Friday should be in Love

Sono dunque qui sotto da un’oretta appena, parcheggiati in seconda fila. Sembra niente ma tutta la notte c’è voluta per metterli così, un piede perno tra il freno e la frizione, lui, allampanato, allungato, ex-allupato a quest’ora, tutta la tensione si regge nel puntare il corpo, farlo apparire nel buio come una piuma rilassata, una stampella umana consenziente messo lì nelle grazie di una sdraiata ancora possibile.

Avresti voglia di parlare di lei, invece, questo lui pensa, ben sapendo che i pensieri di notte possono essere rischiosi perchè aprono la mente a telepatie ingiustificate. C’è un imbuto di palazzi alti e stretti intorno, un sonno asinino di finestre che guardano storto, e i discorsi che si fanno son sempre gli stessi, poi, sempre lo stesso dopocena, dopotutto, al venerdì.

Ma non va male, non va male affatto, non vi credete.

Lui dice, ridice, ma non parla, ha dei ricordi di sé in altri momenti fermi, che non hai voglia di decidere nemmeno il prossimo respiro, storie testarde che si ripetono e che l’hanno già condannato, spesso e volentieri. Ma poi gli sembra che oggi il mondo se ne sbatta allegramente, invece, anzi, oserebbe pure sostenere che l’uomo di moda possa apparire come un essere sempre assolto, un millefoglie di eccezioni e ritardi, di complicanze messe in conto, di anticipi e cadute fisse, ma anche di aspettative d’esser delusi e quel che è peggio, di quel vago scoramento quando delusi invece non si è per niente, ci si rimane quasi male, un po’ di sano panico, piuttosto, vivaddio.

Non va male affatto, no, ci sono quelli senza lavoro, poveracci.

Loro due stanno zitti in posture difformi, per niente simmetrizzabili, e pensare che ci sono un mare di cose di cui nessuno si prende cura: ad esempio, un profumo troppo forte e il retrogusto del vol-au-vent che ti si guasta in gola. E anche che i baci eventuali siano esplorazioni oro-olfattive che confondono, se segui il filo, c’è un punto di nervo in cui naso e papille confliggono, e c’è lei che talvolta ha preso una di quelle bastarde torte nocciolate che rendono oltremodo complicata un’esplorazione linguare postuma.

E continuano a stare parcheggiati in seconda fila anche non ce ne sarebbe alcun bisogno, la strada che scende è piena di infilate tra macchine a pettine dove starebbero più comodi, esclusivi, anche se perderebbero certo quell’insensata visibilità manifesta che preoccupa tutti, oggi.

Questo tocca a lei pensarlo, poi se lo dice anche: ma insomma, e che diavolo va pensando, veramente ha freddo all’attaccatura delle cosce dove stringono le autoreggenti, ci mancherebbe pure una cistite in conto, è meglio che se ne stia zitta, zitta secca e con le gambe strette, senza nemmeno fantasie, e ci metta al massimo un sospiretto ambiguo sopra, qualcosa che possa sempre venir comodo in un poi.

Il silenzio li protegge come una grande sacca erogena di potenziali slanci, stanno bene insieme nel calzettone di befana sospeso, non credete, ottimizzano lo spazio appoggiando nell’immaginario tutte le dolcezze di cui si sentono composti: lui, il solito monocefalo del venerdì notte e poi, dove metti le ansie ormonali di lei, e quel pensiero stomachevole delle caramelle vecchie nei supermercati, c’entra o non c’entra, quelle che tipo hanno subito già un paio di estati e si riducono infine a orribile appiccicaticcio intorno alla confezione. E la mano che l’ha toccate non sa più come toglierlo dal bordo infido delle dita, così altrove per un po’ di tempo eviterà di stringere altre mani per la vergogna di imbrattarle, ma non sono questi tempi da essere scortesi del resto, non scherziamo.

Basta che fosse una mano che conta a Tokio e tu ti ritrovi a New York senza lavoro, e con la cazzo di farfalla che sbatte le ali e la calza a rete puoi solo farci una tempesta di marchette, in qualche locale malmesso dell’Upper East Side.

E allora “ragazzi”, andiamo, che vogliamo fare?

Se non parli, come fai a capirti, si dice.

Eppure l’hanno sentito bene entrambe: “andiamo, che vogliamo fare?”. Una richiesta esplicita, in un qualche dialetto remoto di dialogo interno, ognuno per sé, sono cose che vengono da zone che non ci appartengono, rimbombanze di un magazzino di stati socializzati dove si stampano i quesiti e le domande retoriche e quei dettati cui reagiamo sempre puntualmente invece, radiocomandati da una qualche centrale operativa occulta.

