Lo Zen e la Manutenzione senz’Arte dell’Osho

Osho

Il corpo è il pensiero più denso che abbiamo, diceva Buddha, e noi siamo talmente interconnessi a tutto che la sera che arriviamo a Pune abbiamo chiara in mente l’immagine del retro di una macelleria. Sui banchi da lavoro stanno esposti fegati, coccigi, spalle, cervicali e coglioni in ordine sparso, un panorama di pezzi disarticolati di noi che dieci ore di strade indiane hanno recapitato al dettagliante Illuminato per cui siamo qui, di sfuggita.

La città di Osho a Pune è una sorta di grande quartiere frondoso, recintato, svizzerofilico, una specie di paradosso intergalattico precipitato nel mezzo del caos più turpe di una città indiana di qualche milione d’abitanti. Intorno, sul perimetro che prende qualche chilometro, tutta una sarabanda di cittadella dell’occidentale spiantato: caffetterie viennesi, panetterie bavaresi, pizzerie di Frattamaggiore, cazzabubbolerie terzomondiste, guest house per fricchettoni e monolocali chic per architetti newyorkesi dopati di sesso estremo.

A Pune si viene per trombare e trovare pace spirituale, avevate pensato che le due cose fossero in contraddizione e invece no, il Bagwan barbuto l’ha messe insieme con una certa dose di intelligenza, figurandosi precisamente il paradiso in terra di una società occidentale che venera un dio priapico che non smette mai, di comprare, di conquistare, di sniffare, di sognare sempre un godimento ulteriore, in fuori giri, vuotando se stessa all’esterno nel perdono del sesso.

Ho fatto Meditazione Dinamica una volta a Velletri, a casa di un amico “iniziato” a Pune. E’ un’esperienza limite in effetti, agitarti come un matto per un’ora è una cosa straziante per il corpo, davvero, se ce la fai a resistere sei già un punto illuminato, non ti resta nemmeno una virgola in mente, il corpo ritorna alla sua forma di pensiero denso, preoccupato solo di calmare il cuore, i polmoni, le gambe che tremano.

Se sopravvivi, dopo una mezz’oretta che riemergi, col vino di Velletri ma anche senza, non t’andrebbe altro che di trombare, in effetti, giacchè i pensieri di controllo sociale che ci cablano dentro sono retrocessi di parecchio e la consapevolezza galleggia molto nei nervi, nei muscoli, sulla superficie sensibile della pelle.

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Non trombammo né a Velletri né a Pune, quelle due volte, ma questo è del tutto secondario ora, allora meno ma vabbè. Dentro il sogno di Osho ci accompagnò una bella e sorridente signora svedese sulla sessantina, vestita con rigorosa tunica amaranto, del colore preciso della maglia dell’A.S. Roma, senza spiegarci perchè invece li si chiama “arancioni” nè se il Male possa essere, dopotutto, una casacca biancoceleste della Lazio. Lei, un avvocato in quinquennio sabbatico, ci fece fare un gran bel giro della città interiore mostrandoci parco, lago, alloggiamenti, sale comuni, sale meditative, librerie, bar e quant’altro, in una specie di bolla emozionale chiara e forte, irriflessiva, suggestiva, una cosa che invitava all’abbandono, in effetti.

I volti delle centinaia di persone che sciamavano in amaranto è lo spot che mi è rimasto più impresso, quell’aria di edonismo ispessito nella carne consapevole, quel non saprei dire focalizzato di sottecchi che, va detto, è difficile trovare altrove al mondo. Puoi anche pensare che Osho fosse un abile coglione come in buona parte è stato, alla fine, eppure aveva capito l’Occidente come pochi, uno che è stato un grande divulgatore di logos e carne, di cose che fondano la vita al di là di ogni ipocrisia. E se uno desidera perdersi, ci riesce con qualsiasi messaggio, spirituale o meno.

Così, per sancire un ossimoro ambiguo che di Bagwan m’ha sempre affascinato, la sostanza e il raggiro, ho sviluppato un amore profondo per: Le Più Belle Frasi di Osho; un geniale account facebook che sta spopolando da mesi. Non c’è logos migliore che quello sciatto, slabbrato del romanesco per esprimere la gigantesca scintilla ironica che corre sottotraccia nell’architettura umano-spirituale dei pensieri di Osho.

E oltremodo, chiunque è stato giovane a Roma si è trovato circondato da amici svaccati che prima o poi l’hanno detta, quella precisa frase, nel tentativo inconsapevole di ingraziarsi una sorte tristarella quotidiana che li condannava all’incapacità di realizzare alcunchè, nel mondo.

“Regà, stateme a sentì tutti.” Questa costellazione archetipica dell’Anima si chiama “na Svorta”, e fa così:

Sarebbe da accannà tutto e aprisse ‘n chiosco sulla spiaggia, in Costa Rica.”

Provate anche voi, non vi costa niente.

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4 risposte a “Lo Zen e la Manutenzione senz’Arte dell’Osho

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