La Vita di Ritorno

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L’avevo tirato giù dal letto presto quella mattina. Dietro di noi Marta osservava in silenzio, le spalle abbandonate allo stipite della porta. Voleva ricordarmi che avevo promesso di non svegliarlo o forse, non voleva dirmi proprio nulla, solo imporre alla scena a quella sua statura passiva credendo che qualche montagna intorno potesse muoversi al suo posto.

Il notiziario ci cadeva addosso come una pestilenza lontana, io ero scivolato in ginocchio e avevo cominciato a cantare le canzoni storpiate dei Beatles che a lui piacevano tanto. Più di dieci ne avevo inventate nelle ultime settimane per farlo ridere, tutta la fatica di ricreare un linguaggio in cui mi pareva di leggere nessi inspiegabili.

C’erano voluti cinque minuti buoni, poi lui aveva sorriso, non era chiaro se del suo sogno o di me. Adesso potevo alzarmi, prendere fiato, scivolare come un’ombra accanto a Marta per andare a finire di chiudere la mia valigia.

Lampeggiava brutto in fondo alla via Prenestina dove presto sarei scomparso, dopo essermi girato un’ultima volta a mandare un saluto. Covai quella scena di seguito dentro di me, la formai cantando il ritornello che preferivo:

Sheila ha un tipo di guai, oh si, Shila ha un tipo di guai, but she don’t care.

Ricordo che strinsi la valigia forte tra le dita per evitare che scivolasse a terra. Stavo partendo per un nuovo lavoro, cercai di dirlo a Marta con un’ultima occhiata di traverso, senza perdere tempo a ruotare le spalle. Cercai di dirle quello e molto altro che non sarebbe mai passato attraverso il volume della pioggia che s’ispessiva nella distanza.

A un certo punto smisi di pensare. Smisi di associare qualsiasi cosa che non riguardasse il mio presente di ordinaria deambulazione: cammina, scansa, cammina, reggi la valigia, scansa, cammina e sbrigati, che forse è tardi davvero. Per questo forse non ricordo bene, ma può darsi che non fossi io mentre andavo via quella mattina, se m’interrogassero oggi in Questura, non saprei dire altro che qualche stralcio di canzone dei Beatles, e la manovra circolare con cui il Superiore mi si avvicinava per benedirmi, scansando colleghi e assistenti che si avventavano alla tavola del buffet.

Si può stare nella fragilità umana dei rinfreschi come una mosca addormentata su una lama, con queste parole lo sorpresi.

Nessun persecutore è in grado di sgomitare in mezzo a tanta grottesca impulsività adulta, lo stomaco è la nostra oasi di pace interiore, aveva ribattuto lui lasciandosi andare a una risata eccessiva.

Ho continuato a passeggiare in questo pensiero mentre le pacche di tutti mi percuotevano le spalle.

Ho tenuto duro finchè non sono tornato a casa, così duro che ho dimenticato persino di avvertire Marta. Sono sceso dal treno di corsa ed ero fuori di nuovo, sul piazzale della stazione imbrattato di luce gassosa. Ho camminato veloce fino al noleggio e ho preso una macchina a caso, per fare presto.

Sheila aveva un certo tipo di guai, un tempo, una serie di circostanze in sé che non aveva mai preso in considerazione prima, ecco tutto. E’ solo questa la differenza.

Ce la farò, mi dico, mentre sbuco col motore su di giri sul piazzale congestionato dal traffico e trovo gli archi antichi della porta ingabbiati da grosse impalcature che impediscono il passaggio. Ce la farò se innesto ora la retromarcia e punto sulla corsia del tram per aggirare l’ospedale, fino a prendere il vicolo tortuoso che corre dietro la linea dei treni.

Ce la farò, mi dico, mentre passo davanti alla trattoria e mi accorgo che la trattoria non c’è più e nemmeno le facciate rovinate dai proiettili, nemmeno l’acacia centenaria. Solo un grande spiazzo polveroso dove grandi macchine dell’asfalto alzano vapori bluastri di bitume.

Fermo la macchina di lato e scendo, mi guardo intorno, vedo un operaio a torso nudo che manovra una pala su un mucchio di sassi anneriti.

Hold you head up you silly girl, look what you’ve done.

Mentre l’operaio mi guarda sospettoso e s’avvicina lentamente alla macchina, devo radunare ogni sforzo in me per evitare di pensare a Marta.

Martha my dear, you have always been my inspiration.

Marta ma chi, e io devo smettere, smettere di pensare. E’ chiaro che devo rimettermi in movimento, seguire le strade che ricordo, per quanto il tempo abbia fatto in modo di deformarle. Una città somiglia a una malattia, una città sporca e occulta l’ambiente, e anche quando l’uomo si impegna a correggerla, ferite deviazioni e cicatrici smarriscono l’unità originaria delle cose.

