Fai il favore di andare a quel paese

DSCN0251La nuova barista è una ragazza giovane con i capelli corti e gli occhi sovresposti, i lineamenti fini, i modi moderatamente esuberanti, una specie di Winona Ryder di paese che pare saperla parecchio lunga.

La signora che fa colazione, mettendoci venti minuti buoni a finirla, è uno di quei megafoni naturali e ciarleri che girano le strade quaggiù, seminando l’attualità dei fatti locali dispersa nelle molte more sociali della provincia, tracciandone contemporaneamente la linea interpretativa delle genti del posto, un significato che sbalordisce un po’, se consideri come riesca sempre ad apparire monocorde e fantasioso, contemporaneamente.

Ci metto niente a proiettarmi nel discorso, portando le mia quattro cognizioni esistenziali da cittadino di passaggio. Sono affascinato dalla storia banale che sento: 28 persone denunciate tra Poggio Moiano e Passo Corese, gente buona di paese, italiani locali, operai, casalinghe, mamme persino, gestivano un giro di spaccio capillare operando direttamente in casa, vicino ai bambini, e in non so che Bar centrale di Poggio Moiano, poco lontano dal comando dei Carabinieri di zona, i quali, nonostante tutto, pare abbiano dovuto intercettare cellulari e pedinare costoro per due anni per arrivare a capo del torbido malaffare quotidiano.

Non voglio nemmeno pensare a quale giro mitologico di racconti corali codesta vicenda debba aver già attraversato, in paese non accade mai nulla che non siano canoniche morti e nascite, il livello biologico più noioso, figuriamoci quale frullio di “vita vera” possa attivare le genti in circostanze come queste.

In maniera deliziosamente comico-sbilenca, la signora sottolinea: “e non è che spacciavano canne…era coca e hashish!”

Intanto Winona, ben salda al bancone dei cappuccini, lucida bicchieri e fa sbuffare la macchina e intanto interloquisce spruzzandoci di una sorprendente saggezza giovanile che trova posto a ogni contraddizione.

Facciamo presto a parlare dei “mala tempora”, delle generazioni fuori controllo, del lavoro che finisce sotto terra, di quelli scuri che vengono da fuori a mangiarci il pane gratis, ops. C’è che nel frattempo ha imboccato l’ingresso del bar un altro tipico personaggio locale, uomo di mezza età ben piantato, vestito con fantasie mimetiche, scarponi, il piglio inattraversabile del cacciatore incallito e figurati se non vuole imporre la sua.

Così io non ricordo nemmeno più come abbiamo fatto Winona, la signora e io ad arrivare a questo punto: io che sto raccontando come tutto si ribalta nel post-moderno che ci assedia, il fatto che abito in un quartiere multietnico di città dove, se passi oltre il bar degli slavi dove tira una brutta arietta e qualche altra fantasia d’ombra negroide, sei comunque costretto ad ammettere l’evidenza: i più gentili e rispettosi, quelli che si danno più da fare culturalmente e praticamente, quelli che offrono sempre il posto agli anziani, nemmeno troppo sciancati, che salgono sui tram non siamo noi ma loro, gli extra-nazionali. Dovremmo ringraziare di essere attraversati dai flussi migratori, piuttosto.

Ma il cacciatore ultimo arrivato beve e parla e guarda altrove, mentre interloquisce con me, dice sostanzialmente: “ah certo, e celo sai perchè lasciano il posto ai nonni sul tram? Perchè cianno paura che li beccano e li portano in galera!”

Winona trasale di una speciale “colpa” di paese, in maniera deliziosamente giovane e sensibile e di sottecchi mi sussurra di lasciar perdere.

Io le rispondo che figuriamoci, non c’è problema.

Il signore mimetico irrevocabile ha pure sorriso per affermare il punto, e io ho pure capito che non sorrideva per gentilezza, ma solo per rimarcare a me, romano, che in Sabina certe cose sono così, non si discutono.

Io non volevo rubare le loro donne, duemila e passa anni dopo, ovvio.

Però nel frattempo fuori, di là della porta a vetro, è passato Livio Barbu mandandomi un salutone con tutto il braccio esposto. Livio è il proprietario del bar-pizzeria dove stiamo tutti e quattro adesso. Lui ha anche un’impresa di lavori edili e sta fuori al pezzo dieci ore al giorno, sabati compresi.

Livio è arrivato a Ponticelli Sabino dodici anni fa. E’ una persona di una gentilezza naturale squisita e, soprattutto, è uno sporco rumeno.

 

13 risposte a “Fai il favore di andare a quel paese

  1. Bello, bella polaroid. Mi sei piaciuto anche a non voler turbare le Sabine, anche se chissà, magari non si sarebbero turbate per nulla.

    Mi manca, il quartiere più multietnico della città, peraltro, anche se inizia a duecento metri dalla porta di casa mia. Ma certe cose cambiano e la nostalgia mi assale.

    Bello, lo scritto. L’ho già detto? 🙂

    • si, qui è un filo più complicata, è cultura schizoide dell’ignoranza, giacchè il paese pullula di negri, rumeni e indiani che si spezzano la schiena e sono perfettamente integrati. e poi, coi romani fanno sempre storie qui, ad appena 50km dal centro, sarà un caso 🙂

  2. Chissà perché mi sono convinta che passerai i tuoi prossimi giorni appoggiato al bancone di un bar a interloquire con gli indigeni del posto, cercando di convincerli della fortuna che hanno nel condividere il pane quotidiano con altre realtà multietniche e chissà perché lo farai gettando sempre, di continuo, insistentemente, uno sguardo obliquo in direzione di Winona. Chissà perché ti sei preso tanto a cuore questa causa. Bah!

      • Invece è proprio perché le donne non perdono mai di vista il cuore delle cose che ho scritto quel commento. Vorrei riportarti alle pagine iniziale de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” quando Tomäs incontra Tereza nel bar del paese/ospedale e lui l’osserva mentre lava i bicchieri e lei ne è affascinata solo perché lo vede leggere un libro e…
        Si chiama energia, flusso cosmico, andirivieni ormonale, deflagrazione interiore. Che c’è di male? Stiamo sempre lì, attenti a non varcare mai la soglia, perché!

    • il “cuore delle cose”, nel nostro caso, è un ragionamento su locali-foresti. ma tu ci vuoi vedere altro, legato a un “tuo” discorso e a una visione che hai di me, forse. it’s ok, per carità, ma il testo dice altro.

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