Radiocomandi, onde elettriche, spettri di potenza, a lui piacerebbe occuparsi di questa roba, diciamo; in fondo loro stanno ancora al livello di una sola sera possibile, potrebbe pure raccontarlo e lei potrebbe berla, anche affascinarsi, magari mostrare pure una via non faticosa per far saltare il banco, magari anche senza i soliti imbarazzi della forma come: scartare vestiti complicati senza dare l’idea di volerli stropicciare, mostrare l’intimo che nemmeno ricorda quale ha messo, e poi far scattare chiusure, inumidire fessure, scambiarsi movenze che convergano dove pensi che faticheresti a stare, dopo un po’.

Lui ha visto un B-thriller in cui un tizio sfrattato da casa per more bancarie faceva diventare matti i nuovi inquilini agendo da un laptop il sistema domotico che aveva progettato lui. Poi ha visto altro cinema dozzinale in cui lei, americana, cede tipicamente di schianto, non ha nemmeno aperto bene il portone che già si sfila le calze, e fa uscire prestidigitandosi il vestito in un soffio dalla testa, e lui dietro la spinge sul divano con una tempra da vecchio John Wayne che non guasta mai e che in definitiva lei s’aspetta, sempre.

Ma lei piuttosto, lei della macchina in seconda fila in cui non si parlano, come la potremmo raccontare meglio? Guarda adesso come le si illumina bene il volto triangolare di faina grazie ad un Android che riverbera da una patacca di sette pollici, e ascolta la prima parola assoluta che muovono, è lei che si immola alla funzione pronunciando un arricciamento di tono che fa: “Messaggino!”

Dio, no, e invece si, lui è pure contento di aver cominciato qualcosa, lei.

Si gode di un senso finalmente ineluttabile di eventi che montano. Dietro la macchina arriva sbuffando un camion della spazzatura, lampeggia nell’abitudine al buio come un sole che erutta malamente a giro.

La faccia di lei è azzurrina wazzup, poi diventa giallo mondezza, poi di nuovo azzurrina friendly, ma tutto per frazioni di secondo appena.

Ora lui dice: “Ci dobbiamo muovere.”

E lei: “Aspetta un attimo, dai, che è la Betty e la devo rassicurare un po’.”

Lui del resto: “Cosa dobbiamo aspettare, non puoi tenerti la Betty appesa mentre manovro?”

Lei: “Nooo, maddai, ma che problemi hai?”

Indovinate un po’ lui, sempre più piatto: “C’è la nettezza urbana che ci lampeggia, penso che devono passare.”

Cazzi e mazzi, lui è sicuro comunque che lei cederà, alla fine, si farà infilare, eppure continua a sentire come un tormento il dover affrontare le circostanze minime di locazione-spoliazione dei corpi di cui già elucubrava poco fa.

Lui è certo che non ci sarebbe bisogno nemmeno di salire a casa, lei lo farebbe tranquillamente in macchina godendo sommariamente anche di più, in proporzione.

Lui non capisce molto, in genere, solo questa schiumetta animale che gli pare intuito, talvolta, e non è che si possa considerare che son tutte più o meno uguali quelle con cui si trova in seconda fila in macchina, di notte, tra il venerdì e il sabato.

Perchè il sabato notte me ne sto sempre da solo, invece, questo gli sembra ripetitivo un po’, niente di anormale, solo un filo troppo metodico, al limite dell’ordinario, però va bene dai, ci si dice così, che basta seminare tanto anche una volta sola, poi si gode l’eco e il far credere, diobono, e la sana solitudine dove tutto si rigenera scodinzolando ai piedi.

Dice lei, invece, che continua a mostrarsi affilata e stroboscopica, chiusa nella sua causa wazzup.

Dice lei: “Hai risolto con laa…nettezza?”

C’è un grosso tipo in tuta arancio e grigio fosforescente fuori che sbraccia contro il finestrino, sembra un extraterrestre agitato, uno che sclera perchè si sente inculato da un incarico che alte sfere gli hanno fatto credere importante e lui ci è cascato, avrebbe potuto dire di no ma c’è cascato invece.

Pensa lei che ciò che vuol sapere la Betty non è che glie lo può raccontare adesso, vivaddio, ci deve riflettere, ci si pensa sopra a cose così, la realtà si costruisce gentilmente, come il Lego con i bambini, diosanto.

E quindi vediamo, la verità non si può dire, nemmeno una mezza tacca di ispirazione, non conviene affatto, bisogna controllarne due di livelli poi, è molto meglio inventarla di sana pianta.

