La Vita che è una Cosa Serial

 

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E’ cominciato tutto con quel rumore di passi felpati contro il soffitto. Lui lo incontravo raramente per le scale, nel giro improvviso di qualche pianerottolo. Faccia al muro scende veloce, dice buongiorno e buonasera in un sussurro, ma gli occhi non li incroci mai. 

Si tratta di un povero cristo come ce ne sono tanti. Di lavoro, inventa e sceneggia trame che durano un’eternità, vicende che sequestrano il tempo mentre con strofinacci sfilacciati qualcuno asciuga le stoviglie dopo pranzo, o all’ora di cena, nei momenti più impensati della notte, quando la famiglia è al riparo dal mondo e il video emette quella particolare qualità di radiazione confortante che annulla la volontà di un uomo.

Succede quasi sempre che lui ami lei e poi non la ami più o forse non si sa. E’ questo “non si sa” che regge le sorti dei mondi, per il vero. E nel frattempo avviene il resto, i figli scappano dai palchi di corna che il domani ti mette in testa, vengono giù questi figli e tu non ci puoi fare niente, li prendi come la paga sindacale di una vita nascosta che frantuma i sogni.

Questo è il punto e la materia che sembra impossessarsi di lui, giorno dopo giorno. Lo vedi, del resto, come si avvia a vestirsi simile a uno straccione, pieno di gomiti e ginocchi sformati. E non sei certo che beva, anche se talvolta rischia una scivolata per le scale mentre fa un cenno mezzo rivolto al muro e ti dà le spalle strette, spalle sulla cui dinamica ridotta pesano gravemente le idee per le prossime puntate.

La mia leggera insonnia si è stabilizzata al ritmo dei suoi passi che si facevano più densi, picchiavano contro il soffitto alla fine della stanza, riposavano un attimo e riprendevano il corso degli eventi verso il muro opposto dove, si diceva, avesse sistemato in bell’evidenza le foto dei protagonisti dei suoi intrecci.

Una Paola, un Daniele, un Michele, metti al limite un’Assunta. Nomi tradizionali, privi di quello spirito di mondo che soffia rombando dalle finestre.

Più che svegliarmi, di notte, era come se mi evocasse un torpore di dormiveglia in cui avevo una visione precisa del suo andarsene curvo tra il soggiorno e il corridoio e il frigorifero, del suo fermarsi davanti alla grande porta bianca a meditare, quando lo snodo della trama non lo convinceva appieno. Certe volte sentivo lo sbuffo della porta della ghiacciaia e poi più nulla fino alla notte seguente. 

Cominciai a sognare pezzi di quelle storie che non finivano mai, in cui un sospiro poteva durare cinque puntate, un addio poteva prendere tre mesi e una morte, c’era sempre una morte che spuntava da qualche parte a rendere più leggeri i sopravvissuti, in effetti. 

E’ stato così che una mattina ho deciso di seguirlo, una mattina che m’ha dato come al solito la schiena, sul pianerottolo, ma anche gli occhi per la prima volta, occhi vaghi di pesce che vive rasoterra sul fondo del mare, occhi appartenenti a profondità inaccessibili dove non c’è verso di potersi calare. L’ho seguito tutto il giorno mentre andava in giro per i mercati popolari della città, attraversando autobus affollati e strisce pedonali e scivolate su bucce di banane segnate dalle tracce dei carrelli della spesa.

L’ho visto parlare con ogni genere di casalinga e lavorante occasionale, l’ho visto fermare vecchie zie e ragazze complessate e bidelli sfaccendati, l’ho visto sorridere e mordersi le labbra e adombrarsi come se avesse a che fare con un’attempata segreteria di produzione dalle idee stantie, consumate dalla centrifuga di giorni che si ripetono a specchio, idee che non fanno più presa su nessuno.

L’ho perso dopo molti giorni che era quasi notte, nell’ora in cui i mercati si svuotano di gente per fare largo a ombre dense, a rumori fantastici, agli odori del marcio.

Sono tornato a casa leggero di un peso, lui non s’è più visto nè sentito, nessuno ha disturbato più il mio sonno, in effetti. 

Qualche settimana dopo ho avuto ancora qualche notizia dai giornali di quartiere. Un personaggio che non si capiva bene come fosse balzato all’attenzione della gente, uno con una storia come tante, forse solo più complicata e melensa delle altre, ma senza esagerare.

Si diceva che avesse una moglie e un’amante in parecchi mercati della periferia, che seguisse traffici sulla cui esatta natura poco era dato di sapere. Si parlava di una bisca, di grosse cilindate, di bambini abbandonati, colpi di pistola non se ne sparavano ancora ma forse, non c’è da disperare.

Va da sé che con l’avvento della TV digitale, attraverso un menù funzionale interattivo, lo spettatore finalmente padrone di se stesso potrà avere comodi orgasmi con cui indirizzare da casa lo svolgersi delle trame, il taglio delle inquadrature, i premi del giochino.

Scommetterei che, interrogato, lui dichiarerebbe di non sapere, di non avere nulla di certo da dire, ma anche che la vita, la vita, quella cosa che capita, s’illumina e s’allontana tuonando, così priva di corpo. La vita è un lampo in mezzo a una serie di sospensioni utili a sbrigare le poche faccende oneste che crediamo: andare in bagno, versarsi da bere, passare vicino a un cassetto chiuso da vent’anni senza provare nulla.

La storia occupò gli spazi della cronaca per diversi giorni, poi fu relegata in ultima pagina accanto agli annunci mortuari, a quelli delle bellissime e dotatissime e completissime, ottava misura vera, solo altrui studio, finchè non se ne seppe più nulla. 

E chi può dire che fine abbia fatto veramente lui, di quale storia a margine starà oggi muovendo i sospiri. Inutile intestardirsi, inutile chiedere in giro, telefonare, messaggiare, li conosci, ti risponderebbero come una produzione che ha tagliato i budget, scorciato i dialoghi, buttato quasi tutti fuori dai teatri di posa dove adesso s’incontra solo questo essere arrogante e schematico che apostrofa il malcapitato con la cordialità ambigua di un parente maligno.

Ti dice cose come:
“Buon giorno caro, sono il tuo grande fratello personale, ti trovo in forma! Non è che mi presti un po’ di vita, un tantinello appena, che poi te la restituisco, chiaro?”

 

10 risposte a “La Vita che è una Cosa Serial

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