La Ballata di un A4 triste.

P1100769Stiamo qui impalati nell’androne del palazzo, precisamente, con la faccia curvata a sopracciglio moderno, severo, molto compreso di sé e tendenzialmente indaffarato. Il tempo corre e noi facciamo questa piccola manfrina trasognata per evitare di prendere in considerazione quel che c’è, le tradizionali urla dei bambini borderline del piano terra, la concentrazione degli odori di minestrone, aglio e bucato eterno delle vecchie famiglie popolari che escono in cortile e si mischiano con le ignoranti minestrine bengalesi che traversano dal palazzo di fianco, col piscio di cane stantio che ti aspetta in agguato presso il cancello.

Stiamo qui fermi, accigliati, anche perchè qualcosa di bianco, stampato ci osserva dal fondo scuro del grande casellario di legno lucido. Con la chiavetta storta in mano, perchè le serraturine di questo tipo s’inceppano sempre, fronteggiamo il fastidio davanti alla buca consumata delle nostre lettere e immaginiamo di essere ciò che davvero sembriamo: un popolo di carte da conservare e stipare, un esercito sconfitto di A-quattro incisi dai toner delle procedure incomprensibili, ovvero tutto quel corpo burocratico-legale che attesta la nostra esistenza in vita al di là di ogni ragionevole dubbio.

In effetti, nessuno usa più la posta cartacea e gli stessi postini, che una tempo rappresentavano l’unica divinità mercuriale della messaggistica, oggi somigliano piuttosto ad emarginati col contratto trimestrale che vuotano metà del recapitabile nei bidoni della mondezza, come ogni tanto riportano i giornali in cronaca. La carta che cantava nelle lettere d’amore è definitivamente estinta, ma anche la solidità di una cartolina usurata dal traffico postale che recava amicizia te la sogni oggi. Dalla maledetta buca arrivano solo cattive notizie, bollette, more, gite delle pentole, annunci di sarti rumeni, ristoratori pachistani, dentisti croati, imbianchini africani, nella migliore delle ipotesi solo altre carte scritte in tortuosi minuscoli, sempre più minuscoli, roba da interpretare con lenti bifocali a onore della moderna psicosi del riscontro burocratico e della crisi delle foreste pluviali.

Sono uscito dopo essermi infilato in tasca, malamente, le due o tre buste del dio postale e lo sguardo finto-rincoglionito del vecchietto dell’interno C che odia tutti sorridendo leggero. Per venti passi ho scartato plichi, per altri venti ho letto ghirigori senza guardare, nelle ultime due decine ho fatto una di quelle cose liberatorie di cui sai che prima o poi pagherai il fio, e sarà di una mignotta sicuramente. Ho fatto una palla da basket di tutte le mie carte e con un gran tiro da tre punti ho centrato le fauci spalancate di un cassonetto fetido. Poi sono andato avanti, ma non era già più lo stesso paese globale di esattori del proprio bene privato, la mia bolla psichedelica auto-compensativa mi aveva recapitato in Africa tra gli Himba che girano nudi e spalmati di fango rosso, senza alcuna tracolla cartacea in cui tenere caldo l’efficiente demonio burocratico.

Adesso non so bene più in che mondo finisce la mia passeggiata. Ho fatto duecento metri e sono forse diventato il vecchietto lento dell’interno C, il riflesso ingannevole di un dentista croato, un bucato male asciutto che manda quel tipico odore nauseabondo. Mettila come ti pare, a un certo punto ho incontrato la folla del popolo di carta che siamo che mi veniva incontro ondeggiando nel vento, come in un film di fantasy uscito male. Non ci ho pensato due volte, persa per persa ho tirato fuori lo Zippo, l’ho acceso e glie l’ho scagliato contro.

Il fuoco comunque rallegra, accudisce, scalda, e ci si può raccontare storie e ballare intorno.

3 risposte a “La Ballata di un A4 triste.

  1. forse il vecchietto dell’interno C non è poi così rincoglionito se comunque riesce (a sorridere leggero). eh, sì, la carta ci segue e ci precede finché non voltiamo pagina per scoprire come andiamo a finire…
    : )
    particolarmente bello nonché scenograficamente cinemtografico il finale.

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