Felice Anno, Budapest

Si procede a tentoni in una navicella di nebbia che si alza e si abbassa, in alcuni punti del parco il buio bianco è così fitto che si teme di sbattere sulla faccia di bronzo di qualche eroe o martire, senza nemmeno il ricordo di una preghiera o bestemmia che risorga dal passato.

Memento Park, 16 euro compreso il trasporto in minivan fin quaggiù, tra memoria e nebbia, due circostanze buone per ogni distorsione. Così ognuno può passeggiarsi la propria scena libera e dispersa fuori dalla vista, dalla città, dalla storia, monologando il copione turistico che il terzo millennio impone.

La direzione del parco intanto ha crocifisso Lenin sui gadget da bancarella, la guida è una bella ragazza moderna che sorride e parla entusiasta, con il tono della signorina del 40916 della Tim. Una coppia di italiani di mezza età con figlio adolescente che ha fatto la visita di corsa adesso mugugna, il padre dice basso e generico: vabbè si sapeva, vediamo un po’ di notizie, và. E ognuno dei tre torna a imbozzolarsi con sollievo triste nel videofonino d’ordinanza senza sapere di essere a rischio sanitario. Gli s’impallasse qualche App lì sotto, gli toccherebbe di imbufalire brutto e poi pure di ricominciare a parlarsi.

Visitiamo paesi, ideologie, notizie, guerre, religioni, vita, morte senza saper bene più a quale miraggio mediatico la coscienza collettiva è storta. Visitiamo la Realtà come extraterrestri di passaggio, senza una lingua per descrivere né fermare nulla dei nuovi fenomeni che disturbiamo col nostro vagare nell’oceano plasmatico globale.

Andiamo via disorientati dopo un’ora col sorcio di un sorriso in bocca, al passetto coi tempi. Memento Park ci accompagna all’uscita con la cortesia del silenzio di tomba, non si vede che a venti metri ma la mattinata è stata bellissima, nell’operazione di memoria non s’è bene inteso se il paziente sia morto oppure in coma vigile ma vivaddio.

Un popolo almeno è andato avanti, e noi che pratichiamo l’Italia a ufo qualche altra illusione escogiteremo, dopotutto. Gli eroi e i carnefici galleggiano qui eternodegenti, insieme agli archetipi del secolo che l’ha ostentati, l’ospedale dei ricordi è gratuito e i pazienti sono pazienti sinceri, li si può torturare a scialo senza pena.

(Abbiamo intrappolato l’antimateria al Cern, per 16 lunghi minuti, ma non abbiamo nemmeno un o straccio di idea di cosa diavolo farci. Più energia spariamo, più l’universo si fa beffe della nostra intelligenza, un po’ come gli ungheresi dei propri fantasmi Rossi.)

Lasciamo questi poveri profili di ferro e pietra ad arrugginire e macchiarsi vicendevolmente in una quiete semplice, con tutti i gadget impolverati in vetrina che non si vendono nemmeno più alla fermata del Memento, poco fuori la cinta urbana della civile Budapest.

Felice Anno anche alle sagome dell’Uomo e alle sue Applicazioni emotive compatibili, agli psicofarmaci di sostegno e alle nuove gif-emoticon scaricabili, infine.

Che i paradossali, ironici racconti brevi di Istvan Orkeny affissi sulla baracchetta dei cinereperti d’epoca ci accompagnino.

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2 risposte a “Felice Anno, Budapest

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