Lisbona Confabula

lisCosì Lisbona entra nei fatti tuoi più intimi, con la complicità non annunciata dei parenti lontani che non t’hanno trovato in casa e perciò si sono sentiti in diritto di scavalcare una finestra e sedersi ad aspettare dentro: che tu ti faccia vivo, ma ancora meglio, che tu ti faccia morto o almeno prossimo a considerare il limite, che possa scivolare nelle rigidità della memoria dove esiste un solo uomo che sorge e si divincola, sotto le torri merlate di una città unica, travolta dal bianco disteso che asciuga nell’azzurro tagliente del mare.

Io questa sensazione di Lisbona ce l’ho sempre avuta, molto prima di prendere un treno della vecchia Europa che ci metteva 48 ore per sbarcarti a Santa Apolonia, a due passi dalla riva dell’oceano, nel punto più occidentale del mondo pre-colombiano. Per millenni qualcuno da qui ha potuto osservare la fine del mondo concepibile nella forma di una nuda linea gettata all’orizzonte. Lisbona se ne sta come sempre, rovesciata nell’agitazione dello sbocco del fiume che l’assiste e ti aspetta, ti sogna, e nella sua infinita attitudine materna al lavaggio della malinconia confabula nei vicoli scoscesi col tuo doppio, lega e slega destini nel guizzo di un bagliore, nello stretto di un pensiero.

Così ebbi paura della morte davvero, al tempo che correvo in un treno da Madrid, stavo per varcare la mia prima frontiera portoghese e lo stavo facendo nell’occhio preciso di un ciclone di panico. Avevo poco meglio che vent’anni, la mia compagna di viaggio era straziata da un attacco violento di dispnea e credeva di morire; io altrettanto, forse, roso dall’idea di averla assistita bene per trentasei ore di treno e dalla colpa di non essere riuscito a calmarla ora, durante la crisi più violenta. Tenevo la testa tra le mani nella piega della cuccetta, mentre un’angelica signora piccolissima, portoghese, aveva preso le mani di lei e le sussurrava nell’orecchio un’antica cantilena che piano piano piano le calmava il ferro del respiro, ritraendola da un inferno di ombre lunghe in cui eravamo precipitati tutti.

Non si riesce ad essere felici a Lisbona, è per questo che le pendenze dei vicoli sono così drastiche e l’aria è così limpida e Pessoa ha camminato e visto così lontano da perdersi, facendo arenare con sé la parabola tutta dell’Ego Novecentesco.

Ti spingi a passeggio la sera sul lungomare, hai sempre in testa il racconto di Tabucchi che leggerai tra dieci anni, e quell’altro speculare che scriverai tra quindici, è questo che t’insegna la città che striscia nel fado dalla bocca delle taverne: nel girone delle emozioni non esiste tempo cronologico, solo uscite in luce ogni tanto, eccezioni sfuggite al grande Signore delle ombre, dei riflessi. Tutto ritorna ed è già presente in scena, in effetti, come un seggiolino legato da un circolo di giostra.

Lungo il mare continui a uscire ed entrare dal fumo delle griglie dove bruciano le sardinhas, colonne così dense e invalicabili che il mondo si interrompe nell’idea di costrutto e dopo si è altro, una manciata ipotetica di se stessi e l’idea maledetta di avere un compagno segreto da nutrire senza sapere nulla di cosa mangia e come si comporterà. Cominciano a essere tanti i giorni in cui ti sei sentito nulla che sei pronto ora a farci compagnia, tu e i giorni liberi di un peso, in quest’ombra traversa si ripopola la città. 

Credo in Lisbona e nient’altro, tutto quello che so e che non ce la farò mai a rendere consapevole, il segreto di me. Quando muore l’idea di una felicità che si espande come un gas senza confini, è allora che comincia la vita, è quello l’unico uomo che cammina in parallelo con la propria memoria e col futuro, nell’unica città reale che esista davvero al mondo.

*

“La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare un po’ qua e un po’ là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l’altro? A volte quello che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni, ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme… e poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c’è un tracciato strano, un disegno senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta quella roba lì erano i ghirigori.”
– A. Tabucchi

Alemix

Lisboa, Sao Jorge, 1987

8 risposte a “Lisbona Confabula

  1. Lisbona mi manca…. perchè non ci sono mai stata, ma anche nel senso che mi manca come un amore lontano, come una promessa di splendida malinconia che prima o poi ritroverò senza averla ancora mai persa….

  2. Ci sono stata circa 25 anni fa e dicono che sia cambia da allora. E’ stato amore a prima vista. E’ strano però perché tutta questa malinconia io non la ricordo. Ricordo gente sorridente con tanta voglia di parlare e parlare e parlare. Non ci capivamo nulla ma parlavano comunque.
    Grande disponibilità -. Una sera ho voluto andare in una stamberga consigliata dalla guida ma sconsigliata per le facce che la frequentavano. Abbiamo mangiato benissimo e le strane facce si facevano gli affari loro senza importunarti. 🙂 Forse sì una splendida malinconia per quell’amore a prima vista. Ma ero così felice

  3. che bello questo pezzo ! E’ come una fascinazione che apre il libro della vita: camminare in mezzo con lo sguardo verso le due realtà, o il bene e il male se vogliamo ma, alla fine rimane sempre dentro quella inesauribile voglia di andare avanti, oltre “la fine del mondo”…

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