Mirella sulla Luna

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Una delle radici della mia nevrosi è certamente la spaccata sociale che i miei azzardarono nell’aura del miracolo sessantottino per andare ad abitare il ricco quartiere residenziale che Moretti ha ben girato in Vespa 25 anni dopo. Ridursi alla soglia della povertà per far finta d’essere benestanti non fu un gran Ciak, diciamo la verità, tanto che il primo semi-trauma da risveglio lo ebbi a otto anni, l’estate in cui seguii qualche volta mio fratello che andava a suonare la chitarra nella messa cantata presso la borgata depressa della Magliana.

Era bello e assurdo laggiù sul Tevere, perchè la comunione si faceva passandosi e spezzando tutti con le mani un filone di pane casareccio che sbriciolava intorno. C’era un prete belga al tempo, psicanalista del dissenso, che officiava strano e faceva animazione sociale negli sprofondi, quel poliedrico Gerard Lutte che ebbi come professore universitario in anni successivi.

La natura ruvida dell’esperienza per il mio occhio precoce sgranato fu aiutata dalla mia abilità di strada nel destreggiarmi col gioco delle palline di vetro, scavalcai così la mia patologica timidezza ed entrai in contatto con la vita che non immaginavo, insieme ai figli dei coatti e di quelli ai domiciliari, e in particolare rimasi incantato dall’orrido magnetico che era rappresentato in questa bimbetta magra e scalza di sette anni, gambette di stecchino, grossi occhiali da complessata e una benda bianca su uno degli occhi, un’artista del lancio della biglia, di fatto la vera sovrana del gioco in piazza.

Mirella era sempre un passo avanti a tutti, femmine e maschi, nella conquista delle schifezze della vita adulta. Così potevi vederla che girava nei capannelli per lo più da sola apostrofando gli altri senza acrimonia con le nuove parolacce che aveva appreso, oppure atteggiandosi con una sigaretta accesa in bocca, o ancora meglio a un certo punto si girava appena in un angolo, allargava le gambette storte e pisciava naturalmente al suolo così come stava. Per il resto era una bambina come tutti, parlava il romanesco storto delle periferie e ogni tanto piagnucolava o veniva a strillarti.

Ricordo quell’ultima volta che tornammo dalla Magliana sulla 500 color aragosta, ricordo i giganteschi viadotti stradali all’altezza del Gra, mio fratello ingobbito per i cavoli suoi e io confuso in una sensazione struggente, indefinibile, da rompercisi la testa. Come il singhiozzo ingoiato di uno che ne sa niente, e in quel niente non si orienta nemmeno più, sfilavano dentro di me le angosce riflesse del 27 del mese, la recita sociale miracolistica dei Miei e quella ruvida, antiestetica di Mirella, il senso tagliente di pomeriggi estivi bellissimi e maledettamente finiti, la mezza intuizione sfumata di avere comunque qualcosa di buono dentro.

Colpa delle palline di vetro che avevo vinto e degli sguardi ammirati dei figli di quelli ai domiciliari che per la prima volta mi avevano fatto sentire competente, e io restavo aggrappato a quel credito assurdo con una fede cieca mentre la 500 svoltava e mio fratello grattava la doppietta bestemmiando come un finto borgataro, nel punto in cui la gettata di sterpi diventava di botto ville, vialetti e villette di professionisti e piloti dell’Alitalia.

Stavo rientrando in quel satellite verde sganciato da tutto che fu il mio maldestro quartiere bene. Ebbene si Houston, ci duole disturbare ma pure qui abbiamo un problema.

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