spessore di pelle.

Svetla a terra, di lato al letto, sembrava un gattino cieco, un gattino pesto appena nato, faceva solo uno stanco pigolio con le piccole labbra rosso fuoco arricciate in fuori. Eravamo tutti nascosti dentro una specie di pasta di luce scura, senza contrasto. Saremmo potuti sparire così, come un soffio d’aria puzzolente, senza nemmeno sfiorarci.

Nessuno si sarebbe allarmato, nessuno ci avrebbe pianto.

Io ora mi mordo un labbro respirando forte. Raccolgo con la lingua il sapore del sangue e dello zucchero, lo mando giù con tutta la forza che mi abita in gola.

Non so più che sguardo gli metto addosso, alla fine, quando l’uomo con i baffi mi s’avvicina e mi dice con una strana voce di cantilena che forse può aiutarmi.

Che sono una bambina coraggiosa, ma non dovevo entrare nella Casa d’Oriente senza il permesso. Che forse per questo dovrò sborsare qualcosa di denaro, e se non ho il denaro, tanto denaro, dovrò dare me stessa.

Lui mi dice cose strane, mi parla come se fossi una persona adulta. Lui mi mette le mani forti sulle spalle, mi stringe fino a farmi venire i brividi.

Io lo guardo e faccio di si con la testa, faccio di si e faccio di si per essere certa che lui abbia capito. Drago quando mi prende poi ci sto male per due giorni. L’uomo con i baffi si scosta un attimo da me, vuole capire se sto dicendo la verità.

Così, prima che io stessa comprenda quale idea sciagurata si stia impossessando di me, il mio corpo scarta di lato, come un puledro s’impenna e io mi sento gli occhi cattivi dei peggiori giorni di nonna Zara. L’uomo indietreggia di scatto e va sbattere contro la statua della dea che si spezza con un grande rumore secco. Finiamo a terra tutti nello stretto della nicchia, l’uomo con i baffi e la dea con la lingua di fuori e io che urlo su di tutti.

Urlo.

Urlo.

Urlo.

Ricomincio adesso a sentire quella musica alta che stordisce, che si impenna sulle ali dei pifferi, in un cielo di tamburi che scuotono le pareti. L’uomo sta giù immobile, butta fuori un sangue scuro che si mischia alla mia gonna lunga. Fa degli strani rantoli di parole che non capisco, forse sta morendo.

Lui non sa che tra le cicatrici sulla pelle di zio Drago c’è l’arco dei miei denti vicino al punto dove batte il cuore. Lui non so perché lo fa, mi indica la tasca dei suoi pantaloni dove infilo la mano che mi trema. Trovo un mazzo di chiavi sporche.

Poi alza a fatica un braccio e mi fa segno di andare. Mi indica una svolta del corridoio, mi dice di una porta, si alza su un gomito che trema e mi fa un sorriso stranissimo. Stranissimo. Io non lo dimenticherò mai quel sorriso.

Vado via di corsa che non voglio sapere cosa è successo.

Non lo so se l’ho colpito troppo forte. Io non voglio più pensarci, adesso.

Mina la tengo per mano e uso quasi tutta la forza che ho per trascinarla che piange, non vuole camminare, lascia le suole delle scarpe a strisciare sul marciapiede. Con l’altra spalla sorreggo il fagotto che avvolge Geko. Lui, non so come, s’è addormentato, dev’essere stato lo zucchero che gli ho dato, quel poco che m’era rimasto ancora attaccato addosso.

A quest’ora della notte la città vuota sembra tutta nostra. Il treno non passa più, dovremo trovare da dormire in fondo a questo viale largo, in un giardino che conosco dove saremo al sicuro fino a domattina.

Mina fa i capricci, dice che vuole avere la sua roulotte e dormire pigiata in mezzo agli altri. Ho provato a farla ragionare ma non c’è stato verso. Non c’è altro modo per farla star zitta che il mio schiaffo secco, ripetuto, sulla sua nuca.

Fortunate le donne forti che sanno leggere il futuro all’angolo delle strade.

Aisha adesso è stanca, se ne frega di quel balordo di Drago e di tutto il campo. Nessuno verrà a cercarci in città. Aisha ruberà un coltello. Aisha avrà le guance solide di una pietra.

Voglio dormire questa notte e tutte le altre che verranno, accanto alle parole, agli occhi forti di nonna Zara.   

14 risposte a “Aisha dei Luna Park (landscape Eighteen)

  1. Questo racconto è bellissimo, lo so che è banale dirlo, ma non trovo altri termini e a volte la banalità è necessaria. Sono entrata subito nella storia: ho calpestato il fango con le scarpe rotte e accompagnato per mano la bambina, ho avuto paura ma anche una rabbia repressa, una sorta di sfrontata indipendenza.
    Mi sono anche un po’ commossa per i ricordi descritti con gli occhi da bambino… ci devo ancora pensare.
    Ai tuoi strani giorni.

  2. Che bello. Mi piace molto la tua scrittura, alcune frasi sono così colme che ne basterebbe una sola per scrivere tanto altro. Come un albero con i rami.
    Il racconto mi ha ricordato brutte esperienze del mio vecchio lavoro, brutte cose di bambini nomadi in vendita per 10 Euro.

  3. Fortunate le donne forti che sanno leggere il futuro all’angolo delle strade.

    Forse nemmeno loro, forse nemmeno gli uomini che le sanno riscrivere.

  4. Aisha una volta era sola e perduta in un campo, poi il tempo e la passione l’hanno trasformata e resa più forte, e secondo me crescerà ancora….
    P.S. “lo sguardo ha il potere supremo di contagiare l’anima”. A me succede sempre, nel bene e nel male dovrei trovare un vaccino….. 🙂

  5. quasi sette giorni che me lo rigiro fra mani e cuore. questo racconto ha guance di pietra e un coltello nascosto, è la fragilità e la violenza di cui sono inutilmente consapevole
    struttura di granito, forma di alabastro, manco una sbavatura
    mi è piaciuto moltissimo.

  6. No. Non ho parole.
    Resto muta anche quando ascolto una musica cha amo particolarmente.
    Qui gli “accordi” sono di fragilità-violenza, suonati alla perfezione da te!
    Ti abbraccio, Alex!
    Gelsy

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