Le 4 Identità del Golem letterario

mandalaNon scrivo più se non nell’imminenza di un incendio, sento le fiamme che s’avvicinano e spruzzo quel po’ di parole che trovo sulla schiuma della pagina, e tutto deve avvenire nel presto di un’immersione di coscienza in cui scintilla, fuoco ed estintore appartengono a una stessa azione radicale che non ha come obiettivo la distanza narrativa di una finzione, piuttosto mira a costruire un Soggetto esplicativo che sveli il suo sogno.

Tre mattine fa tornavo a casa nell’ora in cui tutti cominciano a uscire, le sette sono il limite del giorno in cui si conserva ancora un poco quella soave rarefazione sociale che aiuta a pensare i pensieri solidi, complessi, quelli che si nascondono facilmente al cospetto della massa dei corpi riflettenti che invadono le strade nelle ore di punta.

Tra quando mi sveglio e la frontiera naturale delle Sette vivo due ore di rara intensità, faccio quelle prove necessarie a recitare bene la vita, immagino l’impensabile in una forma quasi pura. Esco di casa sui marciapiedi umidi con i rumori della colazione che piovono dai palazzi e giriamo un po’, il Me che vomita narrativa e gli addetti della Nettezza Urbana che lavano le strade, gli autisti del primo tram che già bestemmiano in capannello, i cani che trotterellano di sguincio di ritorno dalla nottataccia.

Dopo tanti anni e illusioni che scrivi ti convinci di un solo fatto concreto che è avvenuto al di là del tuo corpo espressivo: sei riuscito ad animare un Golem, un mostriciattolo vociante che non si placa mai, una specie di tizio minuscolo ma ben formato, che abita il tuo intimo senza pagare pigione e ha sempre qualcosa di sorprendente da affermare, o meglio, non sta zitto un benedetto attimo.

E’ quello che è sempre pronto a prendere il timone, appena mi distraggo, uno cui basta raccontarsi la visione di un dettaglio qualsiasi dell’ambiente circo-stante per far nascer un romanzo. Quando succede, a volte riesco a lasciarlo fare e mi ritrovo irretito, divento io stesso il soggetto narrato dal mio Golem letterario, qualcuno che torna a casa presto dalla colazione nei bar e poco prima delle sette cammina svelto sul marciapiede in ombra di via della Primavera incrociando tre attraversamenti pedonali che fanno una storia.

Sul primo di questi stazionano le masse amorfe dei camion che invadono il parcheggio ricavato dal centro della larga carreggiata. Trasporti Cinematografici “Tranquilli” c’è scritto sulle fiancate, qualcuno conosce di cosa stiamo parlando il Golem e Me.

Si chiama Pablo ed è uno strano essere molto vivo e molto distante, un soggetto-ossimoro che esiste per lanciare ciambelle di senso al di là delle contraddizioni. Il racconto che mi irretisce si chiama Il Giorno che Pablo, e comincia così: “Il giorno che Pablo uscì dal mondo non se ne accorse nemmeno.”

Il Me ha camminato avanti per venti minuti buoni ancora, lasciandosi alle spalle i Trasporti Tranquilli. Così, un lunedì mattina sono uscito dal mondo, come mi succede continuamente da che ho memoria, e sono diventato Pablo. Ho proseguito di buon passo fino al bar che si chiama Fighetti, un posto alla moda come tanti dove si viene per pavoneggiarsi di fronte agli aperitivi.

A quest’ora il locale pare un altro, percorso dalle entrate e uscite di fretta di qualche panettiere o netturbino o intellettuale roso dall’insonnia che esce di casa appena una luce lo solleva un po’ nel giorno, esce senza lenti a contatto e va a mettersi sotto lo sguardo psicopatizzante di queste tre ragazze dell’est che si alternano dietro i banchi del locale.

