Matto in 7 mosse

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Davanti alla porta di casa, la luce dell’appartamento alle spalle, Luca inciampa negli ultimi pensieri. Portare via uno o due fagotti. Il tasto MSG. Premere? Dieci lampi di rosso sfarfallano nell’occhio della segreteria telefonica. Possono rimanere lì a consumare inutile corrente. Oppure una lieve pressione di indice e ascoltare, prendere nota. Richiudere il portone. Svolgere i fagotti. Ricominciare. Basta un nulla, un attimo solo, un soffio, prima di chiudere. Aprire.

1. Il passo divaricato di un pedone.

Sembrava nulla com’era iniziato tutto. Una riunione bastarda aveva scaldato gli animi di tutti. I responsabili d’area, con brevi frasi tagliacorto, si erano espressi irrevocabilmente a favore del nuovo progetto e la questione era sciamata in corridoio. Durante il coffee-break si era parlato di calcio, campionato e classifiche e azioni di gioco attraverso cui ognuno scrutava nell’altro eventuali increspature agli angoli delle labbra, le intenzioni celate, le aperture ancora possibili. Secondo la linea emersa dalla discussione Luca avrebbe perso un bel po’ di potere decisionale. Il caffè gli aveva bruciato la lingua e lui se n’era stato zitto, appiattito contro un muro, finchè non erano tutti rientrati in sala. Il nuovo giro d’opinione l’aveva colto impreparato, colmo di rabbia ancora solida. Gli era scappata una brutta alzata di voce. Nel silenzio successivo gli sguardi di tutti avevano rasentato il soffitto fluorescente di neon. Qualche ora più tardi Luca tornava a casa guidando distrattamente. Aveva sfiorato un pedone a un incrocio e molte macchine l’avevano superato a destra agitando fanali e clacson nell’intrico tossico del traffico serale. Sotto casa pioveva che dio la mandava. E lui s’era fradiciato intorno alla serratura che non chiudeva, sacchettini nelle due mani e una risma di carta volata per terra. Gocce fredde l’avevano sorpreso fin dentro il collo. La mano ambigua con cui Gianni lo salutava chiudendo la riunione si faceva sentire ancora nel palmo scivoloso. Ma forse era solo il residuo sfatto di una giornata da dimenticare. Ovvio che fosse così. A casa aveva scoperto un certo volume di imbarazzi nella telefonata della buona notte a Giorgia. Aveva bruciato un trancio di salmone sulla piastra e l’aveva mandato giù masticando quasi nulla. Dieci minuti di Zapping senza senso avevano deposto la giornata su un sonno duro, privo di sogni.

2. Fuga laterale di una torre.

Non che fosse un gran tracollo, ma due mesi dopo Luca era senza lavoro. L’aereo che atterrava bruscamente gli spingeva un bolo d’amarezza su per l’esofago stretto. Leo gli aveva promesso una mano e lui si sentiva sveglio. Aveva un paio di progetti importanti da tirare su in proprio e c’era, ciliegina sulla torta della sera, Sonia che lo stava aspettando agli arrivi nazionali. Sonia era sexy e non faceva tante storie. Gli doveva un avanzamento di livello e gli aveva sbattuto gli occhioni fin dal primo momento. Era stata una bravissima segretaria, fedele e precisa. Probabilmente non gli interessava nulla che lui stesse per sposarsi Giorgia. Vivo, era ancora perfettamente vivo. Luca scelse di godersi il formicolio dell’onda sotto la pelle impaziente. E un sorriso da moccioso sul passo lungo che sfiorava la moquette. Aveva addosso un buon profumo Musk preso al Duty Free. La loro prima sera dava tempo a ogni cosa.

