Jung come mangi

juun

Alcuni psicologi e sociologi del lavoro studiano le organizzazioni umane come fossero organismi. Si entra in un’azienda e si respira il “clima”, si osservano minimi dettagli che ai più parrebbero ininfluenti, si tracciano diagrammi relazionali per sondare il substrato di regole implicite che catturano le persone e le schiavizzano o le esaltano, accompagnandole al risultato o al fallimento.

Le organizzazioni si ammalano come gli esseri umani o forse più, anche per questo sono rappresentabili molto efficacemente attraverso le metafore, ovvero attraverso uno dei veicoli più redditizi con cui la psiche dell’uomo si muove nell’incertezza di tutto. Le organizzazioni sono esse stesse grandiose comunicazioni sotterranee, simboliche e sintomatiche, loro mascherano, strillano, bruciano ormoni e fanno impazzire le cellule costringendole ad attaccare l’organismo stesso, talvolta. Le organizzazioni, fondamentalmente, godono come le pazienti isteriche dei salotti di Freud a cavallo del Novecento, non ci sono santi.

Così il giorno che sono entrato nel tempio di Jung che fu eretto a Roma nel 1960, sono stato stato sopraffatto dall’emozione ed ho deciso di rintanarmi tutto nel naso, letteralmente, per mantenere fermo dentro di me uno zoccolo duro di oggettività.

Un’esegesi attenta dell’oggetto Junghiano conosce bene il labirinto di trappole suggestive di cui il Maestro ha saputo circondarsi. La straordinarietà del tutto ha fatto si che si realizzasse un destino storico-culturale preciso intorno al pensiero carlgustaviano, ovvero: sono circa centodieci anni che le sue parole vengono travisate, inflazionate, mitizzate o smerdate, alternativamente, con tutti messi dentro lo stesso pentolone asinino, discepoli, non discepoli, semplici passanti e stranissimi abitanti del futuro lontanissimo, una razza di esseri che vivono, amano, mangiano, cagano e si fotografano orgiasticamente in finestra, tali Facebookiani, così saranno chiamati e a questo metteranno il loro Like (si parla dei gruppi junghiani, ma insomma). 

Dal principio del piacere al principio del Mi Piace, Freud non sapeva che teorizzare la sublimazione dell’istinto sessuale come uscita dal narcisismo primario era una solenne minchiata, il Selfie post-moderno è capace di fare casino sin dentro la cristalleria di iddio, se ci si mette. Ma andiamo avanti.

juplay

Sono comunque centodieci anni che Jung stesso si incazza perchè lo travisano, ha sofferto di furori fulminanti il bel mentore mio, per tutta la vita ha combattuto con la bestia bruta che lo aveva eletto a cuccia mitopoietica e non ci ha mai fatto pace fino in fondo, così come l’uomo non potrà mai fare pace con la natura che lo interseca, invisibile, silenziosa e infinitamente potente, nonché dotata di un sorriso ampiamente beffardo.

Dicevamo prima che mettendo primo piede alla scuola junghiana di Roma, tanti erano i monitor che lampeggiavano dentro di me da decidere di spegnerli tutti eccetto uno, portante: Il Naso. Giro Cingolato, Sistema Limbico (o cervello “rettile”), proiezioni finali in Neo-Corteccia, è questa la via dell’odorato nel cranio. Praticamente come se un serpente pensasse a se stesso in termini di semidivinità, dotata di coscienza.

Volevo entrare come un’iguana imperturbabile sfiorando le cose con la cresta e muovendo l’occhio in asincrono, cioè sentire l’atmosfera, captare, intuire, non volevo pregiudizi, positivi o negativi che fossero, solo la brutale percezione subliminale, a guidarmi. Cercavo il leggendario “clima”. E sono stato accontentato pienamente, con dovizia di particolari.

Io sono precisamente quest’approssimazione piena di stupefacenti falle organizzative, tendente al felice, tendente al verboso, al concreto, al visionario, al saprofano in definitiva (quando sacro e profano copulano facendo tremare le pareti), all’ossimoro in sé come problema esistenziale che desta da ogni deriva maieutica e riduttiva in cui ci spinge l’urgenza pestifera del quotidiano.

La differenza tra gli psicoterapeuti junghiani e gli altri non ha niente a che vedere con gli impianti teorici né con la serietà ed accuratezza professionale, so per certo che i figli di Carlo sono al vertice delle possibilità di maneggiare utilmente la Psiche, il vero discriminante è che gli junghiani ridono di più, vestono più informale, sono più rilassati, tendono maggiormente a sgranare le pupille. E’ persino ovvio che una certa anarchia di standard attacchi il corpo organizzativo risultante. Oppure che un sabato manchi la luce perchè so chi è in causa con l’amministratore della palazzina, o che un altro la segretaria abbia cannato il calendario degli incontri copiandolo dall’anno precedente senza modificare il nome del giorno, in maniera tale che metà dei discenti andò a spasso di domenica a Roma, invece che al seminario.

Perciò, al palesarsi dell’ennesimo grottesco disguido logistico-amministrativo del ciclo che frequento, mi sono sentito definitivamente a casa mia, dove per trovare qualsiasi cosa di preciso, sia certificato, libro o calzino, occorre fare una ricerca accurata tra i mucchi di cose spaiate abbandonate con una spiccata creatività, ovunque, e ho firmato col sangue l’iscrizione alla scuola.

Hasta il Carlo Gustavo, siempre.

“La vita non viene dalle cose ma da noi.  Tutto ciò che accade fuori è già accaduto. Le cose di per sé non significano nulla, assumono un significato soltanto dentro di noi. Il significato delle cose è la via della redenzione che vi create voi stessi. È la possibilità, creata da voi stessi, di vivere in questo mondo.”

C.G. Jung ‘Liber novus’ jmg

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...