Devi avere un nonsoche d’incalcolabile per entrare nelle grazie delle tre e ricevere una vaga forma di sorriso, un accenno minimo di interesse mentre ti sbattono sotto il muso il cappuccino o il resto delle sigarette. Pablo ce l’ha quel margine umano incalcolabile e ha fatto breccia nel cuore arido delle slave. Si tratta di qualcosa di scuro, di pensoso e pescoso, Pablo è vicino a una resa dei propri conti, a una finestra di sé che crei un panorama nuovo nelle illusioni del mondo.

Aspetterà la sera, quell’ora isterica in cui la strada concede il tramonto e le anime che contano accorrono dai Fighetti a ingollare lo Spritz con i tramezzini. Verranno i carrozzieri e i sarti rumeni, verranno i busti di quartiere e anche i proprietari delle slave, due napoletani grassi e sboccati come le fogne a Fuorigrotta. Arriveranno alla fine anche Pino e Samanta, gli amici svagati di Pablo. Manderanno giù un paio di Martini a testa e poi usciranno sul marciapiede, dove staziona in Wait, ronzando interrogativo a tre metri dal suolo, il nuovo Drone smontabile di Samanta.

Lei è al settimo anno fuori corso dell’università, adesso comincia a pensare a un’ipotesi di tesi e il padre le ha comprato il Drone per effettuare una ricerca sociale sulla sfera antropologica dei passanti, sui microcomportamenti inconsapevoli che avvengono quando ci si incrocia nello stretto dei marciapiedi. Samanta non ha nemmeno un abbozzo di idea su come declinare la ricerca, perciò continua ad andare in giro col Drone che le gira intorno e la riprende nelle pose più arrapanti del proprio catalogo, lei lo tratta ormai come un cagnolino da compagnia.

Pino, di suo, è indeciso su chi chiamare del suo interminabile giro di contatti per allungare la serata fuori dalla noia, ogni tanto Pino dimentica le facce che andrebbero associate ai mille nomi della rubrica e chiama chi non dovrebbe chiamare, ci rimane male un po’, e gli succede troppo spesso, ormai.

Pablo è convinto solo di una cosa. Dopo un quindicennio di frequentazioni di Forum e Newsgroup, ha accumulato un tale volume di citazioni dotte e articoli di settore che può insegnare le materie agli esperti. Così, senza curarsene troppo, Pablo ha cominciato a tenere seminari di fisica delle particelle, di etnologia, di finanza responsabile, di Tarocchi circassi, l’attività prosegue bene e comincia ad avere un certo seguito.

E vanno a mettersi tutti tra la folla che segue i Trasporti Cinematografici Tranquilli, che hanno rivoluzionato la realtà di un largo tratto di via della Primavera bloccando il traffico, montando fondali a specchio e accendendo spot, dinoccolando gru, truccando comparse, squadernando Script.

Pablo ha la visione immanente, fulminante, di questo essere mosso da un Golem letterario che lo pensa e lo scrive lì come una specie di randagio irrisolto nelle strade del quartiere, Pablo non è religioso ma crede nella trasmissione tra mondi e questo gli basta per chiudere in buona pace la giornata.

Pensa ancora poco a qualcuno che sta a monte del Golem stesso, uno che legge a video questa vicenda squinternata e manda al diavolo bonariamente l’autore perchè il racconto non è un vero racconto ma solo un brodo di finzione inconclusa, autoriferita.

Pablo pensa che tutto è finzione e non c’è mai un finale che ti solleva. Non esiste un conforto oggettivo in nessuna cosa al mondo, solo l’infinita opera di costruzione di una labile verità Soggettiva.

“L’individuo creativo è votato ad una conoscenza particolare, notturna, sotterranea, un processo continuo di nascita e di morte che si compie attraverso creazione e distruzione.
E’ importante cogliere questa tensione che unisce creatività e distruttività.”

Aldo Carotenuto “La mia vita per l’inconscio”.

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2 risposte a “Le 4 Identità del Golem letterario

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