La Migrazione delle Tartarughe da Santo Domingo all’Isola di Procida.

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Le zanzare escono alle cinque, in altre ore praticano appena un’oziosa presenza da cui in verità non è difficile defilarsi. Alle cinque della sera invece, con buona pace del maestro Garcia Lorca, planano tutte insieme e ti investono le gambe con la fretta di un battaglione di fucilieri votati al martirio. Nel momento in cui ti accorgi del massacro compiuto sei già ridotto al selfie di un essere grattante, piegato, un colui che scomoda gli dei a sassate di improperi e poco altro d’umano riferibile.

Sono le cinque appunto, qui, sul dorso settentrionale dell’isola, gli amici sono in spiaggia e tu in una passeggiata filosofica di quelle, una cosa per cui è solo pochi anni che hai smesso di sentirti strano. Cominci a scrivere quando ti senti perso, parecchio prima di avere una tastiera abbandonata sotto il naso. Adesso bisogna cedere le ragioni, mettersi in ascolto, far scorrere quella sensazione di mito e di incanto che resiste qui vicino.

Jasmine è il nome che fu dato a una tartaruga pescata per sbaglio su una candida spiaggia di Santo Domingo, vent’anni fa. La leggenda narra che le fu dato omaggio e spinta per tornare a vivere nel grembo del mare turchese, ma lei imboccò convinta la via contraria della spiaggia, andando a installarsi decisa nel giardino di casa del pescatore che le fece da padre.

Qui si narra di un’altra isola, di un’altra Jasmine che ne raccoglie il nome, della natura che fa un salto nell’umano e dell’amore che lega tutto. Lei adesso ha tredici anni, l’anima creola nella pelle ambrata e fin dentro la massa di capelli ricci che si affollano dentro spirali naturali d’allegria e poi ancora, la potenza dinamica e stringente di un elastico che muove tutta l’aria intorno.

E’ così che il cielo d’agosto spinge ognuno, isolano o turista che si ritrovi, a puntare il naso in un alto interrogativo, così me ne vado camminando sulla dorsale dell’isola che nelle mie visite periodiche degli anni non avevo ancora percorso. Cerchiamo tutti una scienza d’asporto che consenta di interpretare il cielo intraducibile di questa strana estate contrastata.

A un certo punto della lunga salita solitaria mi ritrovo a Cottimo, così si chiama lo stradello discendente che imbocco, entrando nella visione dell’isola che mi mancava e di cui scopro avere avuto la necessità di sempre: raggiungere un luogo, fuori dal rumore comune, in cui le cose appaiano afferrabili nell’illusione della chiarezza.

A Cottimo il traffico cessa e l’isola svetta uscendo dalla costrizione delle muraglie che delimitano le strade e i fianchi delle case. A Cottimo la natura fa quadrato e silenzio e ti consente di riabbracciare il mare tutt’intorno, il panorama che include il declivio delle campagne centrali popolate dal segno primitivo degli orti, da quello dei vigneti e dalle limonaie.

E’ qui che mi fermo dieci minuti col mio piccolo braciere votivo di domande. Penso tra le altre cose sciolte a quel momento specifico in cui Jasmine entra nei discorsi dei grandi che abitano il tavolo delle colazioni che si allungano fino al pranzo, a quell’attenzione naturale del logos che sa prendersi con autorità e grazia e che invita al silenzio.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, non lo sapeva Carver mentre scriveva i racconti nitidissimi che stanno sotto il titolo, non lo saprà nemmeno Jasmine, probabilmente, mentre esprime il fuoco chiarissimo delle proprie convinzioni e gesticola, ammicca, ribalta il piano logico del discorso come soffiasse da vicino su un Dente di Leone provocando quel piccolo disastro aereo di peluzzi dispersi nell’intorno.

Fanno presto gli adulti a costruirsi un’idea di mondo, talmente presto certe volte che basta davvero un soffio ben mirato per scompaginarne il grumo di ragioni e rivelare la nudità dello stelo esistenziale su cui queste se ne stanno provvisoriamente attaccate.

