The End on Ganapati Beach

Ganpati-WallpapersSi aspetta solo che il tutto di questa giornata finisca, seduti molli sulla sabbia, la tua faccia tuffata dentro le ginocchia raccolte, la mia che scruta questo pezzo di cielo malformato che ci apparecchia dall’alto. E’ notte amica mia, siamo nel potere vincente di quella tiepida carezza scura che è il buio al tropico.

Il villaggio se ne va, saltinbanchi e pescatori e tutto il codazzo festante di mogli e figli e maialini da cortile sciama ancora alle nostre spalle, alzando il resto della polvere e delle preghiere mentre già la lunga fila sta sparendo sotto il bosco delle palme, verso l’interno felice del litorale.

Sono dieci giorni che viviamo spiaggiati a Palolem, l’ultima baia incantata che chiude il chiassoso sogno di Goa a sud, come fossimo davvero una di quelle razze di Lost Generation che abitano il tempo ogni ventina d’anni, ci sembra già una vita ma con un patimento minore, residuale, composto di piccoli slanci bruciati nella scodella frettolosa del turismo, lontano dal cuore importante delle cose.

Ci vuole niente a finire fuori linea, nella realtà, guardaci un attimo, adesso: il tuo accenno di panico per la trance religiosa che ci ha avvolto di soppiatto, la mia assurda pretesa di darti un sollievo, dimenticando che la retorica vince ogni cosa a casa nostra, dove perfettamente non siamo, ora qui.

Così il dio che è stato appena portato sul baldacchino trionfante fin dentro l’oceano ci è sembrato potente, ci è sembrato cogliere profondamente il verso storto che lega i desideri di tutti e in questo irraggiungibile, perfettamente emendabile nel dovere di illuminare la strada asfaltata di genti aliene, nel modo speciale in cui veniamo fuori noi stranieri, con gli zainetti avanti a ogni pensiero.

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Dovremmo piuttosto cominciare a costruire sull’ingresso del villaggio quel gigantesco Namaste di cartone che riguarda tutto il ben di dio che ci ha ospitato: l’autista scalzo e silenzioso che ha guidato fin qui per sedici ore consecutive, l’esagerata mancia per cui ci si è gettato ai piedi, i cani selvatici che ci hanno adottato; e ancora le piccole venditrici di stracci colorati del Karnataka, la polizia che voleva arrestarci, la gente del villaggio che ci tratta come vecchie zie originali, prestigiose, il factotum della guest house, il suo corpaccione ipernutrito che mima le cattiverie dei polizieschi trash sputando il suo tic dal foro di un’otturazione saltata e noi che lo riprendiamo con la digitale, noi che lo riprendiamo e non ci sta bene la scena perciò glie lo facciamo ripetere, più naturale my friend, più naturale, ciak, e lui esegue, allunga, sputa, fa il record di distanza, stregato da quell’ipnosi felice che solleva gli indiani in cielo quando li metti davanti a un qualsiasi obiettivo lampeggiante.

Non sappiamo se ringraziare o scusarci, dopotutto, il nostro tempo qui si esaurisce domani in un crocicchio di rotte e destinazioni diverse che guiderà a casa da solo ognuno di noi cinque complicati parti di umanità assortite: te, me, le nostre forme di spavento plausibile, e poi la coppia inseparabile dei Babas, lui beve, lei filma, e ancora l’angoscia di Marina che resiste a ogni cambiamento geografico, lei che ha passato gli ultimi giorni a rincorrere i cani randagi per insegnargli le buone maniere con i biscotti e i modi improbabili racimolati a colazione.

C’è una maniera per inserirsi e una per opporsi, c’è una sola regola dinamica fondante dell’universo, e un transito incessante di destino sulla rotta del 2.

Cambiamo pure le facce, i ragionamenti, i contenuti, le metafore, le iperboli, la verità è che ci siamo trovati qui perchè cercavano la banalità di un indirizzo, qualcosa che ci suggerisse un’idea di pace, che giustificasse la separazione dei nostri sentimenti, ci rivelasse perchè non possiamo esserci senza scioglierci negli oggetti, oppure respingerli con perfette chiusure di gomma elastiche.

Qualcosa che prendesse alle spalle il Due, che fosse solo e naturalmente Uno.

Ciò che importa, alla fine di tutto, è che questo maledetto qualcosa ci sembra d’averlo trovato, non possiamo che arrenderci, sai, le verità comunicano per errori, sfiorano infiniti gradi di dimenticanza prima di mostrarsi molto prossime alla farsa terrestre, certamente più che al mitologema celeste.

Qualcosa come le Birkenstrok del Baba austriaco che hanno preso il volo durante il notturno del Mumbai express.

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Ricordi come stavamo pigiati provvisori nelle cuccette di ferro, appena svegli, con la piccola preoccupazione prima di controllare i lucchetti degli zaini.

Ci siamo scambiati sguardi piegati dal sonno, abbiamo capito lentamente come il cuore della scena fosse tutto nella faccia meravigliata, ispirata avremmo detto poi, del Baba seduto sul lettino di sotto che si grattava il cespuglio di capelli Rem della notte.

Le ciabatte indiane con la suola fuori asse, composte in un’impossibile perfetta geometria, che avevano preso il posto delle Birkenstrok da cento euro.

Lui che scuoteva la testa e mormorava “Inkretibile!” come un mantra, davanti al miracolo della gratitudine residua di un ladro onesto.

Il rispetto profondo del Dharma che vince ogni cosa importante, rivelandosi attraverso un paio di luride ciabatte sformate.

Ecco, è un po’ tardi ora per aggiungere qualcosa, ancora.

Sono passati molti anni attraverso cui tutto questo ha trovato la propria legatura in noi.

Tanto altro che abbiamo vissuto, intensamente o di sfuggita.

Per finire in qualche modo paradossale sulla maschera esagerata di Jutta, la tedesca ubriaca del Sun’n’moon che viaggiava sbilenca tra un tavolino e l’altro, quella sera che ci si piazzò di fronte in una nuvola pestifera del suo cattivo gin.

L’antenna astrale che sosteneva io avessi sulla sommità del capo.

Alegoa

La demenza giovanile con cui ridemmo fino a spezzarci, quando annunciò solenne, ruttando, che io potevo captare l’intero dolore dell’universo, o qualche altra minchiata esotica del genere.

E che avesse in qualche modo la sua quota di ragione brilla, dopotutto, è una storia di quelle non commerciabili, nemmeno per scherzo, nemmeno tra di noi.

7 risposte a “The End on Ganapati Beach

  1. Alex,
    sono passata solo per salutarti.
    Sono troppo stanca in questo periodo.
    Tu sai che, poi, leggo ciò che scrivi.
    Mi piace. Mi interessa.
    Ora non comprenderei nulla.
    Love
    Gelsy

  2. Come è messa l’antenna astrale, cosa capti ora, ora che le ciabatte sbilenche sono immagine di quella quota brilla di ragione, come stanno tutti…

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