3. Il sacrificio della regina.

Gli imbarazzi con Giorgia invece avevano preso il largo fino a diventare vere discussioni astiose. Luca ne usciva ogni volta più sfatto, con la gola secca e un punto di dolore pulsante tra il sopracciglio sinistro e l’attaccatura dei capelli. Quella sera a cena lei si era presentata con un pacchetto di candele per fare atmosfera. Un sorriso attillatissimo e la minigonna più corta facevano intendere il resto. La pasta era troppo cotta e la luce era saltata per via del brutto temporale. Attraverso una finestra spalancata la pioggia l’aveva presi a schiaffi. Avevano riso di schianto ed erano rotolati come fagotti sull’Alcantara fiammante del divano. Ma l’amore era stato una cattiva interpretazione dei giorni migliori. Giorgia ansimava istericamente e gridava le parole peggiori. A Luca erano rimasti i segni profondi sulla schiena e un orgasmo di sfuggita a se stesso, troppo breve per sciogliere la tensione nei muscoli. Un pensiero insistente l’aveva tormentato per tutto il tempo: Gianni doveva pagarla, doveva pagarla, doveva pagarla. Sarebbe stata dura ma era pronto a farsi il culo in proprio, giorno e notte. E Leo l’avrebbe sponsorizzato, certo, con tutti i favori che gli doveva. Rialzandosi tra grovigli di vestiti, avevano scoperto una brutta macchia di lei sull’Ancantara blu. La discussione era ricominciata da un nulla e solo lo squillo del telefono l’aveva improvvisamente interrotta. Leo chiamava da fuori su una linea disturbata. Il poco che si sentiva bastava a capire che c’erano problemi con i finanziamenti e ci sarebbe voluto almeno qualche mese. Ma avevano fatto lo stesso notte spingendosi i corpi accanto. Avevano evitato sapientemente di guardarsi negli occhi. Nemmeno più tardi avevano colto il sospeso di rabbia che tremava nel bacio della buonanotte.

4. Un cavallo stanco che si fa mangiare.

Capitano a tutti periodi così, non è il caso di farsi il sangue cattivo.. Leo gli scuoteva pesantemente spalla e giacca e montatura degli occhiali. In leggera trance, Luca riempiva il sacchetto di minestrone fresco da un banco di mercato. Non l’avrebbe accettata quell’ulteriore mano, già sapeva e lasciava correre libera l’enfasi dell’amico senza opporre resistenza. Del resto nei suoi guai Leo non c’entrava nulla. Dei favori s’era ormai sdebitato. E se il progetto non era andato in porto dipendeva in gran parte dalla brutta congiuntura economica mondiale. Luca se n’era stato inerte, a svuotarsi negli avvenimenti delle ultime settimane. Aveva scoperto quanto potesse essere calma e dolcemente assassina la deriva di pigrizia che gli riduceva al minimo i gesti. Agire, una parola sfocata dal significato incerto. Ecco cosa stava succedendo. Sonia l’aveva capito al volo e cominciava a farsi negare. La voce che la sostituiva gracchiava di fastidio alla cornetta. Il medico l’aveva liquidato in cinque minuti buttando giù un’illeggibile ricetta di antidepressivi. Sulla porta, grattandosi gravemente un sopracciglio, il medico si era preoccupato di ricordargli che forse uno psichiatra avrebbe potuto aiutarlo. Luca non l’aveva ascoltato. La verità era molto più semplice e difficile da tradurre: si sentiva di finirla con gli obblighi, tutti. Clacson furiosi l’avevano svegliato da un torpore di pochi secondi e una pasticca, mandata giù a secco, in coda a un’inutile discussione con un vigile, gli era servita a chiarirsi le idee. Sarebbe stato a guardare, Luca, sarebbe scivolato semplicemente fin dove la discesa terminava. Giorgia gonfia di firme come una cuccagna postmoderna, aveva un bello sgolarsi d’amore, di convenienze, d’impegni gettati alle ortiche. Giacche sgualcite e conti separati, pizza al posto di pesce, ecco il punto. Nient’altro che frustrazione per il lento deteriorarsi del suo status materiale. Sulle pasticche di Prozac invece nemmeno una parola. Luca l’avrebbe lasciata andare godendosi il tonfo d’inutile zavorra che precipitava nella corrente scura che trascinava i giorni. Leo intanto continuava a incrociargli il passo, prima a destra e poi a sinistra. Facendosi largo tra la folla che sbandava sul selciato umido del mercato gli offriva passaggi in macchina e crediti sulla parola, ripicche su Gianni e week-end d’amicizie nuove fiammanti. C’era un bel sole che scaldava la pelle del giubbotto e tetti antichi a coronare la piazza. Luca inspirava e mandava giù un’altra pasticca. Sarebbe stato facile farsi spremere addosso la scorza cameratesca di Leo. Ma forse era troppo tardi, un altro obbligo a far cumulo. E i contorni delle cose avevano una strana nuova lucentezza. Il tempo poteva scorrere tutto. Libero fino in fondo. Poteva andare e tornare. Finalmente senza resti.