Le ragioni spesso coprono l’ignoranza svagata delle cose così come si formano in natura, tacere può essere doloroso ma certe volte è l’unico sistema per rendere conto dell’inconoscibile che ti esplode in petto.

Così a Cottimo, calato ancora un poco nel raro silenzio della rumorosa Procida, guidato dalla saggezza di un’antica tartaruga dei Caraibi che scelse di vivere nel giardino di un pescatore povero, penso ancora al racconto buffo dei nostri cancelli urlanti di notte, al tardo rientro in casa della macchina del vicino che aziona l’ingranaggio terribile e tu ti svegli di soprassalto credendo d’essere capitato al centro dei cantieri navali di Monfalcone, con tanto di fari proiettati a scandagliare il tuo provvisorio riparo notturno.

Penso a noi tutti, grandi e piccoli e disorientati, a come siamo tornati scavalcando gli anni a celebrare la nostra fonda procidana, a tutte le cose fatue con cui tento di contraccambiare quello che posso e che mi appare un poco grandissimo, il leggero incendio di un sorriso sulle labbra antiche della giovane Jasmine.

E alla fine mi torna il conto anche di quella scena grottesca che mi si svolgeva di fronte all’imbraco per l’isola, con la stessa Driade della Caremar di quindici anni fa che sculettava frettolosa davanti alla banchina per attraccare, pochi minuti prima di riprendere il largo verso Procida.

Un tizio e la propria famiglia che avevano bloccato la fila di coloro che correvano a fare il biglietto perchè non sapeva che decisione prendere, andare oggi, risparmiare, andare domani, non andare affatto, e tutta la tarantella di ciò che si era già affannato doviziosamente a spiegargli orari e coincidenze e prezzi e opportunità, l’avventore precedente, il bigliettaio, i grandi cartelli affissi che spiegavano ogni cosa salvo una: come combattere la deriva accidiosa del disorientamento delle mezze età.

Ci sarebbe voluta Jasmine per sbloccare il piccolo bolo esistenziale, una che sa ancora poco dei numeri della vita ma possiede delle meravigliose tavole dinamiche su cui farli ballare. Una che sogna di fare la scrittrice, da grande, non sapendo che è già profondamente autrice, di logos e molto altro d’invisibile, giudicate un po’ voi:

– Non voglio darti fastidio. Devo solo sapere. È importante. Sei vergine?

– Sì lo sono. E ti dico subito che se provi ad farmi un’ altra domanda di questo genere me ne vado

– Non hai la macchina.

– Chissenefrega. Andrò a piedi.

– Non capisci, vero? Come potresti. Tua madre non ti ha mi detto niente, vero? Non ti ha detto che noi siamo… speciali?

– Mamma mi diceva sempre che sono speciale, ma è ciò che ogni madre dice al proprio figlio.

– No, tu lo sei davvero. Vieni.

Non ne poteva più di seguire persone. Decise che il giorno dopo si sarebbe studiata la posizione delle camere, così da poter avere un po’ di autonomia. Intanto lo zio la condusse in una camera in cui erano presenti tre carte, protette da una bacheca. Quelle carte la attiravano, oltre che nella mente, fisicamente.

-Le Tre Carte hanno detto che il loro prossimo Custode sarebbe stata una mia parente, una donna che cavalcava ed era più veloce di me e che era vergine. Ho scartato tutte. Tua sorella e tu eravate le ultime.ma tua sorella è sposata. Allora non era lei. Eri tu.

– Cosa sono le Tre Carte?

  • Sono il destino.

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(Testo estratto da una storia di Jasmine)

(In foto: Maru, protagonista di quest’altro racconto Procidana e figliola Jasmine)

2 risposte a “La Migrazione delle Tartarughe da Santo Domingo all’Isola di Procida.

  1. “sei già ridotto al selfie di un essere grattante” è da incorniciare e già da solo giustifica la lettura dell’appunto sul dorso dalle zanzare.
    aggiungo solo che, com’è evidente, “il leggero incendio di un sorriso sulle labbra antiche della giovane Jasmine” è doloso.
    : )

  2. Pingback: La Necessità di un’Isola | aeroplanini _ liquidi·

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