Infinito Urbano.

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Il monologo dei palazzi e delle tangenziali in cielo, i mercati, le erbacce e gli odori di urina in basso, i graffiti scarabocchiati sui muri e gli strani sogni negli occhi della gente. Sfreccio sui piedi nell’ora di punta, a via Tor de’ Schiavi, cerco di andare il più veloce possibile senza correre, così il peso delle brutture periferiche mi sembra più lieve e il pensiero si libera, virato in una soggettiva corporea che pulsa e registra come se i miei confini individuali corrispondessero a ciò che vedo e trasfiguro.

Più o meno sparsi in capannelli, tra il garage di Sajeva e l’ultimo bar dei cinesi, i sordomuti occupano il marciapiede lapidando l’aria con il logos che gli nasce sulle braccia e tra le mani. Attraverso come un infiltrato l’intimità silenziosa del loro codice assoluto, le risate e le esclamazioni mi colpiscono, soprattutto, la presenza plastica che impongono al frastuono maldestro dell’etere intorno, come incidono il nervo di un mondo perduto che immagino sintetico, cruciale, privo di quell’attitudine fonetica a perdere che noialtri ci scambiamo, le frasi gratuite, perfettamente ben formate, gonfie di importanza e inutili.

Ma forse no, dopotutto, se ne sparano di grosse in cielo come in terra, non c’è dio sotterraneo che tenga. Di soppiatto umano esco dalle sculture di gesti e scivolo via da loro come l’immagine intangibile mossa nello specchio. Ci si sente stupidi come niente, al mondo. Più giù, al semaforo della Prenestina, attendo il verde per attraversare, a cinquanta metri dal punto in cui sostavo di notte con la mia Panda, vent’anni fa. Da una gazzella dei carabinieri che s’era fermata a controllare era sceso un ufficialetto che m’aveva puntato la torcia contro. A me, impegnato sul sedile posteriore a ricollegare un filo elettrico saltato per una buca, a me che gli rispondevo: Sto riparando una Cassa, lui ebbe coraggio di esclamare, senza nemmeno guardare: E che si tiene là, una cassa! Tra sordomuti, comunque, non sarebbe mai avvenuto un equivoco del genere.

Non so se avessi provato una forma di compassione o altro, quella volta, però la barzelletta da cui usciva l’ufficialetto non m’aveva fatto ridere, piuttosto pensare al quartiere annerito che stavo attraversando di notte, a come una specie di spirito dell’incoscienza locale, un po’ nera e un po’ tamarra, m’avesse appena apostrofato come rivolgendosi a un ladruncolo di confezioni. Qualche tempo prima, del resto, in quello stesso quartiere m’ero perso, sotto natale, il traffico mi strozzava, un motorino guidato da un fattone ondivago mi stava per speronare, prima che il brutto cristo riprendesse in extremis il manubrio intossicato. Pensai che mai sarei andato ad abitare in un postaccio del genere, meglio un quartiere più periferico, lindo, pinto, gonfio di impiegati morti, tutto verde intorno.

Oggi, sovrano dei miei impegni disattesi, sfreccio felice a piedi per quello che ho scelto come mio quartiere, un po’ noir un po’ tamarro, leggendo il disegno animistico e tortuoso che mi lega intimamente al genius loci. A un livello inconsapevole siamo scelti dalle nostre scelte, e i rimandi tra luce e ombra non finiscono mai. A Centocelle è stato costruito il primo aeroporto italiano nel 1920, qui erano soldataglia romana accampata intorno agli anni di Cristo, erano straccioni fino agli anni cinquanta, ladri fino ai settanta, poi si fece briga diabolica per arruolare tre quarti della colonna romana delle Brigate Rosse. Cammino veloce tra il sogno di spiegare ali e il sangue della memoria che ha nutrito gli scampati e, non ci crederei nemmeno, riesco a sentirmi in qualche forma più vivo, più compatto e sicuro.

4 risposte a “Infinito Urbano.

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