Spaccare legna con Pessoa e Jung.

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“Aspetto affacciato al ponte, che mi passi la verità, e io mi ricostituisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.”

F. Pessoa

Aspettare che asciughi un po’ l’umidità della notte prima di rimettersi al lavoro, controllare intanto i tagli accumulati sulle mani, come cicatrizzano o quanto tirano per riaprire le ferite del giorno prima, seguire poi lungo le dita la superficie arrossata dei piccoli edemi, sentire come pulsano di una misteriosa corrente interna che spinge e vorrebbe agire, rappresentare, muovere, prendere una direzione che non sapresti nemmeno tua se non attraverso questi pochi centimetri di carne infiammata che ti collegano al mondo delle cause oggettive.

Nel regno dei muscoli il movimento è una febbre che distrae la vita dalla coscienza, mentre spacchi la legna e attendi lo schiocco chiarificatore del legno che si spezza, ogni altra cosa si allinea in un vettore di senso indiscutibile, provvisorio ma certo, senti chiara la vertigine di essere qui, incastrato tra due mondi, un fascio di pensiero che incide la materia, la mente come una porta girevole tra l’esterno viale interminabile e l’interna piazza che slarga all’infinito. 

Alcuni di noi nemmeno sanno di avere un universo interiore, si limitano a sprofondare in una mente-poltrona senza accorgersi che le piume possono assumere la consistenza del tritolo, o quella di un destino improvviso che ti capita senza avvertire, quel giorno.

La sega arrugginita penetra nell’anima del legno, il respiro orchestra il piccolo mondo di questo lavoro e non ammette repliche, per questo ronzio ciclico e per l’odore che ne scaturisce, per il sapore metallico del sangue sulle mani, una manciata di dolore e la visione di una neve di residui che precipita in terra, per amore di tutte le sensazioni in fuga senza una meta qualcosa alla fine ritorna con un angolo diverso e una luce particolare, come un’anima spostata che lascia cadere un messaggio di cui non m’arriva altro che non sia fare silenzio, finire il lavoro e ordinare la legna in cataste, riporre gli attrezzi e prepararsi a partire.

Giusto intorno a un secolo fa partivano due lunghi viaggi che hanno fondato la modernità. L’eteronimo Bernardo Soares, precisamente, incaricato da Fernando Pessoa stesso, si avventurava nell’infinito spazio solitario di rua dos Doradores per produrre la visione terminale de: il Libro dell’Inquietudine. Più o meno contemporaneamente, su latitudini parallele senza nesso apparente, Carl Gustav Jung cominciava a scrivere la propria malattia su certi taccuini neri che nella febbre di perfezione degli anni mutarono nel Libro Rosso.

Il Rosso e l’Inquietudine, un unico viaggio iniziatico per tracciare mappe dell’inesplorato, la tolleranza della follia come veicolo per ascendere o discendere, lo sforzo di cogliere l’attitudine profonda della natura, come nell’uomo si accende la luce o come si regola l’ombra, come si costruisce il fuoco del destino nella fabbrica di due giganti che hanno scelto di dannarsi, uno, di salvarsi, l’altro. Che differenza faccia, in definitiva, è quesito di stolti.

Non so dire come né a che mi serva tutto questo, aver passato tre giorni a fare legna per la prossima stagione, essermi ferito le mani e aver rischiato pericolose cadute dall’alto di rami che sono andato a disturbare, aver sognato soprattutto, esercitando senza arte quella ridicola facoltà umana che ci porta fuori strada, nel regno delle connessioni significative, davanti ai Tarocchi dei libri.

Come nei vecchi telegrammi, sentirei ora il bisogno di comunicare: -stop-.

Ho un appuntamento con la mia incapacità di dire, che è il motivo ultimo di questo brano inutile, dopotutto, ma anche della prossima legna che avrò modo di bruciare, alla fine della stagione entrante.

7 risposte a “Spaccare legna con Pessoa e Jung.

  1. A parte il fatto che ciò che scrivi è sempre fascinoso, credo che aldilà di Pessoa e Jung c’è della forza nella descrizione dello spaccalegna e delle ferite procurate data proprio dalla creatività del lavoro manuale e della fatica spesa. Serve a qualcosa tutto questo? Sì, serve a noi stessi.

  2. Eh va beh usa i guanti.
    A parte gli scherzi, il parallelo lavoro fisico universo interiore è talmente solido da risultare indivisibile.
    Il mio quotidiano si regge su questo equilibrio.

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