Me ne devo andare, presto. Marta non sapeva che sarei tornato proprio oggi e nemmeno Andrea se l’aspetterà mai, di vedermi sbucare nel cortile ghiaioso dell’Elementare mentre tutti giocano l’acchiapparella selvaggia.

Vado via muovendomi a piccoli scatti, come se non sapessi più trovare la traccia dei miei passi. Un lungo serpente di traffico si ingoia la mia macchina. Tutt’intorno i clacson cominciano ad alzare la voce.

Ce la farò per le undici e mezza, proseguendo a piedi per stradine secondarie, se l’orientamento e la memoria non mi tradiscono.

Ho avuto l’impulso di fermarmi in qualcuno di questi bar stretti e lunghi e poco luminosi dove la gente si apostrofa in dialetto, si spinge, si struscia, si affolla in pochi metri cubi di aria condizionata.

Ho avuto l’impulso forte di chiamare Marta per ascoltare ancora quelle due note di voce che fanno la sua maniera esclusiva di dire: Pronto; e aggiungere solo: Ciao, sono tornato, hai visto il tempo.

Ma ho tirato dritto per non perdere l’appuntamento. Ho ripreso a camminare veloce, quasi a correre, scansando tutto ciò che mi veniva incontro senza capire nemmeno bene se fossero persone o alberi o pali della luce o cabine telefoniche.

A un certo punto mi sono dovuto fermare, c’era davanti a me un cartellone pubblicitario, uno di quelli rivestiti in plexiglass che di notte s’illuminano a giorno. Ero a pochi centimetri dalle grandi labbra sporgenti della modella di una nota casa di cosmetici.

Poi ho fatto scivolare lo sguardo lungo la linea delle labbra e su, verso il profilo accennato del naso, fino al dettaglio degli occhi languidi bistrati. Le pupille hanno avuto una specie di fremito e dai tratti somatici della modella è emersa nettissima l’espressione sensualmente sgualcita che ha Marta dopo che abbiamo fatto l’amore.

Mi sono voltato intorno, ho trovato con lo sguardo il vecchio orologio della chiesa del quartiere fermo da sempre sulle undici e venticinque, questo me lo ricordo bene.

Le undici e venticinque, un tempo morto in perfetto orario su un tempo vivo. Ho fatto questo pensiero e m’è venuto da ridere. Ho riso in faccia a una vecchia stracciona che mi puntava gli occhi addosso come fossi matto. Le ho allungato mille lire e le ho fatto un bell’inchino.

Ma ormai sono a distanza di due passi. Devo solo girare l’angolo della strada in salita e, con una breve ultima corsa, sarò pronto per lasciare il piccolo Andy con un palmo di naso.

Le vecchie catapecchie sono ancora tutte lì al loro posto, rassicuranti come i volti rugosi dei nonni, con i cani spelacchiati che abbaiano forte dietro le cancellate di ferro arrugginito. Un frammento di quartiere, una scaglia di città. Come una piccola cellula sana in mezzo a metastasi incurabili di strade definite dal volume dei palazzi.

Una volta avevo proposto a Marta di prenderci casa in questa traversa secondaria di case basse. Quaggiù si sentono ancora gli odori delle cose e ogni tanto, di sera, arriva pure il rumore del vento.

Solo in fondo alla strada non riesco a vedere il tetto verde della scuola elementare. C’è un muro che impedisce la visuale, un muro di cemento su cui sono appesi dei cartelli e davanti al muro una pila di ponteggi di ferro smontati.

Affretto il passo, respiro forte. Sento il rumore delle suole sull’asfalto e quello del fiato compresso, dei cani che abbaiano, delle stoviglie che sbattono nelle cucine a un volume che mi sembra esageratamente alto.

Verso la fine della strada rallento per leggere i cartelli.

Mi accorgo di non avere più con me la sacca dei regali, forse l’ho lasciata in macchina, forse è meglio che torni indietro velocemente a riprenderla.

Poi sento delle voci, voci di giovani che si sfottono allegramente. Da un lato del muro di cinta escono sulla strada in quattro, con i cappelli di carta di giornale e le tute schizzate di pittura. Mi vengono incontro.

Uno dei quattro ha una bella faccia luminosa, si stacca dal gruppo e viene dritto verso di me.

Mi guarda intensamente più volte. Si avvicina, si allontana, si avvicina. E poi m’abbraccia, stretto, incredibile, come un grande figlio spaventoso, cresciuto al buio.

Ed è lui che, trattenendo grosse lacrime, mi canta nell’orecchio l’adagio di un vecchia follia a due:

Will you still need me, will you still feed me, when I’m sixty-four.

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