5. Il re si arrocca.

Come tanti altri fantasmi dell’empireo cittadino, Luca s’infilava nei tubi della metropolitana invasi dai pendolari stanchi. Sveglio presto e dolcemente spossato, in cima a un sonno che tutta la notte aveva fatto a spintoni con sigarette, sguardi vuoti, fantasmi tattili del corpo di Giorgia, andava a spremersi i pensieri tra sudori di pelli anziane e odori piccanti di carnagioni scure. Un altro lavoro possibile, domani. Certo. Meglio che contrabbandare brutte enciclopedie a porte schiuse di millimetri, a cenni sbrigativi o, peggio ancora, truccati d’inutile compassione. Ma non ne era affatto sicuro. Così come non era certo se l’ultima telefonata ricevuta fosse di Giorgia, di Leo, di sua sorella che viveva all’estero, o se c’entrasse qualcosa un corso d’inglese gratuito che gli era stato assegnato come iniziativa promozionale. Ogni tanto fisarmonicisti zingari coprivano il frastuono delle rotaie con suoni di puro struggimento. Alla fine della canzone puntavano invariabilmente su di lui con lo stesso sorriso complice. Luca pescava allora mille lire dalla tasca dell’ultimo completo presentabile e le infilava con cura nel sacchetto di turno. Poi si stringeva al corrimano e ricadeva in una leggera trance onirica finchè non era tempo di scendere. Quel pomeriggio aveva un appuntamento in cima a tre piani di scalini scheggiati, circondati da ferite d’intonaco che sovrastavano mucchi di scritte volgari. Aveva trovato la porta aperta e s’era infilato negli odori d’altro mondo che riempivano l’ambiente. Erano in sei là dentro, venti metri quadri, sei uomini completamente neri o nerastri di sporcizia. C’era un fornello da campeggio poggiato al suolo e un unico manifesto dalle immagini stinte a sottolineare le pareti macchiate d’umido. L’avevano fatto accomodare su una pila di materassi sfondati. Poi, dopo aver chiarito l’incomprensione, gli avevano offerto il the, e sorrisi limpidi e poche parole d’italiano storpiato. Storie dure di famiglie lontane che Luca non aveva nemmeno registrato. Un’ora dopo, sostenendolo leggermente per un braccio, l’avevano riaccompagnato giù alla metropolitana. Erano passati sotto incombenze di ponti di tangenziale, avevano respirato gas e sfiorato vecchi manifesti scrostati dai muri. Prima di salutarlo, l’avevano portato da un loro amico che un tempo era stato professore di qualcosa. Luca aveva riacquistato una certa lucidità mentre esponeva all’uomo sdraiato nel retro della rimessa degli autobus le virtù della propria enciclopedia di medicina alternativa. Dall’interno di una coperta militare, da sotto un cappellaccio di lana sdrucita, gli era tornato addosso un falò di due occhi mobili, vivacissimi. Il professore non aveva aperto bocca. Fumava e annuiva e spostava oggetti per farlo stare più comodo. Luca se n’era andato contento. Aveva scaricato nel primo tombino che gli era capitato sotto i piedi tutto il tubetto del nuovo Prozac. Un tramonto violaceo in cima ai fili del tram l’aveva confortato mentre scendeva lentamente i gradini del sottopassaggio. Si può essere felici, chi può dirlo, ma leggeri leggeri, eccome.

