Il Ferramenta che Incasinava le Viti del Mondo

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Non ho mai imparato ad archiviare le cose, ho ancora l’atavico timore che fuori portata della vista un libro, una carta, un chiodo possano scomparire in non so quale limbo fra i mondi. Così tengo le cose sparse in pile, mucchietti, assembramenti fantasiosi, ed è così che un giorno, imboccando la porta del Ferramenta De Grilli di via dei Castani, ho avuto un’epifania al vertice col mio doppio euclideo.

De Grilli è sempre il primo a svegliarsi, e sono appena le 6e30 a.m. quando con la febbre di quelli che non hanno dormito comincia a spostare la rinfusa delle sue ferraglie ammassate dalla bottega al marciapiede. Sposta e trascina scale di metallo, panchinette, lampioncini, stivaloni, falciatrici, rotoli di rete, le sposta per esporle e perchè se non le leva di mezzo non riesce nemmeno a intrufolarsi nel corridoietto buio del negozio. Finito ciò, occhiale da presbiope mezzo calato, può finalmente dedicarsi all’attività pedissequa che svolgerà fino a sera, ovvero fare avanti dietro nel labirinto delle proprie cose disposte con l’aria corrucciata del direttore d’orchestra insoddisfatto, di un generale del Risiko che stia per lanciare l’ultimo dado maledetto di una partita.

Sono entrato da De Grilli perchè avevo bisogno di tre semplici chiodi lunghi e perchè ho sempre avuto una sorta di rispetto mistico per questo alacre spostatore del caos dei mondi, uno che per me fa il paio con gli sciamani Yaqui che spingono il sorgere del sole con la loro umile testimonianza meditativa. Come punto da un rovello, De Grilli è scomparso come un baleno lì davanti a me e l’ho ritrovato con lo sguardo in cima a una scala a tre metri d’altezza che scartabellava un mucchio di sacchetti sonanti gonfi di chiodi grezzi mentre si ripeteva tra le labbra un qualche mantra procedurale utile a geolocalizzare l’articolo dentro l’universo del proprio caos ombroso.

Avrei voluto chiedere a De Grilli di restar lassù per sempre, fermo plastico corrucciato con l’occhiale a mezz’asta, a recitare quella sua grande preghiera trasformatrice del nulla indifferenziato in oggetti distinti, tre chiodi lunghi da schiacciare laggiù sull’architrave del mondo, dove nemmeno l’uccello di Murakami sembra farcela più col cacciavite.

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