Maremmana Breve

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Si scende smottando per le antiche Vie Cave, ci si interra con circospezione e si intuisce l’indifferenza di un mondo sotterraneo che gli Etruschi hanno ideato e criptato abilmente, scavando nel tufo poroso e nei meandri dell’anima loro stessa, al riparo di chissà quale divinità del cielo maremmano che sfavilla oggi per strati primaverili progressivi; un tempo che allinea luce e azzurro e ombra radente, sfoglie di umido sulfureo e pioggia sospese, come sospesi ci si vorrebbe abbandonare quaggiù, tra le tombe antiche scavate nei poggi frondosi e gli sgocciolamenti delle muschiate, il crepitio delle foglie al suolo, tutti i sessanta ettari di mistero ancora da svelare del parco archeologico di Sovana.

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Tornare in Maremma è come riconsegnarsi a un antico mistero pittorico, a una forma italiana iconizzata che non ci appartiene più. Ciò che balugina fin dove lo sguardo si spinge non è precisamente “la campagna italiana”, piuttosto la matrice di un’ideale di campagna, la perfezione delle linee collinari e i tagli netti di colore che delimitano gli appezzamenti di terreno, il fumo che sale dalle sorgenti calde e i campanili come razzi interrati negli infiniti stadi della terra.

Qualcuno ha studiato gli effetti della sindrome di Stendhal sugli stati d’animo dell’uomo, non so se questo sentirsi sperduti nel paesaggio col vago timore/desiderio di abbandonarsi allo spirito della selva, ai fantasmi delle acque sulfuree e delle rocche di tufo slanciate sia mai stato concepito, al di là di ciò che la nuda arte raffigurativa rapisce di profondo e intimo.

P1110046Così può capitarti la sindrome Mia, cioè che davanti all’architrave di una delle porte di Pitigliano tu possa commuoverti mentre fai correre lo sguardo sui mille rappezzamenti storici del corruttibile materiale di cui il meraviglioso borgo è composto: il Tufo è una pietra maledetta, facile e leggera da lavorarsi, ma anche un materiale che scurisce facilmente, che si mischia col verde dei licheni e ospita ogni genere di seme disperso, si infiltra nelle mille scolature delle piogge, si sbriciola come pane sotto le coltellate degli agenti atmosferici e del tempo che passa costringendo l’uomo a interventi continui di manutenzione o a cedere alcune parti degli abitati nell’impossibilità di rincorrere ogni falla che l’entropia produce.

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Sotto quell’arco di strati, a Pitigliano, il pensiero che la prima linea di pietre irregolari, masticate dal tempo etrusco, sia stata rivestita da madri di contenimento successive, medievali e rinascimentali, mi arriva dritto dentro, in qualche mucosa emozionale che vibra di rimando.

Questo gioco a sentirmi scorticato per tre giorni ha prodotto una strana bolla psichedelica intorno, io e la Maremma a colloquio fitto, capaci di miscelare il mio, l’infinito suo e molte storie della gente intorno, briganti storici e affittacamere ispirati, ristoratori filosofi e stolide coppie trivaghiste, demoni alati e sciami di carampane impettite ai bagni di Saturnia, e ancora etruschi stilizzati, pizzaioli movimentisti, carabinieri allupati, sfacciati terroristi dell’Isis, persino.

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Così, la poesia finisce al confino di Pomonte, nel comune di Scansano, quando il mio ranchero Andrea, un piccolo cavaliere maremmano col cuore esposto negli occhi, mi racconta che l’Isis o chi per loro aveva colà piazzato un bel deposito di armi. Non so quanti conoscono i fatti, ma pare che qualche mese fa si sia scoperto un mucchio di bombe e pistolame vario in un semplice appartamento di paese dove per qualche tempo aveva abitato la compagna del folle incappucciato di Charlie Hebdo.

Finisce la poesia e restiamo in silenzio, Andrea e io, davanti alla domanda su come sia stato possibile un fatto del genere in un territorio che i maremmani presidiano e controllano come fosse il salotto di casa propria. Pare tra l’altro che in quei giorni a Pitigliano, dove è bene insediata e attiva una storica comunità ebraica, i locali si fossero organizzati in proprio per difendere l’accesso della città vecchia dall’ingresso di eventuali sconosciuti.

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Nessun giornale ne ha parlato, ma non è questo il silenzio che abitiamo, sul finire dei miei tre giorni di giro. E’ una cosa desolata che ci prende, a voler chiosare oltre si potrebbe dire, in due parole: a Scansano comincia un po’ il lento morire culturale del luogo, fuori da ogni verità di maniera, nell’ingenuità dei locali che non si sono accorti di un emerito nulla dorme un certo spirito dei tempi, un demone alato come una falla di memoria e attenzione, uno spossessamento di anima mundi che comincia a far paura, più di qualsiasi Isis che possa essere mai concepita.

*

foto in testa: Il Demone alato, bassorilievo di tomba Etrusca – Sovana (GR)

4 risposte a “Maremmana Breve

  1. Caspita! Non lo so se è nello spirito dei tempi, ma l’attenzione per quello che succede intorno a noi non dovrebbe mai mancare.
    Mi è piacito molto leggerti.

  2. bello tutto, e la contrapposizione dei pensieri diventa la giostra che inevitabilmente siamo costretti a prendere, anche se non è un gioco da bambini: la magia di un luogo splendido (anch’io quando arrivai la prima volta a Pitigliano ebbi una vertigine bellissima) e nello stesso tempo la follia che inebria coloro che scendono a capofitto dentro a un’apocalisse.
    Vedi, è sempre l’apocalisse che ritorna, come se la bellezze fosse un concetto di valutazione personale: noi la vediamo nell’arte, altri nella morte… Chissà se quest’equilibrio che ha generato il mondo dovrà continuare a esistere fra il bene e il male, fra l’infinitesimo che l’ha generato e l’eternità che aspetta per raggiungerlo?

    • i fisici dei quanti cominciano a sospettare che infiniti universi sorgano in ogni istante, il limite su cui ci sporgiamo è vertiginoso, che il pensiero crei la materia, peraltro, è intuizione non recente anche qui da noi, la complicatissima cosmogonia Hindu lo rappresenta da millenni.

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