6. L’inutile riconquista di un alfiere.

Alla porta non rispondeva più. Al telefono non c’era per nessuno. Ogni tanto scaricava la segreteria telefonica ma quasi mai si fermava ad ascoltare. L’ultima volta che Luca era uscito di casa aveva fatto una spesa da rifugiato. Con gli ultimi soldi rimasti aveva svaligiato il Discount di pacchi di pasta, grossi barattoli di polpa di pomodoro, cipolle, olio, aglio, sale, patate, the, zucchero, gallette. Poi era passato al noleggio videocassette e aveva dato fondo a tutto il credito di cui disponeva. Dormiva bene Luca quelle notti. Il rubinetto della cucina aveva una vecchia perdita di gocce che si stava trasformando in filo d’acqua. Faceva un certo rumore percuotendo l’acciaio del lavello, ma erano pochi minuti d’intervallo prima che un bel sonno sfavillante d’immagini lo cogliesse di sorpresa. La mattina si alzava riposato e metteva ordine nel cumulo di custodie di film sparse per casa. Nonostante la lavatrice si fosse guastata, casa non era mai stata così in ordine. Poi apriva tutte le finestre e respirava a lungo le scie di polline che s’infittivano nell’aria di fine inverno. Preparava the e gallette e si metteva al tavolo a listare il programma di film della giornata. Non aveva nessun criterio nell’ordinare la sequenza delle proiezioni. C’erano commedie stupide e documentari impegnati, storie di guerra e fantascienza, satire realistiche e barbosità intellettuali che si rincorrevano casualmente lungo il tessuto della giornata. Luca faceva ordine e l’ordine s’era svuotato di senso. Fu durante la visione di Arizona Dream che il portone di casa venne giù di schianto. Dalla nuvola di polvere Luca vide emergere espressioni allibite. Il portiere del palazzo e il padrone di casa con tanto di fauci spalancate. Ci fu una lunga discussione che Luca resse benissimo inventando storie pacate e credibilissime. Si misero d’accordo sulle mensilità d’affitto da saldare e il padrone di casa promise di mandare qualcuno a riparare il portone nel giro di una giornata. Finirono davanti a the e gallette. Finirono incredibilmente a risate e pacche sulle spalle.

7. Giù la testa, matto.

Ciò che l’aveva maggiormente sorpreso nell’episodio della porta era stata la sua intatta capacità di argomentare in modo convincente. In passato si era sentito un mago della comunicazione. Poteva suscitare simpatie immediate pur muovendosi da una situazione di difetto. Perciò aveva fatto carriera. Luca spremeva nuovi pensieri lucidi sui primi dieci minuti di visione di Dead Man, regia di Jim Jarmush. Un Western bianco e nero docilmente visionario, spruzzato d’ironia, sorretto da una colonna sonora di sola chitarra, viscerale ed evocativa. Si era alzato dalla poltrona e aveva fatto tre passi verso il telefono che lampeggiava. L’ultima volta che aveva scaricato il nastro dei messaggi il timbro d’emozione di Giorgia l’aveva fatto tremare. C’erano scuse e promesse e appelli disperati tra le lacrime. C’era pure quel leggero particolare singulto che apparteneva alla collezione migliore dei loro orgasmi più folli. Chissà cos’altro dormiva sulle tracce del nastro registrato. Tutta la vita precedente, promesse d’amici, avvisi di mora, qualcuno che di sicuro aveva sbagliato numero. Luca ondeggiava avanti-dietro. The e gallette stavano per finire e le ultime paste l’aveva preparate senz’olio, bollendo direttamente la cipolla nella passata di pomodoro. Il giorno prima era arrivato il preavviso di distacco della corrente. Aveva forse un’altra settimana sola di pace. Dead Man procedeva sul video. In primissimo piano era apparsa la faccia larga di un indiano che vegliava la febbre di un Johnny Depp ferito gravemente. Intorno la foresta umida e suoni di rapaci. L’indiano era avvolto in una strana coperta militare.

0. Deadman Zero

Davanti alla porta di casa, appartamento alle spalle, Luca interrompe il filo dei suoi pensieri. La parola Fine trema ancora sul video, in coda alla terza consecutiva visione del capolavoro di Jim Jarmush. Il tasto MSG può fottersi. E anche la luce. Un attimo solo, un soffio, prima di chiudere il portone alle spalle. Prima di raccogliere l’unico fagotto da terra e incamminarsi lentamente nel ritmo del respiro, verso il retro della rimessa degli autobus, sotto il ponte della tangenziale.

6 risposte a “Matto in 7 mosse

  1. Molto bello e coinvolgente, soprattutto per l’accostamento con le mosse degli scacchi, per il finale alla Jarmush, per la chitarra di Young come sottofondo e per la narrazione molto scorrevole. In fondo, quante esistenze oggigiorno seguono questo destino, quante persone scelgono loro malgrado questa trama per raccontare una storia o una loro giornata. Saranno anche fantasie radicali: ma quanta realtà si respira in questa “partita”.

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