Dunque cara, quel che è successo ieri notte e che lui s’è accostato vicino a una macchia di cespugli, sotto casa, faceva tutto il carino nel solito modo, e sai una cosa..a me l’idea di tutti quei minuetti dei complimenti e del farsi aprire le porte e salire a casa, scusarsi, fare due secondi d’ordine, prendere da bere, mettere la musica, accendere l’Inverter poi girarsi coi bicchieri in mano, vedere lui spallato che non guarda altro che un punto, fosse la gioia poi, no, invece è un punto d’indecisione estrema perchè si gioca a casa mia e lui non vuole fare la figura del cafone, così non sa se deve bere tranquillo e iniziare con i complimenti slavati oppure far versare le grappe per terra e saltarmi addosso perchè crede che a me piaccia così, drasticamente, in fondo.

Intanto fuori dalla macchina il fosforescente agitato ha mollato due pugni niente male sul finestrino, e lui sta pensando se si può permettere adesso di spostarsi con la macchina o se sia troppo tardi. Nello specifico, se lei si riterrebbe offesa dal suo poco maschio tralasciare questa roba che, scusate, è un po’ una provocazione, magari è meglio che scenda e l’affronti.

Scusa cara, sta pensando lei, una seccatura, rieccomi da te. Dunque ti stavo dicendo che alla fine mi son fatta due conti e mi son detta ma senti, ma perchè no, poi! Se ne sentono certe in giro..così gli ho fatto capire sdraiando il sedile, lui ha sorriso e mi si è avventato addosso, una furia, credimi, sca-te-na-too! Eh si, certo, ti pare che non vuoi sapere i dettagli tu, proprio tu, e fattelo dire, dai: troiona che non sei altraa!

Insomma, di storie ce n’è già abbastanza per stanotte, si auto-chiosa lei che se la stava godendo davvero, la costruzione della minchiata Betty-like che avrebbe fatto qualche giro di risonanza tra gruppetti di amiche, anche un po’ più di un sassolino nello stagno se avesse ricamato davvero, com’era brava sua nonna, un tempo.

Lui ormai, fuori di sé e della macchina, sta facendo a pugni col netturbino agitato; volano bestemmie, minacce, cartoni, spruzzi di sangue, ma nel casotto delle luci lampeggianti sparate a giro non è che si capisca molto bene la storia, siate sinceri.

Così lei si sposta al volante, s’aggiusta la gonna, chiude la portiera che adesso ha un freddo bestia vicino la fica e sente una prima fitta di cistite e riaccende il condizionatore anche se è troppo tardi.

C’è una luna gigantesca tra i palazzi, ora.

E mette in moto subito, senza pensarci, e se ne va.

7 risposte a “Friday should be in Love

  1. bello, davvero, tutto quello che ci può stare in un silenzio che a vederlo (vederlo, sì, o sentirlo?) da fuori lo diresti imbarazzante o tristerrimo. invece cospicuo, denso, vero.
    mi è piaciuto tanto qui
    “ha dei ricordi di sé in altri momenti fermi, che non hai voglia di decidere nemmeno il prossimo respiro, storie testarde che si ripetono e che l’hanno già condannato, spesso e volentieri. Ma poi gli sembra che oggi il mondo se ne sbatta allegramente, invece, anzi, oserebbe pure sostenere che l’uomo di moda possa apparire come un essere sempre assolto, un millefoglie di eccezioni e ritardi, di complicanze messe in conto, di anticipi e cadute fisse, ma anche di aspettative d’esser delusi e quel che è peggio, di quel vago scoramento quando delusi invece non si è per niente”
    che, si sa, la penna batte dove lo specchio duole. più lui, che lei, strano e non per mancanza d’identità di genere.
    ma poi, perché -terminale-? non fare scherzi da liberto, eh!?

  2. “C’è un imbuto di palazzi alti e stretti intorno, un sonno asinino di finestre che guardano storto” da solo vale la lettura. ottima anche la descrizione del b-thriller e il volto da faina illuminato dal riverbero androido, nonché la faccia cangiante per frazioni di secondo dall’azzurrino wazzup, al giallo mondezza, e infine di nuovo azzurrino friendly. ecco: questo è un racconto ottimo mentre, perdonda la franchezza, ma tanto ti trovo *vivo* qui, tanto è lezioso e accomodante l’altro brano dei compagni di scuola. cheddire ancora? beh, “simmetrizzabili” invece m’ha suonato fastidioso.
    (occhio, refuso: in “anche non ce ne” direi cha manca un “se”)

  3. “C’è un imbuto di palazzi alti e stretti intorno, un sonno asinino di finestre che guardano storto”
    ottimo davvero questo passaggio come altri in questo racconto che ha una vivezza particolare, vera, vivida, forte, tua.
    “…invece, anzi, oserebbe pure sostenere che l’uomo di moda possa apparire come un essere sempre assolto, un millefoglie di eccezioni e ritardi, di complicanze messe in conto, di anticipi e cadute fisse, ma anche di aspettative d’esser delusi e quel che è peggio, di quel vago scoramento quando delusi invece non si è per niente”
    a me è piaciuto tutto.
    Gelsybel
    Ciao, Alex!:-)

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